Fabrizio De André e Alessandro Gennari: “Un destino Ridicolo” (1996) – di Fabrizio Medori

Non è stato un “caso” letterario, alla sua uscita, questo bel romanzo scritto a quattro mani da Fabrizio De André e da Alessandro Gennari che si dividono diligentemente lo spazio a disposizione. L’impressione netta è che Faber sia il narratore della prima parte, quando si parla di Genova tra gli anni 50 e i 60, con le sue atmosfere ed i suoi umori, popolata da personaggi che pur essendo protagonisti di un mondo torbido e lontano dal conformismo imperante in Italia all’epoca, sono capaci di gesti di grande leggerezza e nobiltà. Al contrario, la Mantova degli anni 70 sembra essere tutta farina del sacco di Alessandro Gennari che però include De André nel suo racconto, proprio nelle vesti del cantante di successo che gli erano proprie. La narrazione non è comunque slegata, mai e, sebbene solo uno dei protagonisti, Bernard, sia presente in tutta la storia e faccia da filo conduttore, tutto il libro tende più a raccontare le vicissitudini di un “ambiente sociale” che la storia dei singoli personaggi. Il respiro corale del lavoro, resoconto molto verosimile di come poteva essere la città portuale proprio mentre uno dei suoi figli più dotati stava diventando una leggenda, ci accompagna nella conoscenza di un mondo inedito e affascinante, nel quale è possibile commettere atti riprovevoli o illegali con assoluto candore, tanto quanto un atto di “giustizia” può causare tormenti atroci. Più intima, cupa e dolorosa, la narrazione della seconda parte non è meno significativa, ci svela un percorso interiore complesso e pericoloso, dal quale il protagonista riesce a salvarsi anche grazie alla vicinanza di Bernard. Fabrizio De André ci ha abituati, durante la sua splendida carriera musicale, a collaborazioni, spesso prestigiose, necessarie per il suo percorso creativo. Anche in questo caso, per dare vita all’universo nel quale si muovono Bernard, il pappone Carlo, Maritza (che viene presentata come l’ispiratrice di Bocca di rosaSalvatore e Veretta, De André ha bisogno di un collaboratore, Alessandro Gennari che entrerà personalmente nel romanzo molto più di quanto non ne sia protagonista Fabrizio. Lo nella prima parte lo stile narrativo di De André è decisamente efficace, ci porta da un ambiente all’altro in un continuo contrapporsi di diversi scenari, in modo da farci conoscere i luoghi intorno ai quali ruotano tutti i protagonisti e un po’ degli ambienti dove ognuno di loro vive, con un continuo cambiamento di “messa a fuoco”. Nonostante questo la sua abilità di narratore gli consente di darci una profonda conoscenza della psicologia di ciascuno degli “interpreti”, ed è fortissima la sensazione che la storia sia raccontata in prima persona, da uno che quei giorni li ha vissuti. La seconda parte, invece, tende a chiudere l’orizzonte del lettore, fino a renderlo spettatore della vita del protagonista-scrittore, dentro una stanza che diventa velocemente sempre più claustrofobica. Al di là della trama che pure ci tiene costantemente attaccati al libro, è lo stile a risaltare, anzi, la contrapposizione tra quello (presumibilmente) di De André che ci regala un affresco dei quartieri vicino al porto di Genova e quello di Gennari che tratteggia due ritratti molto profondi di se stesso (mettendosi completamente a nudo) e di Bernard, dimostrando grande capacità introspettiva. 
Al termine del libro De André ci racconta di come il padre morente sia stato capace di liberarlo dalla schiavitù dell’alcool, facendo irrompere in maniera netta e decisa il suo vissuto all’interno della narrazione, quasi a voler certificare l’autenticità della prima parte del tessuto letterario. Non ne abbiamo bisogno, perché più che l’aspetto voyeuristico veniamo catturati dalla capacità di raccontare e di tessere una trama intricata e intrigante, che trova un degnissimo contrappunto nel lavoro di Gennari.

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