Fabrizio De André: “La canzone dell’amore perduto” (1966) – di Isabella Dilavello

Mi piacevano le cose con una storia. L’armadio appartenuto a un altro, con le tacche della crescita del figlio. La libreria che aveva riposato in una biblioteca e dove si erano appoggiati amanti clandestini. I libri che conservano l’odore delle dita di tutti quelli che l’hanno letti. Mi piacevano le cose che sembrano raccontare e mi tenevano compagnia. Ora invece voglio tutto nuovo. Va bene anche la plastica, basta che sia nuovo, che abbia quell’odore senza nessun odore, che non sa di niente. Vergine. Ecco. Questa è la parola. Vergine. Prenderà il mio odore e sarà il mio, non di un altro. Vergine. Ancora da scoprire al mondo. Ancora da assaporare. Innocente. Sì. Sì. Vergine e innocente. Una pagina da scrivere, senza ricordi, senza frasi già sentite. Che poi si sa, le frasi si somigliano tutte. E tu puoi pure fare l’originale, ma è già stato scritto tutto da Shakespeare. Lo sanno tutti. Allora ti chiedi, che cazzo nasci a fare se tanto è stato già vissuto tutto da milioni di altri nel tuo stesso identico modo. Se l’esistenza è un brano in loop al quale provi a cambiare voce. E visto che è così, almeno i mobili, almeno questi cazzo di mobili che stanno con me nella stanza dove respiro, mangio, faccio l’amore, almeno i mobili siano nuovi, vergini, innocenti, senza una vita passata.
Perché la mia, benché sia mia, benché dicano che mi appartenga, già un altro l’ha vissuta, lontano da me forse, e sa già cos’è. Non ho nemmeno sessant’anni anni. Sono lontanissimo ad averli, sessant’anni . E ho cambiato più lavori che spazzolini da denti. Per non parlare degli amori. Cominciati più o meno e finiti sicuramente. E in tutti i modi immaginabili e non. Qualche fine mi ha sorpreso, lo ammetto. Non per la sua inevitabilità ma proprio per il modo. (La sappiamo tutti, la fine. Fingiamo di ingannarla, ma la conosciamo. La fine è la fine. È assenza di respiro. È assenza di un “dopo, quando mi sveglio”. La fine arriva quando è finita. E finisce per tutti)
. Ricordi, sbocciavan le viole con le nostre parole / non ci lasceremo mai, mai e poi mai / vorrei dirti ora le stesse cose / ma come fan presto, amore, ad appassir le rose / così per noi… Poi si ricomincia, ma tanto è uguale dicevo. Anche se pensi “vediamo che succede” e apri un pochino la porta per sbirciare. Anche se per qualche frazione di secondo speri… Come quella volta. Ti ricordi quella volta? Mi ricordo tutte le volte. È quello il problema.
E quella era cominciata in bagno, davanti lo specchio. La schiuma da barba che copriva mezza faccia e la lama del rasoio che scivolava sicura, fino alla prima distrazione. Due rivoli rossi a tracciare il bianco. Niente. Non ho potuto farci niente. Allo specchio mi sono visto uguale uguale a Gregory Peck mentre aveva la visione di quell’omicidio lungo il crinale del monte innevato. Amnesia da trauma e vertigini e svenimenti per ogni riga scura su fondo bianco. Gli sci dell’assassino… “Io ti salverò“. Il titolo del film, dico. Io ti salverò. Ti guardi allo specchio e pensi sia possibile che esista la persona in grado di giurarti “io ti salverò”. Quella volta l’ho pensato. Lo squillo del telefono e il mio cervello ha registrato “ecco che mi salva”. Da cosa? Da cosa? Da cosa vuoi essere salvato, dì…dillo, dai. Da quello che diceva Ingrid Bergman/psichiatra, credo: “Eppure nessuno ha fatto tanto male all’umanità come i poeti
. Salvami dalla psichiatria, ti prego. Dall’analisi di tutti i gesti, di tutte le dimenticanze, di tutti i silenzi, di tutte le parole. Dalla chimica prescritta dopo l’analisi. Salvami dall’ansia, dalla fame, dal non averne abbastanza, dall’abbastanza.
