Fabrizio De Andrè: Il Testamento di Tito” o della giustizia in terra e in cielo – di Valter Di Giacinto

“Non pensate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; io non sono venuto per abrogare, ma per portare a compimento” (Matteo 5:17). Il messaggio cristiano dell’Eu-anghèlion – la lieta notizia – non ha mai cessato di rappresentare un punto di riferimento nell’etica e nella poetica di Fabrizio De André, sebbene l’avversione per qualsiasi tipo di gerarchia di potere o forma di pensiero dogmatico lo abbia tenuto sempre distante dall’aderire a una specifica religione di tipo confessionaleAlla figura umana del Nazareno, De André aveva già in precedenza dedicato un brano di grande intensità (Si chiamava Gesù), uscito inizialmente come retro del 45 giri “Preghiera in gennaio” e pubblicato in seguito nella raccolta “Volume 1°” del 1967In seguito, nel 1969, nel pieno ribollire delle rivolte studentesche e operaie, decise, con una scelta che all’epoca apparve superficialmente anacronistica, di tornare sulla figura del Cristo, affidando a un intero album, “La buona novella”, pubblicato l’anno successivo, l’esposizione della sua personale rilettura dell’annuncio cristiano, il cui carattere profondamente rivoluzionario rivendicò strenuamente nelle interviste rilasciate in occasione dell’uscita del disco. Il “Vangelo secondo Faber” si caratterizza per il grande risalto conferito ai personaggi che, nelle vicende narrate dagli evangelisti canonici, entrano invece, tutto sommato, come semplici comprimari, inclusi gli stessi Giuseppe e Maria (un maggiore spessore a tali figure è conferito dai vangeli apocrifi, dal cui studio approfondito l’autore trasse molto del materiale narrativo confluito poi nell’opera). 
Nel suo scavare nella personalità degli uomini e delle donne la cui vita incrociò il percorso terreno del Nazareno, un capitolo straordinario fu dedicato da De André alla figura di Tito, il “ladrone buono” crocifisso a fianco di Gesù sul Golgota, di cui riporta il testamento morale, gridato giù dalla croce tra gli ultimi rantoli e gli spasimi dell’agoniaIl Testamento di Tito è divenuto da allora, e a ragione, uno dei capisaldi dell’intera opera di De André, sistematicamente presente nella scaletta dei suoi spettacoli dal vivo. Nel brano troviamo infatti esposta e argomentata punto per punto, in una sorta di Somma Teologica laica e dissacrante, la sua intera visione del mondo, una vera e propria “road-map” a cui attenersi nell’orientare il proprio percorso terreno alla ricerca di una giustizia che si tenga, per quanto possibile, al riparo da semplificazioni, dogmatismi e insidie del potereL’aver messo il suo personale vangelo in bocca a un personaggio dalla dubbia moralità non sorprende certo chi conosca l’opera di Faber, che sin dall’esordio con “La città vecchia” (1966), il suo primo singolo, si era fatto notare per quella che apparirà in seguito come una vera e propria ossessione: il continuo cercare tra ladri, malfattori, zingari e altri “tipi strani” le uniche Anime salve ancora rimaste a questo mondo. Anche l’idea del lascito testamentario, del porsi in ascolto della testimonianza del protagonista nel momento della dipartita, è un escamotage narrativo ricorrente nella sua opera, già messo a tema nel Testamento (1966), brano che risale ai suoi esordi, e fatto oggetto in seguito di un intero album, quel “Non all’amore, non al denaro né al cielo” (1971) in cui i trapassati evocati da Edgar Lee Masters vengono chiamati a fornire ex-post un’interpretazione autentica delle proprie vicende terrene, allo stesso tempo personali e paradigmatiche
