Fabrizio De André: “Nella mia ora di libertà” (1973) – di Valter Di Giacinto

Libertà, libertà e poi ancora libertà. I tre principi che i rivoluzionari francesi posero a cardine della società nuova da essi immaginata e perseguita, “libertà, uguaglianza e fratellanza” a Faber devono essere sembrati troppi, ridondanti. Tutta la sua poetica che, è il caso di rimarcarlo, fu sempre e principalmente un’etica, ruota infatti essenzialmente attorno al primo. Gli altri due principi o sono dei corollari rispetto alla libertà in sé e per sé, o semplicemente non rilevano. Sulle orme del grande filosofo Baruch Spinoza e del suo idolo giovanile Georges Brassens, la libertà per De André fu prima di tutto libertà di pensiero e di espressione. Il potere costituito in tanto esiste e persiste in quanto è in grado di imporre prima di ogni cosa i propri dogmi, la propria unilaterale visione del mondo. Disarticolare il potere che opprime la libertà di espressione del singolo richiede quindi per De André, come presupposto fondante, la capacità di pensare in maniera persistentemente disallineata, in direzione ostinata e contraria, come scriverà, guardandosi indietro quasi compiaciuto alla fine della sua carriera, in Smisurata preghiera. La libertà di pensiero già con Spinoza riconosce inoltre la tolleranza come implicito corollario della propria stessa esistenza: professare la libertà di concepire una visione del mondo rifiutando di riconoscere ad altri il medesimo diritto assume infatti immediatamente il timbro di un’insopportabile disonestà intellettuale.
A tale riguardo lo stesso
De André si è espresso in maniera inequivocabile: “Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo.” Ma se possiamo già considerare la tolleranza una prima espressione di fratellanza, che cosa ne è dell’uguaglianza? Anche l’uguaglianza professata da Faber non è altro che un corollario della sua visione della libertà. Siamo tutti uguali proprio perché siamo tutti liberi e quindi tutti diversi, siamo uguali proprio in quanto ciascuno è libero di essere diverso dall’altro: diversi e quindi uguali, annotatevi bene ora questo ossimoro, perché ci torneremo alla fine del discorso. Nella politica del cantautore genovese non c’è quindi posto per l’uguaglianza sostanziale, come sancita, ad esempio, dall’articolo terzo della nostra Costituzione, principio che è da sempre un caposaldo dell’ideologia sia dei partiti di sinistra sia di quelli di estrazione cristiano-popolare, mentre la destra liberale si è sempre accontentata del meno impegnativo principio di uguaglianza formale dei cittadini davanti alla legge.
Riguardo la sua personale visione politica De André dichiarò infatti quanto segue: Qualche mio collega sostiene che io sia un falso proletario. Proletario io? Né falso, né vero […] E d’altronde quella di proletario è pur sempre un’etichetta, sicché la rifiuterei in ogni caso, come tutte le altre etichette che via via hanno provato ad appiccicarmi addosso – di comunista, di democristiano, di socialista, di borghese, perfino di fascista. Se sono, più modestamente, un anarchico è perché l’anarchia, prima ancora che un’appartenenza, è un modo di essere
. Pur avendo maturato, sin da giovanissimo, queste radicate convinzioni anarchiche, una costante apertura mentale rispetto alle posizioni espresse da intellettuali di estrazione diversa dalla sua ha contraddistinto Faber lungo tutta la sua carriera, apertura che si è spesso manifestata anche tramite la ricerca del confronto esplicito nella stesura dei testi con autori ed editori connotati da visioni ideologiche alternative alla sua. Emblematiche, al riguardo, le parole con cui l’editore Nanni Ricordi ricorda la sua esperienza con il cantautore: “Abbiamo parlato molto, nonostante la scorza protettiva di cui si circonda; ci siamo conosciuti e ci siamo capiti, e nonostante lui sia sempre stato un anarchico convinto e io un comunista convinto, questa cosa non ci ha impedito di discutere, anzi su quasi tutto eravamo d’accordo.(1)
Il caso probabilmente più esemplare a tale riguardo si verificò quando Faber si accinse alla scrittura di “Storia di un impiegato” (1973), concept album che doveva veicolare la sua risposta alle istanze libertarie avanzate con forza dai movimenti giovanili del ’68, rispetto alle quali, per sua stessa ammissione, si era all’epoca quasi sentito spiazzato. In tale occasione scelse infatti di farsi affiancare dal poeta di estrazione marxista Giuseppe Bentivoglio, con cui aveva già iniziato a collaborare per il precedente Non al denaro non all’amore né al cielo” (1971); a detta dello stesso De André, all’epoca erano poi marxisti anche Roberto Dané e Nicola Piovani, rispettivamente coproduttore e arrangiatore dell’album)(2)A ben vedere tuttavia, di marxista o anche semplicemente collettivista in “Storia di un impiegato” non c’è praticamente nulla, se si eccettua la ripresa in apertura di una delle canzoni di protesta del repertorio del movimento studentesco del maggio francese, che riappare poi nella strofa finale di Nella mia ora di libertà, il brano che porta a conclusione l’intera vicenda. In quest’ultimo vediamo dapprima il cantautore genovese esprimere le proprie convinzioni anarchiche in maniera assolutamente perentoria, come mai aveva fatto in precedenza, in versi di cruda e spietata violenza oratoria: Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d’obbedienza / fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza / però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni / da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni.
