Fabrizio de Andrè: “Princesa” (1996) o del definitivo riconoscimento di sé – di Valter Di Giacinto

Come matura in noi la coscienza di ciò che siamo? E una volta maturata tale consapevolezza, cosa accade se ciò che siamo divenuti coscienti di essere non corrisponde affatto a ciò che il nostro corpo mostra di noi al mondo? Conosci te stesso, e poi agisci di conseguenza, era questo l’imperativo che il pensiero greco aveva posto alla base di ogni possibile felicità umana. E guadagnare piena consapevolezza di sé richiede di fare i conti non solo con ciò che siamo in un dato istante ma soprattutto con ciò che potremmo essere. Anche il concetto di poter essere altro rispetto ciò che si è in concreto rappresenta uno dei numerosi e imperituri lasciti che la nostra civiltà deve alla filosofia greca e, in particolare, ad Aristotele, che chiamò “dynamis” questa attitudine di ogni soggetto a porsi in ogni momento anche come altro da sé. E’ quindi da questo essere qualcosa di determinato conservando allo stesso tempo la possibilità di essere altro in potenza che scaturisce il dinamismo all’esistenza, inducendo quel continuo mutamento con cui i singoli soggetti esplorano lo spazio delle concrete possibilità a disposizione di ciascuno.
La vicenda narrata in maniera esemplare da De André in Princesa è del tutto paradigmatica di tale percorso alla ricerca di se stessi. Ci si presenta infatti come un’esplorazione che parte da ciò che la persona appare essere (il corpo con cui si è nati), passa per la conquista della consapevolezza di un “poter essere altro rispetto a ciò che per gli altri tale corpo rappresenta, e si afferma in conclusione come un “dover” essere altro, come necessità di porre definitivamente rimedio alle angherie del caso. Trovandosi calati all’interno di un corpo malformato (nel senso di formato in maniera non confacente, non corrispondente, all’anima), per “mille anni al mondo e mille ancora” i figli della luna come Fernando si sono dovuti accontentare di vivere la propria esistenza in una condizione sessualmente dissociata tra anima e corpo. Oggi sembrerebbe tuttavia giunto finalmente il momento in cui la tecnica, che da Prometeo in poi rappresenta la perfetta incarnazione dell’umana ricerca di riscatto nei confronti della sorte, consente finalmente di provare a “correggere la fortuna”, mediante pochi colpi ben assestati del bisturi su “seni e fianchi”.
Ma c’è da chiedersi se sia stata davvero la tecnica chirurgica, impartita senza dolore “in una vertigine di anestesia”, a liberare Fernando mettendo definitivamente in luce a tutto tondo Princesa. O la tecnica non sia piuttosto qualcosa che è arrivato dopo, al termine di un lungo e penoso travaglio, a rendere manifesto a tutti ciò che era ormai perfettamente disvelato a se stessi e a quanti avessero occhi per vedere e cuore per intendere. L’uomo, si dice, è animale sociale e, a ben guardare, è tale perché il singolo individuo non può mai ritenersi pienamente felice (ovvero compiuto e cosciente di sé) stando separato dagli altri uomini. Ogni singola persona ha infatti costantemente la necessità di trarre dai suoi simili quel riconoscimento che solo può dargli conto del proprio posto nel mondo, del proprio stesso essere quella cosa lì che chiamiamo uomo, e non qualcosa di intrinsecamente diverso. Nessuno è infatti in grado di dire di se stesso: “ecco, io sono questo”, senza essere prima passato per il vaglio dello sguardo dell’altro. E qualora vi si azzardasse, come accadde a Narciso, finirebbe per perdersi nell’abbraccio mortale con la propria immagine riflessa.
