Fabrizio De Andrè: “Ballata dell’amore cieco o della vanità”… sconfitta – di Valter Di Giacinto

“Apòlogo s. m. [dal lat. apolŏgus, gr. ἀπόλογος «racconto»]. – Tipo di favola caratterizzato da uno spiccato senso allegorico e morale”. (vocabolario Treccani). Specie nei primi anni della sua carriera, De André mostrò un certo interesse per l’apologo – il resoconto di talune vicende esemplari da cui dovrebbe essere possibile trarre un qualche insegnamento – e la Ballata dell’amore cieco o della vanità, tra le sue composizioni, è probabilmente una di quelle che meglio incarna tale stilema narrativo. In questa canzone, in particolare, a me pare di poter scorgere delle assonanze cruciali con la celebre favola del lupo e dell’agnello di Esopo, anche se, a una prima impressione, emergerebbe probabilmente un legame più immediato con la favola che narra invece del contadino che allevò una serpe in seno, la cui morale mira espressamente a rimarcare come i malvagi siano destinati a rimanere per sempre tali, anche se vengono trattati con estrema bontà e dedizione. Come nella favola del lupo e dell’agnello, vediamo infatti il finale della storia smascherare le reali intenzioni dei protagonisti, ritratti anche in questo caso l’uno in posizione di subalternità rispetto all’altro, prospettando, a conclusione della vicenda, anche un clamoroso rovesciamento
Nel racconto del favolista greco, come noto, si narra di un lupo che, non pago di poter contare sulla propria soverchiante forza fisica, nell’accingersi a sbranare un malcapitato agnellino tenta di far trasparire anche una sua presunta superiorità morale, pretendendo di giustificare la propria azione come se si trattasse di una giusta ritorsione rispetto ai pesanti affronti subiti da parte dell’agnello o dei suoi parenti stretti. Sebbene si trovi in condizione di estrema debolezza, l’agnello non si sottrae al confronto, ma replica facendo valere fino all’ultimo la verità inoppugnabile delle proprie affermazioni, confutando sistematicamente le argomentazioni pseudo-razionali con cui il lupo vorrebbe giustificare il sopruso che si accinge a compiere («Tu, lupo, mi accusi di intorbidirti l’acqua, ma ciò è assurdo, dal momento che tu sei collocato a monte del ruscello ed io a valle»). Alla fine, rimasto privo di argomenti, il lupo semplicemente passa ai fatti e divora l’agnello. Ciò ci autorizza a dire che il lupo esca vincitore indiscusso dalla disputa con l’agnello? O non si tratta piuttosto della classica vittoria di Pirro? La falsità delle sue affermazioni, com’è del tutto evidente, non scompare di certo con il suo far strage del corpo della vittima. La verità è infatti incomprimibile, sia per il lupo sia per l’agnello e, in quanto tale, essa è sempre potenzialmente rivoluzionaria, dal momento che smaschera irrimediabilmente il sopruso del potente
Che anche il protagonista della ballata di De André si trovi nella condizione dell’agnello sacrificale mi sembra del tutto evidente. Che la bella antagonista si collochi in una posizione di predominio, conferitagli, oltre che dalla sua ammaliante bellezza esteriore, da una estrema spregiudicatezza d’animo, sembrerebbe ugualmente pacifico. Non sono tuttavia del tutto chiare le motivazioni dell’aguzzina, fatto salvo l’accenno a una sua presunta vanità, che “fredda gioiva” al cospetto di un uomo che si uccideva per il suo amore. Assumendo quindi che l’atteggiamento della fanciulla fosse effettivamente dettato da una smisurata vanità, volendo giustificare fino in fondo il parallelo tra i due apologhi che siamo andati sviluppando, toccherebbe ora dimostrare fino a che punto un simile movente possa essere rinvenuto anche alla base del comportamento del lupo della favola. A ben guardare, anche in questo caso le somiglianze appaiono evidenti. Mentre la serpe morde il contadino in maniera del tutto istintiva e meccanica, il lupo di Esopo non sembra comportarsi in maniera altrettanto predeterminata. Non lo vediamo infatti agire spinto dai morsi impellenti della fame, dal momento che l’incontro tra i due è del tutto casuale e dovuto al fatto che accidentalmente si erano entrambi recati ad abbeverarsi presso il medesimo ruscello.
Né, d’altronde, se fosse effettivamente stato a caccia in quel momento, il lupo avrebbe avuto motivo di accampare tutta quella serie di giustificazioni per i propri intendimenti aggressivi, essendo il suo comportamento in tal caso dettato da rigide leggi di natura. Parrebbe, di conseguenza, che anche il lupo di Esopo agisca esattamente sotto la spinta di un sentimento di sostanziale vanità, affinché gli venga cioè riconosciuta un’indiscussa egemonia, morale e materiale, rispetto all’agnello. E quando le pretese di supremazia morale vengono sistematicamente smentite dalla vittima, si vede infine costretto a far leva unicamente sulla sua prestanza fisica. Ma la sua vanità non può che risultarne irrimediabilmente offesa. Qual è allora la sfida che, sulla scia del confronto raffigurato da Esopo, nell’apologo di Faber vediamo la donna-lupo ingaggiare con il proprio spasimante-agnello? È solo la voglia di veder riconosciuta inequivocabilmente la propria incontrovertibile supremazia a indurla a spingere l’innamorato a commettere i più efferati crimini a un solo suo cenno? A portarlo infine a infliggersi la morte per propria mano, di fronte alla sua richiesta della prova d’amore definitiva? Che le cose non stiamo esattamente così, lo rivelano i versi conclusivi della ballata:

