Fabrizio De Andrè: “Il Pescatore” o della banalità del bene – di Valter Di Giacinto

Ne Il Pescatore, una delle sue canzoni più universalmente conosciute, Fabrizio De André si spinge, come in pochi altri casi, al nocciolo fondante della sua poetica, che è stata per lui sempre, e inevitabilmente, un’etica, un continuo interrogarsi su come la persona debba condurre la propria azione nel mondo in maniera retta, intellettualmente onesta e sotto l’egida di quel sentimento che normalmente si definisce di “umana” pietà, sebbene gli uomini ne abbiano storicamente fatto spesso volentieri a meno. “Tutti morimmo a stento, ingoiando l’ultima voce / tirando calci al vento vedemmo sfumar la luce. […] Prima che fosse finita, ricordammo a chi vive ancora / che il prezzo fu la vita per il male fatto in un’ora.” Non si comprende tuttavia nulla de Il Pescatore di De André se non se ne riconoscono i drammatici presupposti, come terribilmente narrati dal cantautore, ad esempio, nella Ballata degli impiccati, da cui è tratto questo stralcio. 
Sebbene venga dissimulato dal tono piacevolmente disteso della melodia, che si dipana serenamente in chiave maggiore accompagnata dal placido procedere dell’arrangiamento (punteggiato qua e là finanche da un fischiettare soave e lieto, nella versione originariamente incisa su disco), uno spettro sinistro aleggia infatti su tutto il brano: quello della forca. L’omicidio è infatti crimine per cui l’ordine costituito, in ossequio all’ancestrale principio dell’occhio per occhio, dente per dente, ha da sempre previsto la pena capitale, e ciò anche per il male “fatto in un’ora”, sull’onda di eventi e sentimenti su cui spesso l’animo fragile dell’individuo non si rivela in grado di esercitare alcun controllo. E lo spaurito personaggio che viene alla spiaggia dal pescatore, quasi a voler mettere le mani avanti, si qualifica immediatamente come assassino. Di fronte a tale improvvisa apparizione, vediamo allora il vecchio pescatore costretto a fornire una risposta a un quesito che si ripropone dalla notte dei tempi: come deve concretamente porsi l’uomo, ogni singolo individuo, una volta che Caino bussi alla sua porta? 
“Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden” (Genesi, 4:13-16).
Il pronunciamento biblico al riguardo appare ferreo e indubitabile: «Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Eppure il popolo ebreo, che del Dio che sancì tale dettato si professava discepolo e servo, non esitava a porre a morte mediante la pratica atroce della lapidazione chi fosse stato ritenuto colpevole di una qualche empietà. E sono stati forse meno spietati i tribunali delle nazioni che per millenni si sono apertamente professate cristiane, ovvero seguaci di colui che predicò «chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra»? O sono stati da meno i codici penali delle moderne democrazie laiche occidentali, che hanno convissuto col patibolo fino a pochi decenni or sono, e ancora oggi talvolta lo fanno, come avviene in alcuni stati degli USA? Alla domanda di asilo posta da Caino, la risposta immaginata per il suo pescatore da Faber, da cristiano autentico (sebbene non confessionale, e quindi anomalo e, per certi versi, anacronistico) ci appare da subito palesemente in linea con quella dettata dal Nazareno nel Vangelo di Matteo («Avevo fame e mi avete sfamato. Avevo sete e mi avete dissetato»). Con evidente richiamo al gesto eucaristico, egli si accinge quindi a spezzare il pane e versare il vino. E tutto questo senza neppure guardarsi intorno, in maniera tale da far apparire un simile comportamento quasi banale, tanto ci sembra dispiegarsi in maniera naturale e spontanea. Hannah Arendt, nel riflettere sull’efferata crudeltà delle stragi perpetrate nei campi di sterminio nazisti, sottolineò come alla base di una tale quantità spropositata di male riversato sulla storia dell’umanità si celasse una sostanziale banalità di fondo
Negli esecutori materiali dell’eccidio (o almeno nella vasta maggioranza degli stessi) non vi era infatti traccia alcuna di un odio insanabile per le proprie vittime, né di un espresso proposito sterminatore: essi agivano invece semplicemente in ossequio agli ordini loro impartiti e nel rispetto del ruolo ad essi conferito dalle strutture gerarchiche di appartenenza, a loro volta fondati, in ultima istanza, su codici giuridici e regolamenti attuativi (“We do what we’re told”, facciamo ciò che ci vien detto, canterà anni dopo Peter Gabriel, ripercorrendo gli esiti del celebre esperimento sulle tecniche di controllo sociale del comportamento condotto da Stanley Milgram nel 1961). Il brano di De André, nel suo dipanarsi soavemente “placido e assorto”, a me pare allora attestare che, se è indubbiamente esistita una banalità del male nella storia delle società umane, almeno da quando esse si sono dotate di apparati repressivi e sanzionatori, si dà pure una specularmente contrapposta “banalità del bene”, come testimoniata dall’atteggiamento di chi, posto di fronte alla richiesta di aiuto, sceglie senza indugio la misericordia, anche a costo di porsi in contrasto con la legge. E, invero, il dilemma de Il Pescatore di Faber non si concreta unicamente nel dover decidere quale comportamento tenere nei confronti dell’omicida (avrebbe potuto provare a temporeggiare, facendo buon viso a cattivo gioco e aspettando l’occasione giusta per sopraffare l’intruso o per darsi alla fuga, e questa sarebbe stata probabilmente l’opzione scelta dai più).
Subito dopo la dipartita del giovane criminale, la sua etica viene nuovamente posta alla prova dal destino, che lo obbliga stavolta a scegliere l’atteggiamento da assumere di fronte ai gendarmi giunti a cavallo alla sua dimora sulle orme del fuggitivo. La legge imporrebbe la delazione, ma ciò sarebbe equivalso a sottoscrivere una probabile condanna a morte. Se sia concretamente possibile arrivare al fondo dell’animo di un essere umano nel breve “calore di un momento” e quanto, delle motivazioni profonde, dell’intera storia di una persona, possa essere rivelato da “due occhi grandi da bambino” non è dato sapere. Sta di fatto che il pescatore, all’arrivo dei gendarmi, risponde richiudendosi nel suo enigmatico torpore, lasciando che siano i segni del tempo accumulati sul suo viso a parlare per lui, con un ghigno beffardo. A conclusione della canzone vediamo quindi riemergere il tema, assai caro all’autore, della disobbedienza civile, che si manifesta sullo sfondo del contrasto, mai del tutto sanabile, tra la legge, che disciplina l’universale, e la giustizia, che sempre si dà o si nega unicamente del caso particolare. E quest’ultimo, nelle vicende umane, si manifesta invariabilmente con il volto di una persona in carne ed ossa, con la sua storia singolare il suo vissuto refrattario a qualsiasi stereotipo. La profonda irriducibilità del particolare all’universale, chiara al pensiero occidentale almeno sin da Platone e sancita in maniera ineguagliabile da Aristotele in apertura dell’Etica Nicomachea, in De André si associa poi alla consapevolezza, amarissima, che non ci saranno mai realmente al mondo dei “poteri buoni”, e che quindi un “gesto molto più umano” è sempre preferibile a una biecamente rinunciataria, e quindi essenzialmente complice, “ginnastica dell’obbedienza” (virgolettati da La mia ora di libertà). 
Il giovane protagonista de Il Pescatore non è di certo l’unico omicida che si incontri inoltrandosi nel repertorio del cantautore genovese. Gli fanno compagnia il Miché della ballata omonima, che uccide il rivale per amore dell’amata Marì, l’inquietante protagonista di Sally, che si guarda nello specchio e si scopre omicida al termine di una vicenda dai contorni indefiniti e magici, la coppia di disperati che ammazzano per rivalsa un vecchio povero in canna in Delitto di paese ed altri ancora. Per tutti quanti Faber ha mostrato un unico atteggiamento, dettato da un comune sentimento di misericordia che poggia le sue basi sulla consapevolezza, ineludibile agli occhi del giusto, che cosa significhi in concreto ammazzare “lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”, come canterà alla fine della sua carriera in Khorakhané. Ai rivoluzionari francesi di fine 700 era chiaro che non vi sarebbe mai stata vera libertà e uguaglianza al mondo senza fraternità. Allo stesso modo, per Faber, non si darà mai vera giustizia in terra senza misericordia, a sua volta poggiata saldamente su un profondo senso di fratellanza. Le comunità umane, gli individui stessi, hanno un’inestinguibile sete di giustizia: pensare di poterla placare mettendo semplicemente nero su bianco una serie di obblighi e divieti legislativi, per il Poeta genovese, è puramente velleitario. Il male non si cancella dal mondo con un semplice tratto di penna.