Lo specchio può tutt’al più far da sponda all’io, ma l’anima umana ha bisogno di altro, ha bisogno di qualcuno che le ri-sponda. L’individuo non ha infatti nessuna possibilità di vedersi in quanto tale, e quindi di riconoscersi, se non essendo stato prima visto e riconosciuto da un altro individuo. Quando il riconoscimento altrui viene meno, lo stesso ego si frantuma, si dissolve in un gioco di specchi senza fine, assume la forma del labirinto che la cultura greca ci ha tramandato come simbolo eterno di smarrimento e perdizione. Labirinto che tuttavia per i greci non è mai privo di uscita, tranne che è impossibile vederla standoci dentro. Solo chi osserva la costruzione dall’alto, standone fuori, può scorgere il bandolo della matassa. Anche Fernando si è quindi potuto riconoscere come Fernanda solo mediante il confronto con altri da sé, e ciò è necessariamente accaduto assai prima che il bisturi rendesse la cosa concretamente evidente a tutti. Giungere a tale riconoscimento può tuttavia essere tutt’altro che un’esperienza indolore, passa anzi spesso per la prevaricazione di un soggetto sull’altro, come nel caso della relazione signore-servo splendidamente ritratta da Hegel. E quanti ne avrà dovuti sopportare di questi “tiranni” il nostro Fernando: gente che, sfruttando la tua momentanea debolezza, ti compra e ti usa come fossi un oggetto di cui avvalersi per soddisfare le proprie più riposte fantasie sessuali (“Sono la pecora, sono la vacca, che agli animali si vuol giocare”).
Fa niente, anche le relazioni con i “padroni” alla fine contribuiscono a far sì che il servo possa maturare col tempo la piena consapevolezza di sé. E l’essere costretti a redimersi con il dolore e non con la gioia – l’amara sorte che il poeta americano Jim Carroll prediceva per i suoi “ragazzi cattolici” – costituisce, a conti fatti, un destino ineluttabile anche per i personaggi ritratti da De André, che rimase sempre profondamente cristiano nell’animo, sebbene della religione rifiutasse ogni dogmatismo, e per cui la via della redenzione passa quindi inesorabilmente per l’ascesa del monte Calvario. Una volta maturata tale autocoscienza per il tramite dell’altrui riconoscimento (per quanto faticoso e doloroso questo processo possa esser stato), per Fernandiño completare l’opera era divenuta solo una questione di tecnica. Potersi mostrare al mondo come concretamente “altro”, quando si è perfettamente consapevoli di esser già questo “altro”, è infatti una mera faccenda pratica. Si richiede un lavoro, e la tecnica di oggi questo tipo di lavoro lo sa fare. Non è tuttavia la tecnica a poter condurre l’individuo fuori dal labirinto del proprio ego ingarbugliato, sebbene sia pur vero che, nel momento in cui le macchine altrui punteranno i loro fari sul palcoscenico della vostra vita, tutti voi vorreste che il vostro corpo vi rassomigliasse, vorreste che gli altri, anche quelli distratti e ingenerosi, vi vedessero per quello che realmente siete (e che ora sapete di essere), sul lungomare di Bahia o dovunque vi troviate.
E questo, e solamente questo, è ciò che il bisturi può fare per voi. Con l’emergere prepotente della Princesa dalle spoglie della crisalide Fernando termina dunque, e in maniera gloriosa, il percorso di Faber alla ricerca di se stesso. Il poeta che si era visto evaporare nella nuvola rossa dei fumi dell’alcol, che aveva osservato impotente la sua generazione abortire i figli come i sogni, ascoltato i cori del maggio francese mutarsi nell’indistinto frinire di un coro di cicale ne La domenica delle salme, che nell’affermazione in negativo di tutto “quello che non ho” aveva cercato una prima, non risolutiva, via d’uscita dall’imperante non senso dell’avere sempre di più come unica declinazione accettabile dell’essere, trova nella principessa brasiliana l’approdo conclusivo, l’affermazione risolutiva, e in positivo stavolta, di quel sé che aveva ostinatamente ricercato muovendosi sempre in direzione opposta rispetto al flusso delle masse ossequianti. A Princesa non manca più nulla, la regina è quello che è, “squilla di luce” come una stella e ciò che essa appare è esattamente ciò che essa è. Niente è più tenuto nascosto o velato allo sguardo, ogni cosa è trasparente e alla luce del sole, nessun equivoco è più possibile. La testimonianza resa è completa e, finalmente, non contraddittoria.

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