Tuttavia, subito dopo questa radicale e all’apparenza risolutamente individualistica invettiva contro il potere, il brano muta repentinamente di tono. Il punto‪ focale si raggiunge quando il discorso del protagonista, fino a quel momento bombarolo solitario fino al limite del solipsismo, passa dalla prima persona singolare ‬alla prima plurale: Abbiamo deciso di imprigionarli durante l’ora di libertà. Nella comunanza forzata del carcere egli sembrerebbe quindi scoprirsi finalmente non solo ultimo ‬tra gli ultimi ma con gli ultimi. Il sommo esercizio della libertà, nella condizione di totale costrizione rappresentata dalla prigionia in carcere, si riassumerà allora nel gesto ‬di rinunciare alla quotidiana ora d’aria, pur di mettere alla berlina l’esistenza ugualmente prigioniera dei propri carcerieri. Tale gesto, per poter dispiegare appieno la sua valenza ‬simbolica, deve tuttavia essere di necessità condiviso con i compagni di cella, altrimenti il progetto di isolamento speculare dei secondini sarebbe del tutto irrealizzabile. ‬Per l’anarchico individualista De André questo costituisce il massimo impeto di solidarismo concepibile: un moto comune di sottrazione degli individui di ‬fronte a ogni possibile ginnastica d’obbedienza pretesa dal potere.‬ Un po’ poco forse, ma il massimo che si possa pretendere da un gruppo di individui che si riconoscono uguali solo in quanto essenzialmente diversi l’uno dall’altro.
Un popolo di diseguali, per natura e per intima convinzione, per definizione non sarà mai un popolo realmente unito e, se è vero che “El pueblo unido jamás sera vencido”, come cantavano gli Inti Illimani, è immediato dedurne che un popolo disunito sarà sistematicamente battuto dalla storia. Allora che senso ha gridare in faccia alle persone per quanto voi vi sentiate assolti, siete comunque coinvolti? Coinvolti in cosa, qual è l’obiettivo comune che ci dovrebbe mobilitare assieme? Come facciamo a essere uniti se siamo tutti diversi e ognuno libero di perseguire un personale percorso di crescita e sviluppo perfettamente idiosincratico? Su questo scoglio che separa la vera fratellanza, che è condivisione di una medesima essenza, dalla semplice tolleranza, si infrange fragorosamente il tentativo politico avanzato da Fabrizio De André in “Storia di un impiegato”A questo punto sorprende assai poco che questa fu per lui l’opera più travagliata e controversa, di cui avrebbe voluto liberarsi già un minuto dopo aver dato alle stampe l’album. L’unico brano che continuerà a proporre dal vivo sarà infatti Verranno a chiederti del nostro amore, canzone totalmente avulsa dal contesto, scritta in precedenza e ripescata nel concept album tirandola un po’ per i capelli.
Se la politica di
De André mostra ben presto il fiato corto di ogni anarchismo individualista che pretenda di poggiarsi sul culto stirneriano dell’Unico, la sua etica rimane tuttavia quanto mai viva e vitale. Sebbene solo un popolo compatto possa in concreto marciare in direzione dell’uguaglianza sostanziale dei diritti e dei doveri dei cittadini, è fondamentale che, una volta giunte al potere, una volta istituzionalizzatesi nello Stato, le istanze di emancipazione popolari non finiscano per sclerotizzarsi nella legge. Compito precipuo dell’intellettuale è quindi esattamente quello di ricordare al politico con ostinata caparbietà la platonica irriducibilità di ogni vissuto singolare al dettato di qualsivoglia norma, per sua stessa natura generale ed astratta. A tale imperativo categorico la poesia di Faber non è mai venuta meno.
(1) e (2) da “Non per un dio ma nemmeno per gioco: Vita di Fabrizio De André” di Luigi Viva – Feltrinelli.

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