Fabrizio De André: le canzoni e gli stili – di Fabrizio Medori

Abbiamo letto di tutto su Fabrizio De André, dalla sua vita privata al suo rapporto con i soldi, dalle sue passioni più terrene alle aspirazioni più spirituali, cosa leggeva, cosa mangiava, come scriveva, cosa pensava. Faber, come lo chiamava il suo amico storico Paolo Villaggio, è un esempio di quanto un uomo così lontano dai riflettori della vita mondana, così riservato e geloso della sua intimità, possa essere bersagliato da migliaia e migliaia di pagine biografiche. Tutti noi appassionati non possiamo che esserne felici, anche perché De André non ha mai avuto una vita grigia, tutt’altro, e ci incuriosisce molto l’esistenza di uno che molti di noi avrebbero voluto avere per amico. Quello che, però, non è stato ancora sufficientemente analizzato, probabilmente, è il meccanismo che ha reso unica ed insostituibile la perfetta unione tra musica e parole nella sua opera. Già all’inizio degli anni 70, dopo la collaborazione per “Non Al Denaro, Non All’Amore Né Al Cielo”, Fernanda Pivano lo descrive dicendo che più che considerarlo un Bob Dylan italiano, trova che Dylan sia un po’ il De André americano, mettendo in risalto le sue straordinarie doti poetiche. Parlare di poeta, sebbene affascinante, è però sicuramente riduttivo, perché eccellere nella capacità di raccontare una storia in versi non è sufficiente, De André riesce a sposare magnificamente le parole con la musica, creando opere che vanno ben oltre la sola poesia. Un tratto distintivo della sua produzione è la continua e costante collaborazione con parolieri e compositori, a partire dal poeta genovese Riccardo Mannerini, fino a Mauro Pagani, passando per una serie di co-autori impressionante. Tra di essi spiccano, per importanza e popolarità, Nicola Piovani, Francesco De Gregori, Massimo Bubola e Ivano Fossati, tralasciandone altri. Fabrizio De André era maniacale, perfezionista e puntiglioso, capace di stare per giorni interi a cercare la parola giusta da incastrare in un verso, ma era anche un grande compositore musicale, oltre che attento ricercatore di musica antica e popolare. Fin dalla sua prima affermazione commerciale, La Canzone di Marinella, portata al successo da Mina, spicca la perfetta fusione fra una melodia leggera anche se drammatica, e un testo che dietro alla poesia, volutamente ingenua, nasconde la storia di una prostituta uccisa a Genova nei primi anni 60. Già in questa canzone compare uno degli stratagemmi musicali utilizzati dal compositore durante la prima parte della sua carriera, cioè l’alternanza tra la tonalità di La minore e quella di Do minore, in un andamento che ricorda la marea, salendo, poi tornando più in basso, per poi salire di nuovo. Questo è un tipo di modulazione che troveremo anche in Via Del Campo, scritta insieme a Enzo Jannacci, e nella quale l’alternarsi delle tonalità incornicia le differenti angolazioni da cui viene vista la protagonista, giovanissima e bellissima, ma pur sempre prostituta dei vicoli malfamati. Ancora una volta, lo stesso rincorrersi lo troviamo in La Città Vecchia, splendido affresco di una decadenza che allo stesso tempo ci appare romantica e grottesca. Fin dall’inizio della sua carriera De André si rivela come un abile creatore di “atmosfere”, nelle quali l’ascoltatore si immerge completamente, e spesso si appropria di stili, sonorità o addirittura di melodie, prese in prestito dalla sua memoria, dimostrando di essere stato un ascoltatore onnivoro e attento. La prima influenza a venire allo scoperto è sicuramente quella esercitata dagli chansonniers francesi, ed in particolare da Georges Brassens, del quale De André tradurrà ed inciderà diversi brani. Il maggiore merito di Fabrizio De André è sicuramente quello di adattare le atmosfere ed i suoni d’oltralpe alla realtà italiana, come se davvero tutto il mondo fosse “paese”, come se Il Gorilla, fosse