Ne Il Testamento di Tito questi due filoni della poetica del cantautore genovese convergono mirabilmente nel discorso pronunciato in punto di morte dal condannatoCon l’approssimarsi del momento dell’addio, vediamo infatti il malfattore ripercorrere le tappe della propria esistenza e sottoporre nuovamente a giudizio il proprio (e l’altrui) operato alla luce di ciascuno dei dieci precetti che Mosè portò giù con sé dal monte Sinai, rispetto ai quali era stato già in precedenza giudicato e condannato dai tribunali presieduti da scribi e gran sacerdotiVediamo quindi egli, che il potere crocifigge proprio in quanto accusato di aver violato la Legge divina, approfittare dei suoi ultimi momenti per dar voce a una formidabile arringa con la quale il potere che ne ha sentenziato la morte viene a sua volta chiamato a rispondere della propria condotta e, precisamente, nei confronti di quei dieci comandamenti di cui si fa in prima persona custode e promulgatoreIl testo messo nero su bianco da De André è, all’apparenza, di quelli destinati a suscitare scandalo sin da subito negli alti scranni dottrinali di tutte le religioni planetarie (quantomeno di quelle monoteiste che si riconoscono nell’Antico Testamento). Ma, a ben guardare, se di scandalo si tratta, esso non appare differire dal medesimo sentimento suscitato all’epoca da Gesù stesso (“E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!” Luca 7, 23). Il senso profondo della perorazione di Tito si presenta, infatti, pienamente aderente a quello che traspare, ad esempio, dalle parole che l’evangelista Matteo attribuisce al Cristo in questi due passi del suo VangeloGuai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello” (Matteo 23, 23-24). 
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo. O, come potrai tu dire a tuo fratello: “Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza”, mentre la trave è nell’occhio tuo. Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello” (Matteo 7, 3-5)
Viene quindi da chiedersi se, per come esso traspare dalle affermazioni del ladrone, l’atteggiamento di De André verso la Legge per eccellenza, il Decalogo biblico, sia quello di chi viene per abolire, per cancellare, o non sia piuttosto quello che il Gesù di Matteo reclama per sé nella citazione riportata sopra in apertura, ovvero quello di chi intende non abrogare ma fornire una nuova, e definitiva, chiave di lettura, che consenta finalmente di portare a pieno compimento il dettato, inevitabilmente astratto, di quei precetti generalissimi che sono i dieci comandamentiSimmetricamente, l’anarchia professata più o meno esplicitamente da Faber (“Non esistono poteri buoni”, sentenzierà il protagonista a conclusione della “Storia di un impiegato”), è da intendersi come un atteggiamento di rifiuto di ogni legge, di ogni comandamento, umano o divino che sia, o non è piuttosto da considerare una rivolta contro ogni forma di potere che della legge avochi unilateralmente a sé vuoi la promulgazione (gli scribi), vuoi l’interpretazione (i farisei)? Fatti salvi i primi due comandamenti, che pongono in questione il rapporto diretto tra Dio e la persona che a lui si rivolge dandogli del tu (“Credevano a un altro diverso da te”) e che meriterebbero una discussione a parte, nel ripercorrere le proprie vicende alla luce di tutti gli altri otto comandamenti, Tito non fa che riproporre sostanzialmente le medesime accuse rivolte da Gesù stesso a scribi e farisei ipocriti della sua epocaCostoro vengono infatti redarguiti e screditati per avere travisato il senso profondo delle leggi divine, fornendone una lettura superficiale, sterile e finanche capziosa, quando ciò si è reso utile al fine di potersene servire per arricchirsi alle spalle altrui (“Io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”). 
