Fabrizio De André: “Le nuvole” (1990) – di Valter Di Giacinto

La collaborazione tra Fabrizio De André e Mauro Pagani, che aveva dato vita nella prima metà degli anni 80 a quell’incredibile capolavoro fuori dal tempo che è “Crêuza de mä” (1984), proseguì nella seconda metà del decennio, sfociando nel successivo “Le nuvole” (1990), album che tuttavia, sin dal titolo, si pone in secca contrapposizione con il precedente, in cui regnava sovrana la luce abbagliante del sole del Mediterraneo. “Le nuvole” (titolo preso in prestito da una commedia di Aristofane) è infatti, per molti versi, il disco del brusco risveglio e un titolo “esteso” dell’opera, citando Carlo Emilio Gadda, potrebbe essere questo: “Le nuvole, o della cognizione del dolore”. Mentre i Nostri si crogiolavano al sole di un Mediterraneo fiabesco e incantato, nell’Europa continentale gli anni 80 non erano infatti trascorsi in maniera, appunto, indolore. Una cappa plumbea, fatta di un conformismo nuovamente dilagante e completamente appiattito sulla promessa di un universale consumismo edonista e autoreferenziale, veicolato dall’ormai onnipresente pubblicità, si stendeva ormai sull’intero continente. Dello slancio utopico e rivoluzionario del decennio precedente, gravido di speranze, sebbene intriso del sangue degli innumerevoli morti ammazzati, si era rapidamente perduta finanche l’eco. Furono in pochi durante gli anni 80 ad accorgersi per tempo di ciò che stesse accadendo, di quanto rapidamente e inesorabilmente stessero calando su di noi i neri nuvoloni di un nuovo “modernismo” borghese, liberista e individualista fino allo spasimo e oltremodo inorgoglito dal progressivo, inesorabile, sfaldarsi sul fronte orientale del proprio “nemico storico”, il blocco socialista sovietico. Ancor meno furono quelli che cercarono di contrapporsi a tale tendenza, o quanto meno di smascherarla e irriderla (fra le poche eccezioni, il Robert Wyatt di “Old Rottenhat” (1985) e, su tutti, i memorabili CCCP: Fedeli alla linea di “Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi” del 1986).
Classico album di transizione, “Le nuvole” ha una struttura perfettamente bipolare nelle sue due facciate. Se il primo lato ha l’ingrato compito di fare i conti con la triste realtà di cui s’è detto sopra, il secondo si sforza di tener vivo il discorso intrapreso con il precedente “Crêuza de mä”. In una prospettiva di sviluppo logico e cronologico della produzione artistica del duo De André-Pagani, la seconda facciata appare quindi precedere la prima. Vi troviamo brani che appaiono chiaramente ricollegarsi agli orizzonti musicali ancestrali e irradiati dal sole caldo e profumato del golfo ligure che avevamo incontrato in “Crêuza de mä”, come la carnascialesca Megu megun, la soffusa A ‘cimma (scritta con Ivano Fossati), dedicata agli antichi rituali mistico-culinari della tradizione genovese, e l’idillio bucolico di Monti di Mola, che ci riporta in Sardegna per narrare del fiabesco innamoramento di un pastore per la sua asina. Sono brani, che pur non aggiungendo nulla di sostanzialmente nuovo al discorso, peraltro già in se meravigliosamente compiuto, di “Crêuza de mä”, ne tramandano il sapore, aggiungendo nuove e accattivanti vedute al paesaggio. Fa invece storia a sé La nova gelosia, recupero da parte di De André di una canzone napoletana del XVIII secolo, di autore ignoto che, rispetto ai rimanenti brani di questa seconda facciata, tradisce un intento nostalgico e malinconico (la finestra che luceva ci appare ormai oscurata dalle persiane nuove). Sempre cantato in vernacolo e sulle classiche armonie della canzone popolare napoletana, ma stavolta sulla prima facciata del disco, troviamo il brano più conosciuto della raccolta, quella Don Raffaè che, vestendosi di spregiudicata ironia, recupera il piglio burlesco e il gusto per l’invettiva contro i pregiudizi ipocriti dei benpensanti da sempre caro al cantautore della
Città vecchia”. Nella prima facciata ci attendono poi le due vere gemme dell’opera, quelle che danno la cifra dell’intera raccolta: l’iniziale Ottocento e la conclusiva La domenica delle salme, brani che da soli avrebbero reso “Le nuvole” degno di menzione in ogni futura antologia della canzone d’autore.
