Fabrizio De André: “Quello che non ho” (1981) – di Benedetta Servilii

C’è un brevissimo istante, tra il sonno e la veglia, in cui i sensi abbracciano la realtà mentre la coscienza ancora dorme. Una frazione di secondo che distrattamente ignoriamo, frettolosi di entrare in un mondo che nemmeno ci aspetta. Per qualcuno, invece, quell’istante ha l’intensità di un’iniezione di adrenalina dritta al cuore o di un fuoco su cui si getta ancora benzina. Era questa la sensazione che Nina provava ad ogni risveglio, da quando aveva imparato a ingannare la coscienza alleandosi con i sensi. Un esercizio da troppo dimenticato. Aveva infatti accettato, con amara rassegnazione, il fatto che quel residuo istintuale non tornasse con la stessa forza e naturalezza nel resto delle sue giornate. Era un pensiero che la rendeva perennemente inquieta, alla ricerca di un qualcosa a cui non riusciva nemmeno a dare forma.
Non aveva mai avuto un buon rapporto con il sonno Nina che, sin da piccola, dormiva poco e aveva l’idea che le notti fossero sempre troppo lunghe rispetto a giornate troppo brevi per soddisfare le sue curiosità e placare le sue energie. Nel tempo quella percezione aveva invertito completamente la sua rotta e la notte era diventata per Nina il porto sicuro da giorni stanchi. Ma non durava mai abbastanza. Poi aveva imparato ad apprezzare i risvegli, soprattutto perché ogni risveglio le regalava quel breve istante prima di restituirsi completamente alla realtà
Sentiva che quello era il momento che l’avvicinava più a sé stessa, riusciva a salvarsi dagli incubi dimenticandoli subito dopo o a illudersi, anche solo per un attimo, di essere in un altrove indefinito. Aveva iniziato a dare attenzione a quelle fulminee epifanie quando si era svegliata convinta di essere in ritardo per la solita riunione del lunedì mattina, si era vestita in fretta ed era uscita di casa ancora con il mollettone tra i capelli e senza la sua tazza di caffè. Arrivata in ufficio si era resa conto di non essere in ritardo, ma in anticipo. Esattamente di un giorno. Con aria divertita, come se si stesse guardando in un film, pensò che essersi fidata di quella sensazione le aveva regalato l’opportunità per accorgersi che le distrazioni su cui prendersi in giro le appartenevano più delle riunioni del lunedì. Era stato difficile all’inizio per Nina afferrare quella veloce transizione tra il sonno e la veglia, proprio per lei che non ricordava mai nemmeno i sogni, come se la realtà fosse un rigido carceriere che escludeva qualsiasi possibilità di ribellione.
Nina decise invece di ribellarsi soprattutto quando sentì, in cuor suo, che la sensazione dei risvegli fosse più intensa della gioia per tutti gli obiettivi faticosamente raggiunti e persino di tutti i migliori orgasmi di cui ricordava esattamente tutte le sfumature. Con il tempo, nel magma caotico di mille sensazioni, riuscì a riconoscere anche tutte le sfumature dei suoi risvegli e a dar loro un nome. Tra tutte, una le rimaneva fedele anche nella vita diurna e Nina non poté far altro che assecondarla. La chiamò nostalgia, ma le ci volle del tempo prima di comprendere che sentire la mancanza di qualcosa di cui non aveva mai fatto consapevole esperienza non era poi un sentimento così folle. Le mancavano odori e colori ma non era in grado di poter descrivere quali, come se questi appartenessero ad una vita ancestrale di cui non poteva avere ricordo. Eppure adesso erano comunque presenti con la loro mancanza. Capì la sua inquietudine e quanto questa non sarebbe mai stata placata né dal lavoro che da bambina aveva sognato e da grande realizzato, né da un uomo che non immaginava potesse esistere davvero e che pure le era sempre stato accanto, né da tutte quelle passioni transitorie che le animavano costantemente le giornate
Aveva bisogno di una fuga solitaria Nina, che invece da sola non aveva mai viaggiato. C’era quell’isola descritta nel libro lasciato da anni sul suo comodino, ne aveva sottolineato delle frasi e spesso lo apriva come se potesse trovarci dentro delle risposte o, forse, anche le domande. Si era concentrata nei dettagli di quelle pagine per molto tempo, era rimasta legata a quella storia e aveva dimenticato quanto, mentre leggeva, le piacesse disegnare nella mente quei luoghi così lontani ma, allo stesso tempo, così familiari. Per diversi giorni il sonno di Nina fu pesante e privo di sogni. La sveglia delle 6.00 la restituiva ad una realtà che sembrava prenderla a schiaffi, senza darle la minima possibilità di godersi quell’attimo di pace sospesa. Poi quella pace tornò e le diede l’illusione di essere altrove. Era il momento giusto per partire, senza pensarci troppo, per battere sul tempo una coscienza troppo obbediente alle leggi del reale. Due giorni dopo, Nina si svegliò in quell’altrove e, per la prima volta, la sensazione dell’immediato risveglio non sembrava svanire in un batter d’occhio.
Sorrise. Aprì la grande finestra scorrevole che la separava da un mondo che, finalmente, sembrava aspettarla.  Chiuse gli occhi e si lasciò guidare dal rumore delle onde che arrivavano lente sulla spiaggia e dal profumo dell’aria mattutina che si mescola all’odore dell’erba dopo una notte di pioggia. Aprì gli occhi e si rese conto che l’immagine che aveva visto al buio era esattamente quella che vedeva ora davanti a sé. Si rese conto che quelli erano i colori e gli odori che aveva sempre cercato. Si sentì colma, riempita, piena ma se qualcuno le avesse chiesto di cosa non avrebbe saputo rispondere. Sarebbe riuscita solo a dire: “Di certo, quello che non ho è quel che non mi manca”. Effettivamente non serviva molto altro. Sorrise di nuovo pensando a Faber. Prese la chitarra e, scalza e spettinata, si precipitò sulla grande amaca in terrazzo. Si sentì buffa ascoltando la sua voce ancora ostaggio della notte, ma si rese conto che quello era il miglior modo per liberarla. Mentre ritrovava la sensazione infantile di non avere nulla da temere e tutto da scoprire, sentì la moka borbottare. Anche il caffè, quella mattina, aveva un sapore diverso.

Quello che non ho è una camicia bianca / quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole / per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.
Quello che non ho è di farla franca / quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole / per guadagnarmi il cielo, per conquistarmi il sole.
Quello che non ho è un orologio avanti / per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito / che mi riporti indietro da dove sono partito.
Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro / quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria / per correre più forte della malinconia.
Quello che non ho sono le mani in pasta / quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte / quello che non ho è di fregarti a carte.
Quello che non ho è una camicia bianca / quello che non ho è di farla franca
quello che non ho sono le sue pistole / per conquistarmi il cielo, per guadagnarmi il sole.

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