Sull’ottavo comandamento, in particolare, l’invettiva di Tito ricalca alla lettera quella rivolta dal Nazareno a scribi e farisei ipocriti, cui viene rinfacciata la cavillosità delle argomentazioni e la totale assenza di misericordia (“Lo sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono”). Ma il “j’accuse” definitivo proferito dal condannato è quello che emerge dalla rilettura del settimo comandamento: “Non devi ammazzare”Con che faccia i giudici, ossia gli scribi e i sacerdoti, all’epoca custodi della Legge ed emanatori delle sentenze, ergendosi ad “arbitro in terra del bene e del male” possono permettersi di violare così platealmente tale comandamento, praticando l’omicidio di stato (“e un ladro non muore di meno”)? Non è forse questa la più grande trave conficcata nell’occhio di chi, facendosi scudo della Legge, contesta la pagliuzza insinuatasi negli occhi altrui? Le assonanze tra le invettive del ladrone e quelle attribuite al Nazareno da Matteo, alla fine dei conti, risultano talmente evidenti che verrebbe quasi da pensare che De André, nel suo scartabellare tra i vangeli apocrifi, si sia imbattuto nel resoconto di un testimone oculare che, sarà stata la distanza o il gran baccano, trascrisse il testamento pronunciato sul Golgota facendo un bel po’ di confusione e finendo per attribuire a Tito parole che erano in realtà provenute dalle labbra di quello dei tre che stava infisso sulla croce di mezzoFuor di battuta, alla luce delle similitudini sopra rimarcate, a entrambi i quesiti precedentemente avanzati, tra le ipotesi alternative ventilate la più plausibile appare in ogni caso la secondaLa società immaginata da Faber, sotto le spoglie del ladrone Tito, non è un mondo interamente privo di leggi, quanto una collettività in cui vige un’unica legge, quella della giustizia sociale, che deve essere tuttavia costantemente interpretata non secondo l’ortodossia voluta dalla maggioranza di turno, ma sempre e solo alla luce di quel sentimento di umana pietà che, a conclusione della sua opera discografica, Faber tornerà a evocare e sancire in maniera definitiva in Smisurata preghiera, il suo ultimo capolavoro: Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore
 di umanità, di verità”.
E come non vedere ancora una volta celato in tali versi uno dei più autentici e accorati ritratti del Nazareno, che emerge quindi come presenza costante (e imbarazzante solo per chi faccia professione di un ateismo a sua volta bigotto) in tutta l’opera di Faber. Mettere in musica un simile, imponente, apparato argomentativo è cosa che avrebbe fatto tremare le vene dei polsi a qualsiasi compositore. La scelta operata da Faber fu, al pari di quella fatta da Dylan per la sua Desolation row (brano che per il suo carattere di “manifesto” presenta notevoli affinità con Il Testamento di Tito), quanto mai minimalista: il medesimo, semplice, canovaccio armonico e melodico viene iterato per ognuna delle dieci strofe che compongono il brano, una per ciascuno dei comandamenti (eccetto gli ultimi due, affrontati in un’unica istanza, vista la loro somiglianza) e una che, a conclusione del discorso, abbandona la narrazione delle vicende passate, e con essa l’intento critico e provocatorio, per catturare l’attimo presente, consentendoci così di contemplare per un istante la scena del Golgota dall’alto di una delle croci. Il brano ha ricevuto arrangiamenti abbastanza diversi nel corso del tempo. L’apparato ritmico è progressivamente cresciuto d’intensità, dalla scarna versione originariamente incisa su disco a quelle ascoltate nelle tournée che si sono in seguito succedute negli anni, con un utilizzo sempre più marcato dei tamburi a rimarcare efficacemente l’impeto dell’arringa pronunciata dal protagonista. Cessata la quale, tuttavia, il crescendo si arresta bruscamente, lasciando Faber nuovamente solo con la sua chitarra nel momento in cui sul colle del Calvario scende la sera e il buio toglie al narratore lo spettacolo osceno del proprio supplizio dagli occhi, per rivelarne tuttavia uno ancora più profondo (“Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore”). Volgere lo sguardo al proprio fianco e accorgersi di non essere i soli al mondo a portare la croce. È da qui che, a conclusione del suo memorabile testamento, il “buon ladrone” di De André sembrerebbe invitarci a ripartire.        

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