Nota a margine – Circola in rete un’interpretazione che vorrebbe il pescatore ucciso dall’assassino al momento della dipartita di quest’ultimo, plausibilmente al fine di eliminare un testimone scomodo che avrebbe potuto mettere gli inseguitori sulle sue tracce. In questo caso la scena con cui si apre la narrazione sarebbe in realtà esattamente la stessa che si osserva in conclusione, con Il Pescatore steso a terra morto e il solco lungo il viso a dare prova dei colpi inferti dall’omicida. Da lì in poi la narrazione sarebbe quindi un unico lungo flashback volto a illustrare le vicende che avrebbero portato a tale tragico epilogo, ripreso poi nuovamente in chiusura a suggellare il tutto. Premesso che tale interpretazione non cambierebbe di una virgola il senso della canzone come apologo su quella che ho definito la “banalità del bene”, verrebbe tuttavia in questo caso a cadere il richiamo del poeta alla necessità della disobbedienza civile, ogni volta in cui si ponga un conflitto tra il bene stesso e la legge. E questo è, come noto, uno dei temi più cari all’autore, se non il “suo” tema in assoluto, il fulcro su cui ruota in larga misura la sua intera opera. Tuttavia tale lettura appare palesemente forzata. Che non si tratti di un flashback, ma che Il Pescatore fosse a tutti gli effetti placidamente assopito in riva al mare, godendosi l’ombra dell’ultimo sole della giornata, è testimoniato infatti chiaramente dal verso che recita: “Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno”. Questo mostra senza possibilità di dubbio come Il Pescatore non solo fosse assopito quando l’assassino arrivò alla spiaggia, ma fosse rimasto sostanzialmente ad occhi chiusi e immerso nel torpore fino a quando l’omicida non ebbe terminato di proferire la sua richiesta di asilo, pronunciata con tono infantilmente minaccioso (“ho sete e sono un assassino”). L’ipotesi del flashback cade quindi irrimediabilmente e con essa, di conseguenza, anche l’interpretazione che vedrebbe l’assassinio dello stesso pescatore a conclusione della vicenda.

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