Fabrizio De Andrè: “Amico fragile” (1974) o dell’addio all’infelice coscienza borghese – di Valter Di Giacinto

«Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, tutto ciò che è sacro viene profanato»
(K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista).
Nell’opera di Fabrizio De Andrè, pur venendo sin da subito messe sagacemente alla berlina, le insanabili contraddizioni della propria condizione sociale, borghese e di matrice cattolica (e quindi costretta giocoforza ad essere sistematicamente ipocrita, nei restanti giorni della settimana, rispetto al dettato evangelico professato la domenica a messa), sono a lungo riemerse nella forma di un oneroso vissuto personale, un fardello di cui l’artista e l’uomo hanno a lungo faticato a liberarsi. Max Weber ha notoriamente sostenuto che la religione protestante sia l’unica pienamente compatibile con l’etica del capitalismo, con il suo culto del profitto e dell’accumulazione di ricchezze senza limiti. Per i protestanti, infatti, solo la fede nell’insondabile e l’insindacabile grazia divina salva il cristiano, non le opere buone da questi concretamente compiute stando al mondo. Arricchirsi a dismisura è quindi perfettamente lecito, anzi, il successo mondano è interpretato dai calvinisti come indice dell’esistenza di una speciale predestinazione. Non così per i cattolici. Per essi, almeno formalmente, l’arricchimento personale rimane un vulnus, un grosso inciampo sul cammino di elevazione che porta alla salvezza.
“Date a Cesare ciò che è di Cesare (ossia il vile denaro che porta la sua effige impressa sopra) e a Dio ciò che è di Dio” (l’anima, priva di ogni incrostazione materialistica): così sta scritto. Un corollario della tesi weberiana dell’inidoneità della fede cattolica rispetto al pieno dispiegamento delle forze borghesi e capitalistiche, sta dunque nell’ineluttabile persistenza nel borghese cattolico di una coscienza profondamente infelice. Nella sua corsa al successo mondano mediante l’accumulo, di generazione in generazione, di ricchezze sempre più ingenti, il capitalista cattolico non può infatti fare a meno di constatale il progressivo ampliarsi di una distanza incolmabile rispetto ai precetti evangelici della carità e della sobrietà (se non della povertà tout-court). Per Fabrizio De André, in conseguenza dell’esser venuto al mondo in un’agiata famiglia della borghesia colta genovese, il cursus honorum, conclusi gli studi classici, avrebbe previsto una prestigiosa carriera forense, una volta conseguita la laurea in Legge. Con grande disappunto del padre, tuttavia, le attitudini e le intenzioni del giovane puntavano in tutt’altra direzione. Faber si rivelò uno studente universitario assai poco assiduo e abbandonò infine gli studi per dedicarsi in maniera risoluta alla sua scandalosa passione per la canzone d’autore, sulle orme degli chansonniers “maledetti” della scuola francese, primo tra tutti Georges Brassens. Anche al fine di evitare lo stigma sociale del passare per nullafacente (e non si dà onta peggiore di questa nella morale borghese), il giovane De André fu tuttavia costretto ad accettare l’impiego amministrativo offertogli dal padre presso l’istituto scolastico privato di cui era proprietario. Un’esperienza di travet che lo segnò profondamente e che riemergerà in seguito nella figura del piccolo burocrate posta al centro di “Storia di un impiegato” (1973), personaggio che contempla se stesso tristemente occupato in attività ripetitive e senza senso come “contare i denti ai francobolli”
Fu, come noto, un inatteso colpo di fortuna, ovvero la scelta di Mina di incidere La Canzone di Marinella portandola al successo del vasto pubblico, a cambiare il corso degli eventi, consentendo a De André di iniziare a vivere del proprio lavoro di compositore e interprete di canzoni. Il senso dell’essere venuto meno a un impegno implicito, a un destino borghese pienamente rispettabile e consono ai suoi natali, rimarrà tuttavia in qualche modo incombente sulle sue vicende personali, influenzando inevitabilmente anche il suo discorso artistico. Dopo aver fatto definitivamente i conti con la propria educazione cristiano-cattolica ne “La Buona Novella” (1970), Faber aveva quindi affidato proprio a “Storia di un impiegato” il compito di sancire il definitivo distacco dalle proprie, altrettanto ingombranti e contraddittorie, ascendenze borghesi. In questo secondo caso, tuttavia, il tentativo di emancipazione maldestramente condotto dal protagonista dell’album è da considerarsi sostanzialmente fallito (“Sono riusciti a cambiarci, ci sono riusciti, lo sai”, canterà infatti il protagonista), sebbene l’esito finale della vicenda in carcere lasciasse intravedere una qualche speranza di riscatto, legata al maturare di una consapevolezza sociale nuova, fondata sulle basi anarchico-utopistiche coltivate dal Poeta sin dalla gioventù (“Non esistono poteri buoni”). Che in buona misura il tragitto restasse ancora da compiere lo testimonierà in seguito il fatto che, solo un paio di anni dopo, in Amico fragile (1974), singolo poi inciso in “Vol. 8” (1975), vediamo ritornare in primo piano la scottante consapevolezza di trovarsi, malgrado gli enormi sforzi compiuti, sostanzialmente al punto di partenza: costretto ad affidare ai fumi densi e scarlatti dell’alcool (“evaporato in una nuvola rossa”) la propria domanda di affrancamento da un contesto sociale fattosi vieppiù opprimente
