Fabrizio De André: “Storia di un impiegato” (1973) – di Fabrizio Medori

Fabrizio De André aveva già dimostrato il suo crescente spessore artistico con i suoi due dischi precedenti, “La buona novella” (1970), ispirato ai vangeli apocrifi e Non al denaro non all’amore né al cielo (1971), traduzione (ad opera di Fernanda Pivano) dell’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, ma era arrivato il momento di utilizzare la sua capacità poetico-descrittiva all’interno di un disco che trattasse di argomenti legati alla contemporaneità, limitando appena un po’ il linguaggio metaforico, cercando di rendere il suono ancora più attuale, appropriandosi di tutte le possibilità stilistiche suggerite dalle nuove tendenze musicali. “Storia di un impiegato” nasce due anni dopo il suo predecessore, nel 1973, e parla di come un giovane “integrato” nel sistema, un impiegato, avrebbe potuto vivere l’impatto con il 1968, un tentativo di rivoluzione accesosi soltanto cinque anni prima. Sebbene fin dalla sua pubblicazione la critica gli rimproverasse un linguaggio troppo ambiguo, è proprio nel suo non prendere posizione la sua forza, e non perché all’uomo si possa perdonare la passività di fronte a una rivoluzione, quanto perché i testi sono il frutto della sofferta collaborazione tra Fabrizio De André, anarchico e Giuseppe Bentivoglio, marxista, evidenziando le due idee politiche senza però privilegiarne una, mettendo anzi in risalto proprio le stridenti contraddizioni createsi.
Gli altri due collaboratori fondamentali per la realizzazione del disco furono il produttore Roberto Dané e Nicola Piovani, coautore, insieme a Faber, delle musiche e, soprattutto arrangiatore e direttore d’orchestra. Le cronache dell’epoca ci raccontano di una gestazione piuttosto movimentata e travagliata, tra discussioni e ripensamenti, ma il risultato è davvero sorprendente, con un’organicità musicale degna di nota. L’agguerrito gruppo di lavoro produsse un disco che, utilizzando la libertà e le sonorità del rock più all’avanguardia durante quel periodo, il rock progressivo, fondeva le canzoni in un altro concept-album, rafforzando il legame narrativo con un’elaborazione musicale capace di dare unità al progetto. L’omogeneità stilistica e i molti rimandi a temi già ascoltati nei lavori precedenti aiutano la fruizione dell’opera, come se la narrazione letterale appartenesse ad un’opera cinematografica. Non a caso la colonna sonora sarà la principale e più fortunata sezione dell’attività compositiva di Piovani. Prendendo numerosi spunti da diversi stili musicali come il rock classicheggiante, il folk rock americano e le colonne sonore dei film di denuncia sociale, il disco si snoda attraverso una serie di racconti, frammenti autonomi di una storia di più ampio respiro.
L’Introduzione è affidata ad un breve tema morriconiano che sfocia nel primo frammento vocale per poi trasformarsi nella Canzone del Maggio, nella quale un arrangiamento folk rock, quasi county, sostiene musicalmente le tesi politiche dei giovani francesi del ’68. Il suono torna cinematografico in La bomba in testa, nella quale l’arrangiamento orchestrale crea un’abile alternanza tra tensione e distensione, mentre il testo resta piuttosto duro. Un piano scordato introduce Al ballo mascherato nella quale la denuncia dell’ipocrisia borghese viene accompagnata da un leggero swing. Nel Sogno numero due è evidente la citazione dei Jethro Tull, che si alterna ad un recitato che più che a un sogno fa pensare ad un incubo. Dopo le evoluzioni del flauto l’orchestra accompagna i plettri in un delicato valzer nella poetica La canzone del padre. Avvicinandosi la conclusione del disco De André sorprende l’ascoltatore con due tra le sue canzoni più conosciute ed amate. Il testo ingenuamente ambiguo di Il bombarolo è, fin dalla sua uscita, una specie di inno per molti giovani che hanno continuato, sempre, a sognare la rivoluzione, nonostante in qualche passaggio il testo si spinga fin quasi alla caricatura, tanto da sminuire versi dal potere poetico eccezionale, tipo: “c’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo”.
In questo brano l’iniziale sapore folk si esalta nel finale strumentale che si blocca per dare spazio al piano di Verranno a chiederti del nostro amore, in una delicata ballata in 6/8 che resterà – unica canzone di questo disco – un punto fisso negli spettacoli dal vivo. Per concludere la Storia torna a un suono degno di Bob Dylan o Leonard Cohen, anche se in una versione particolarmente moderna per l’epoca, in Nella mia ora di libertà, nella quale De Andrè trae le conseguenze da tutto quanto detto prima, terminando con il ritornello dell’inizio: “per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”. Un passo fondamentale nel multiforme universo di Fabrizio De Andrè, un disco mai abbastanza considerato.

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