In Ottocento vediamo, a conclusione del decennio, De André tornare a scendere prepotentemente nel campo dell’attualità, per prodursi in una spettacolare e perfettamente riuscita messa alla berlina dei miti intramontabili della società borghese, tornati nel frattempo a occupare l’intero orizzonte culturale e mediatico. L’incedere è quello dell’opera buffa, con il canto di Faber a imitare i toni, tanto affettati quanto posticci, dell’aspirante borghese gentiluomo di turno. Il tutto srotolato a tempo di un valzer, splendidamente arrangiato e orchestrato da Sergio Conforti e Piero Milesi strizzando l’occhio alla Vienna fin de siècle che, nel finale, si slancia addirittura in un concitatissimo jodel tirolese. Il tutto si dipana tra rime spassose e irrefrenabili allitterazioni, a esaltare l’abbondanza di pezzi di ricambio, fegati e polmoni inclusi, che il poderoso apparato industriale sforna oggigiorno in quantità sempre crescenti. Vediamo quindi come anche la tragedia occorsa al promettente figlio del capitalista, che aveva già dato ottima prova di sé nel giocare in borsa e “stuprare in corsa” (per finire invece annegato come un coniglio nel Naviglio, vittima di chissà quale intruglio), fermi il motore della macchina produttiva solo per poco più di un attimo. L’egolatria del patriarca si rianima infatti più che mai prontamente e, in men che non si dica, si torna tutti a rotolare nel turbine del valzer, quali biglie luccicanti e animate d’impeto futurista. Tutto bene quindi? Niente affatto: additare l’imperatore mostrandone le spassose nudità, come fa il bimbo nell’immortale fiaba di Hans Christian Andersen, non serve a molto se il popolo dei sudditi nel frattempo tiene gli occhi ben serrati (“Eyes wide shut”, come titolerà in seguito l’ultima pellicola di Kubrick) o si culla in massa in quel “confortevole torpore” che, già alla fine degli anni 70, Roger Waters aveva preconizzato – in Confortably numb – essere la vera cifra identificativa degli anni a venire.
Di conseguenza, se il paesaggio ritratto sullo sfondo è esattamente lo stesso, nella Domenica delle salme vediamo lo sberleffo comico cedere il passo all’ironia amara e alla triste contemplazione di quello che, all’autore di “Storia di un impiegato” (1973), non poteva ormai che apparire come un enorme e conclamato fallimento generazionale. Nelle praterie urbane nuovamente tirate a lucido delle “città da bere” degli anni 80, degli indiani metropolitani cantati in Coda di lupo non ve n’era infatti da tempo più alcuna traccia, così com’era scomparso il fumo acre dei lacrimogeni, rimpiazzato dagli sbuffi, onnipresenti e suadenti, del gas esilarante della propaganda consumistica. In tale scenario, la repentina caduta del muro di Berlino non fece quindi che sancire il definitivo collasso di un mondo – quello segnato, nel bene e nel male, dall’ideologia comunista – già da tempo in disarmo. Ne seguì allora tutto un affaccendarsi per saltare sul carro del vincitore: chi si convertiva nel novanta ne sarebbe infatti stato dispensato nel novantuno. Non così il Nostro Poeta che, a fianco del suo illustre “cugino” De Andrade, vediamo reclamare fieramente il diritto di annoverarsi tra gli ultimi cittadini rimasti liberi e pensanti in “questa famosa città civile”, in quanto gli unici ad aver conservato intatte nel proprio cortile le armi della consapevolezza e della satira. La musica che accompagna il funerale di Utopia” è, inevitabilmente, mesta e accorata. Raggiunge tonalità strazianti quando alla voce di De Andrè si sostituiscono il guaito rauco del kazoo e le stoccate taglienti del violino di Pagani. Lo scenario è di desolazione assoluta e solo dopo numerosi anni, conclusa l’interminabile conta di caduti e dispersi, si sarebbe potuto cominciare a constatare quanti fossero effettivamente i sopravvissuti all’ecatombe, se fosse stato possibile mettere in salvo almeno una parte di quelle anime belle e perdute che in buona parte eravamo. Alla celebrazione dei pochi superstiti sarà dedicato il successivo “Anime salve” (1996) ma, non aspettatevi di trovarne nelle maggioranze, divenute nel frattempo sempre più bieche e intolleranti. I pochi sopravvissuti saranno rinvenuti tutti e solo nel novero degli ultimi, dei derelitti, degli sconfitti, degli zingari, degli assassini… e saranno capitanati dal più fiero eroe/eroina emerso dalle rime di Faber dai tempi di Bocca di rosa, il transgender Fernanda, che con il suo gesto di definitivo svelamento mostrerà a un mondo sempre più distratto che oltre l’uomo c’è ancora e sempre l’uomo, sebbene di sesso femminile.

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