«La canzone più importante che abbia mai scritto è forse Amico fragile, sicuramente quella che più mi appartiene. È un pezzo della mia vita: ho raccontato un artista che sa di essere utile agli altri, eppure fallisce il suo compito quando la gente non si rende più conto di avere bisogno degli artisti»
Il brano, per ammissione stessa dell’autore, ha un carattere schiettamente autobiografico. Faber raccontò di averlo scritto in una sola notte, in fuga da un party estivo organizzato in una lussuosa villa dell’esclusiva costa settentrionale sarda, a Portobello di Gallura, costretto per l’ennesima volta a cercare rifugio nell’alcol dopo essere violentemente venuto meno alle pretese dei commensali, perennemente alla ricerca di un nuovo Dioniso da smembrare nel vano tentativo di saziare la propria insanabile fame di vita autentica, di vederlo nuovamente esibirsi per loro alla chitarra. Il testo della canzone, snocciolato sullo sfondo di un arpeggiare febbbrilmente rapido e convulso, vorrebbe sposare il tono caustico dell’invettiva, sebbene veda il narratore costretto ben presto a constatare amaramente, per un’ineludibile esigenza di onestà intellettuale, di essere solo più ubriaco di coloro che lo circondano: una differenza di grado, quindi, e non di genere. Ciò nonostante, in Amico fragile l’icastica messa a nudo della coscienza infelice borghese-cattolica si manifesta con lucidità impressionante, ponendo le basi definitive per il suo superamento. Le caratteristiche del proprio milieu sociale causticamente stigmatizzate nel testo sono essenzialmente due. Da un lato il suo inesauribile feticismo, l’idolatria della merce e dell’oggetto come status symbol. Dall’altro lato, la sua irredimibile superficialità, l’impossibilità di ogni attaccamento profondo, la totale assenza di responsabilità, la distrazione che si spinge fino a far perdere alle giovani madri le tracce dei propri stessi figli, abortiti per disattenzione più che per fatalità o scelta deliberata (“Lo sa che io ho perduto due figli? Signora, lei è una donna piuttosto distratta”). 
Il feticismo borghese del possesso, dell’avere come manifestazione irrinunciabile di ogni possibile essere, sembra peraltro contaminare anche il protagonista della denuncia, che vediamo cercare istintivamente anch’egli ancora una volta scampo nel mercimonio, nel “barattare la mia chitarra e il suo elmo con una scatola di legno che dicesse perderemo”. Ma non è possedere un cane di nome Libero che ci renderà in alcun modo più liberi (e di ciò l’autore dell’invettiva è perfettamente conscio). La vera emancipazione starà piuttosto nel non averne, di cani (quantomeno non nel senso del possesso reificato); meglio ancora, nel non possedere alcunché
«La salvezza può arrivare solo dai prolet». (Winston Smith, in “1984” di G. Orwell). Nel delirio autoreferenziale del protagonista, autopunitivo senza che ciò conduca ad alcuna cristiana redenzione, emerge tuttavia sullo sfondo, anche se solo per un istante, lo scorcio di una realtà “altra”: quella del popolo, pasolinianamente antiborghese, dei contadini in pensione e delle loro donne, a cui rivolgersi di tanto in tanto per “affittare un chilo d’erba” nel tentativo, ancora una volta vanamente feticistico, di ritrovarvi dentro una parvenza di autenticità. Sembra un particolare insignificante, ma è invece cruciale, in quanto è proprio da lì, dal ritorno alle radici della civiltà contadina e pastorale, che si dipanerà la strada verso l’emersione definitiva da una condizione di apparentemente invincibile ubriachezza. Se la società borghese, irrimediabilmente alienata, costituisce senza alcun dubbio il male, la cura verrà di conseguenza individuata nell’esilio autoinflittosi presso l’Agnata, una sperduta masseria dell’entroterra sardo, ovvero quanto di più vicino all’ideale di un moderno Far West, di un territorio selvaggio e non ancora raggiunto dalla modernità capitalistica, fosse ancora possibile rinvenire all’epoca restando in Italia… ma questa è un’altra storia, e converrà tornarci su in seguito.

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