“Ma lei fu presa da sgomento
 / Quando lo vide morir contento.
Morir contento e innamorato
 / Quando a lei niente era restato.
Non il suo amore non il suo bene
 
Ma solo il sangue secco delle sue vene”.
No, la vanità della donna non si sarebbe mai appagata col semplice abbeverarsi del sangue della propria vittima, ridotta in condizione di irreparabile soggezione: ella ne reclamava l’intera anima. Voleva dimostrare l’inconsistenza del suo amore, la sua fugacità una volta messo di fronte alla prova ultimativa. E con essa l’infondatezza di ogni possibile sentimento di vero amore al mondo. Lei non desiderava quindi la morte dello spasimante, ma che, al contrario, all’ultimo momento egli si tirasse indietro. Era questo il suo piano diabolico. Vi immaginate infatti se il nostro innamorato, dopo essersi macchiato del più orribile dei crimini, assassinando la propria madre, una volta posto di fronte all’estremo ultimatum avesse voltato la faccia, ammettendo così l’inconsistenza del proprio amore? Mefistofele in persona non avrebbe potuto vantare con Faust un trionfo più grande. L’anima del giovane sarebbe andata perduta per sempre. Ma ciò, con grande disappunto e sgomento della bella, non accade. Il suo piano va miseramente in frantumi allorquando, sulle orme di Socrate e di Giordano Bruno, il protagonista accetta finanche di morire per il proprio ideale (e non “di morte lenta”, come avrebbe in seguito cantato sardonicamente De André in un altro brano, preso a prestito da Brassens), rifiutando fino all’ultimo l’abiura delle proprie convinzioni e accettando così di andare incontro alla pena capitale, pur di fornire la testimonianza definitiva della verità dei propri intenti. Sottrarsi al giudizio, e all’inevitabile verdetto di condanna, sarebbe stato possibile per il giovane protagonista della Ballata dell’amore cieco o della vanità, così come lo fu per Socrate e Bruno.
Per tutti loro l’abiura avrebbe tuttavia significato ammettere l’inconsistenza, la sostanziale falsità delle proprie intenzioni, e con essa la futilità dei rispettivi progetti di vita. Egli sceglie invece di confermare quello che per lui era incontrovertibilmente il Vero. Tutt’altro che cieco di fronte alle terribili circostanze che gli si paravano di fronte, l’innamorato riconosce, e testimonia fino alle estreme conseguenze, la verità inoppugnabile del proprio sentimento; va quindi incontro alla morte col sorriso. Così come fa pure l’agnello nella favola di Esopo, che avrebbe anch’egli potuto provare sottrarsi al confronto, o quantomeno accennare a un tentativo di fuga. Decide invece di tener testa all’avversario, facendo valere l’unica arma a sua disposizione in quel momento: quella della verità inconfutabile. In tal modo entrambi, il giovane innamorato e l’agnello, ci dimostrano che in un duello all’ultimo sangue si può vincere anche morendo, così come si può essere sconfitti pur rimanendo in vita. E proprio questa potrebbe essere la “morale” da trarre a conclusione di questa memorabile favola immaginata dal poeta genovese.

p.s.: Benché io abbia sopra paragonato l’atteggiamento del protagonista della ballata a quello dei filosofi Socrate e Bruno, l’exemplum da chiamare in causa sarebbe stato, con ogni probabilità, un altro: quello di colui che, rantolando senza rancore, perdonò con l’ultima voce chi lo uccideva fra le braccia di una croce.

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