Dai cassetti che controllo, dalle porte, dalle uscite, dal
buio oltre la siepe. Ti prego, per favore e anche per piacere. Salvami. Salvami. Da mia madre che non è riuscita a uccidersi. Dall’assuefazione, dalla noia, dalle mie spalle che sembrano voltarsi a tutto. Salvami dai poeti. No, dai poeti no. Lasciami a loro. Ma non lo so da che mi devo salvare, sono tutte cazzate. “Ecco che mi salva” e ho risposto al telefono. L’ho sporcato di sapone da barba e gliel’ho detto. E sono iniziati quindici mesi di telefonate, di incontri che nessuno sapeva. Finché non c’è stata luce ho amato tutto. Inevitabilmente. Quando sei nascosto non t’aspetti niente, va bene. Esci dall’ombra e arriva sempre uno che ti chiede perché non t’aspetti qualcosa. Perché finisce, ecco perché. È stato lì che ho deciso di farla crescere, la barba, e ho deciso che mi sta bene. Mi piacevano le cose con una storia. L’armadio di un altro. I libri con le pagine che odorano delle dita che l’hanno sfogliato. Mi piacevano le cose che qualcuno teneva a memoria. Come le cicatrici. Ma le cicatrici che lasciamo uccidendo un amore, sono un trucco. Una maschera. Sarebbero cambiati lo stesso i tratti. Evoluzione, si chiama. I nostri addii non c’entrano niente. Io non c’entro niente. Io non sono mai stato niente. Niente di essenziale. Un assaggio, tutt’al più. Un buon assaggio. L’amore che strappa i capelli / é perduto ormai. / Non resta che qualche svogliata carezza / e un po’ di tenerezza.
Comunque, mobili nuovi significa negozi d’arredamento. Un’amica mi dice “accompagnami da Ikea, prendo una billy e tu ti guardi intorno”. E vado. E mi guardo intorno. E mi sembra di stare a casa di quel mio amico di Londra che non vedo dai tempi del dottorato. Sul teatro vittoriano, il dottorato. E pure a casa di Mary, l’amica carina di Vienna che mi ha ospitato su Futonen, o come diamine si chiamano quei divani, per un paio di mesi durante un mio passaggio a vuoto. Come una vite spanata. Non sapevo più a cosa stringermi. Una vita spaiata. Due mesi, il tempo di cucinarle tutti i piatti che sapevo e di farmi venire la schiena a libro. Mentre cammino tra gli scaffali, mi sento a casa di un migliaio di persone. Niente casa mia. Chissà come devono essere i mobili nuovi perché siano miei. Miei come il pezzo di strada che faccio in bici. Miei perché ci sto sopra. Così diceva Andrea. Andrea che era alto e grosso il doppio di me. Andrea che mangiava i biscotti quattro a quattro schiacciandoseli in bocca, con la mano aperta… così… Andrea che rideva con la “e”. Andrea che sbiancava di paura quando gli dicevo: “sono il tuo obiettore“. Invece di passare il militare, accompagnavo Andrea ovunque. “mi ci porti dalla tipa che mi fa le gambe?” e si partiva la mattina presto per andare dalla fisioterapista che stava a 80 chilometri, ché al paese di Andrea non c’era niente.