davvero fuggito in una piazzetta di un paesino di qualsiasi parte d’Italia. La genialità di Faber sta però anche nel vestire di un’atmosfera tutta francese canzoni che francesi non sono, come La Ballata Del Michè e Sally, nelle quali il ritmo ternario e l’uso della fisarmonica sono sufficienti a trasportare l’ascoltatore in terre francesi, pur raccontando una storia tipicamente risorgimentale, quindi italiana nella prima, e una storia ambientata in Inghilterra nella seconda. Anche in questo caso il risultato artistico è degno di essere notato per la maestria con cui viene utilizzato il contrasto, il paradosso. La formazione musicale di De André si svolge tutta all’interno di un gruppo di amici che lo porteranno ad apprezzare il Jazz, e Fabrizio, nel corso della sua lunga carriera, utilizzerà i linguaggi musicali afroamericani in diversi brani, come La Ballata Dell’Amore Cieco, che si avvarrà di un arrangiamento molto vicino al dixieland, il Jazz degli albori. Spiritual sarà invece contaminata dal Gospel, Morire Per Delle Idee risentirà del suono Cool, tipico degli anni 50 e la ricerca in questo ambito stilistico sfiorerà la fusion nell’arrangiamento creato dalla P.F.M. per Giugno ’73. La continua altalena tra antico e moderno trova una meravigliosa chiave di lettura in una serie di canzoni riuscitissime e peculiari nella produzione deandreiana. Le influenze della Musica Antica, Medievale e Rinascimentale, troveranno spazio in alcuni brani presenti soprattutto nei primi dischi. Meritevoli di menzione sono sicuramente Il Testamento, Fila La Lana, La Morte, Carlo Martello, S’I Fossi Foco (scritta su testo di Cecco Angiolieri) e Il Re Fa Rullare I Tamburi. In queste canzoni i versi si adagiano perfettamente sulla musica, trasportando ancora una volta l’ascoltatore in una dimensione facilmente identificabile, sebbene irreale e del tutto immaginaria. Le fonti di ispirazione “alta” non si esauriscono qui e, se tutto il disco del 1970, “La Buona Novella”, è fortemente influenzato dalla Musica Colta, da Camera e Sinfonica, soprattutto nei due Laudate e in Tre Madri, l’impianto liederistico attraverserà il repertorio da La Canzone Dell’Amore Perduto fino a Ottocento (da “Le Nuvole” del 1990). In questi casi gli argomenti trattati si sposano magnificamente con l’atmosfera sonora, mentre il suono del disco del 1968, “Tutti Morimmo A Stento”, perfettamente inscritto nel suo tempo, trova ogni volta il modo adeguato per legare musica e parole, seguendo la moda delle grandi orchestre ritmico-sinfoniche che impazzavano sulle televisioni di tutto il mondo all’epoca e che segnarono l’esplosione delle colonne sonore cinematografiche in Italia. In tal senso, oltre alla storica collaborazione con Nicola Piovani, è degna di nota la partecipazione ai dischi di De Andrè di diversi altri musicisti di area “colta”, come Bruno Battisti D’Amario, Nicola Samahle e Piero Milesi. La figura del cantautore, a cavallo tra anni 60 e 70 non poteva prescindere dalla profonda conoscenza del repertorio dei Grandi Maestri Americani. Da un lato De André dimostrerà continuamente una grande vicinanza a Bob Dylan, anche nei temi trattati… ma contribuirà in misura notevole alla scoperta di Leonard Cohen, cantautore canadese del quale tradurrà e interpreterà Suzanne e Giovanna D’Arco (Jeanne d’Arc). La prima versione di Amore Che Vieni, Amore Che Vai, La Stagione Del Tuo Amore e tutto “Volume 8” (scritto nel 1973 insieme ad un ancora sconosciuto Francesco De Gregori, altro “allievo” di Bob Dylan) e, più avanti, negli anni 70, La Cattiva Strada e Franziska, sono esempi lampanti dell’influenza americana, resa esplicita dalla traduzione di Desolation Row (Via Della Povertà) e Romance In Durango (Avventura A Durango), nella quale De André e Roberto Colombo cantano in un improbabile, divertentissimo, napoletano. Verso la fine della carriera arriveranno due splendidi omaggi alla canzone classica