La tipa che gli faceva le gambe gli aveva detto di usare con pazienza la bici per spostarsi ora che stava meglio, così magari dimagriva un po’ e si rafforzava i muscoli. E Andrea l’aveva presa seria ‘sta cosa. Solo che la madre gli aveva detto di non attraversare se era solo e mai, mai se non c’erano le strisce. E allora lui pur di non dare un dispiacere alla madre, andava contromano in bici e a chi gli suonava, urlava “ci sto sopra, è mia”. E intendeva la strada. Quando son passati due anni, sono andato via senza tornare più. Quando finisce, finisce. E in quel paese non c’era niente. C’era Andrea. C’era troppo. Gli ho regalato il mio cappotto, quello che mi piaceva ma mi stava troppo grande. Ti sta sopra. Sei suo adesso. Non un abbraccio. Non un bacio. Pioveva. Sono andato via di corsa. Quando si esce di corsa da un posto piove sempre. Piove anche quel giorno lì, uscendo di corsa da Ikea. Niente billy, amica mia. Mi dispiace. Non oggiE quando ti troverai in mano / quei fiori appassiti / al sole di un aprile / ormai lontano li rimpiangerai. Non lo so, non lo so più. Forse voglio tutto nuovo per non distrarmi con le storie degli altri. Non voglio più distrarmi e andare a sbattere contro un muro. Sono stanco di rompermi. Di sentire l’eco di me stesso che mi rompo. Che suona come un vaso di ceramica raku… è importante la biscottatura per il raku. Ma si rompe lo stesso. Tutto continua a rompersi.
Piatti e patti non stretti per bene. Ci sono le discariche intasate di cose che si sono strappate, crepate, ferite. Devo decidermi. Ma tanto è uguale. E se uguale, che almeno sia bello. Che abbia profumo. E torno lì, dal rigattiere. Quello vicino al ponte dove d’estate vanno a dormire i gabbiani. Quello che si confonde con le robe verde rame, quello con la barba a nido d’uccello. Quello che racconta delle origini, dei viaggi, delle ragnatele di tutti i pezzi in cui inciampi mentre giri nel suo campo. Inciampo in una fotografia, prima metà del 900. Un giovane uomo con una benda sull’occhio destro, una spilletta con il tricolore vicina a quella con l’onorificenza di Cavaliere. Doveva essere tornato vivo per caso dalla guerra. Non sorride. Sta. Guarda fisso l’obiettivo, serio. Cerco fierezza ma non ne trovo. Sta con la determinazione di una pianta. Sta lì, semplicemente in posa per una foto ricordo. Ricordo di cosa? Ricordo per chi? Somiglia a mio nonno, che però gli occhi li copriva con occhiali scuri scuri e non aveva più le mani e io gli giravo le carte quando si giocava a tressette. Somiglia a una cicatrice che non è un addio. Che non ho lasciato io. La memoria è una cicatrice che prude con il tempo quando cambia in peggio. Somiglia a tanti saltati in aria e tornati lo stesso.
Tornati interi meno un pezzo. Un pezzo che forse non è quello che vedi che manca. Mi viene voglia di baciare la fotografia e lo faccio. Il rigattiere mi guarda. Non dice niente. Mi fa segno con le dita ed è chiarissimo: “cinque euro”. Mi porto via la foto e chiamo la mia amica. Domani andiamo a prendere la billy, le dico. Sulla mia credenza nuova metterò lo sguardo a metà di quell’uomo che un po’ era stato giovane e che somiglia a mio nonno e a tanti che sono sembrati salvi e che lo sarebbero stati con un bacio in più. Come i ranocchi delle fiabe. E magari mi salvo anch’io, con un bacio in più. Quello che non ho avuto. Quello che non ho dato. Quello che non avanza mai. Quello che non è ancora abbastanza. Un bacio ancora vergine e innocente e non scritto. E sull’armadio nuovo ci farò delle tacche per vedere se mi curvo e per confondere le idee, regalare una storia da immaginare a chi se lo porterà a casa dopo di me. Darò baci fino all’ultimo giorno. Ci baceremo fino all’ultimo giorno. Darò baci fino all’ultimo giorno. Almeno un bacio per ogni giorno. E sarà la prima che incontri per strada, / che tu coprirai d’oro / per un bacio mai dato, / per un amore nuovo.

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