Napoletana, la strepitosa versione del classico La Nova Gelosia e Don Raffaè, diventata essa stessa, in brevissimo tempo, un vero e proprio caposaldo della canzone partenopea, grazie anche all’indimenticabile interpretazione di Roberto Murolo. L’ennesima dimostrazione di quanto Fabrizio De Andrè sia entrato ed uscito a suo piacimento dalle mode culturali e musicali, negli anni in cui ha inciso, è data dal suo rapporto con il Rock Progressivo. Prima di arrivare alla storica collaborazione con la P.F.M. la contaminazione tra rock, jazz, musica classica e musica tradizionale era stata sfruttata in maniera mirabile già in “Non Al Denaro, Non All’Amore Né Al Cielo”, ed ancora più approfonditamente nel successivo “Storia Di Un Impiegato”, nel quale Nicola Piovani dimostra tutte le sue capacità di orchestratore, ben coadiuvato dal produttore Roberto Danè. La fortunatissima tournée svolta nel 1978 con la Premiata Forneria Marconi è l’apoteosi del Prog italiano, il colpo di coda di un genere ormai sorpassato dalla superficialità della Disco-Music, ma il risultato della trasformazione delle canzoni, ad opera del gruppo rock è stupefacente. I brani acquistano una profondità ancora maggiore e diventano il nuovo standard della produzione cantautorale italiana. Uno dei vertici della produzione rock di Faber è rappresentato da Parlando Del Naufragio Della London Valour, contenuta in “Rimini”, del 1978, e grande esempio di libertà stilistica. In questo brano le influenze Rock Progressive fungono da sfondo per un’interessante metafora politica, tanto quanto succede in Quello Che Non Ho, del 1981 e, soprattutto, nella splendida Una Storia Sbagliata che, l’anno prima, era stata dedicata ad uno dei più oscuri episodi della storia repubblicana, l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto a Ostia nel 1975. L’ultima grande fonte di influenza nella musica di De André, una tra quelle che maggiormente hanno caratterizzato il suo stile musicale, è stata la musica etnica. Tantissime sono state le influenze folcloristiche nella musica del Maestro, partendo dalle influenze del bacino mediterraneo, ad esempio con l’utilizzo del classico giro armonico della tarantella napoletana, utilizzato in Bocca Di Rosa, uno dei più fortunati esempi dell’arte di De André. Nel 1970, invece, aveva utilizzato il suono del sitar per caratterizzare Il Ritorno Di Giuseppe, contenuta ne “La Buona Novella” e, più tardi, Volta La Carta prenderà molta della sua ispirazione dalla musica popolare del centro Italia. Un disco però, merita per intero uno spazio speciale in questa categoria, ed è “Crêuza de mä”, nel quale, grazie anche alla strettissima collaborazione con Mauro Pagani, le influenze etniche sono fortissime. In questo disco il dialetto genovese riesce a fare da base ad una straordinaria serie di influenze musicali mediterranee, che vengono dalla Catalogna, attraverso la Sardegna e si spingono fino al medio oriente, per poi risalire in Grecia ed arrivare a lambire i Balcani. Un grandissimo riconoscimento non ufficiale, questo disco se lo guadagnò quando David Byrne, leader dei Talking Heads, lo inserì nella lista dei suoi dieci dischi preferiti degli anni 80. Negli ultimi due dischi, “Le Nuvole” e “Anime Salve”, il discorso etnico sarà portato avanti con ‘A Cimma, scritta con Ivano Fossati e nella quale si racconta il rituale della preparazione di un tipico piatto genovese, e da Dolcenera e A Cùmba, presenti nell’ultimo disco dell’autore. Cercando di porre l’accento sulle tante, interessantissime e spesso geniali influenze musicali di De André speriamo di contribuire a far ascoltare il suo vasto e prezioso canzoniere in maniera un po’ differente ma, il sogno più grande, è quello di incuriosire qualcuno tra i pochi che ancora non sono venuti in contatto con la musica di Faber o che l’hanno sottovalutato o snobbato.

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