Ewan MacColl: “Dirty old town” (1949) – di Francesco Picca

L’infanzia di James Henry Miller, i suoi giochi di bambino, così come le prime scorribande e i primi amori, hanno avuto come teatro i mattoni rosso bruno delle case operaie di Salford, nella periferia di Manchester dove, negli anni 20, si respirava il tanfo delle fabbriche e l’aria grigia sapeva di mancato riscatto… questo è lo sfondo tratteggiato nel testo di Dirty old town, uno dei tanti successi musicali di James, divenuto poi famoso con lo pseudonimo di Ewan MacColl. La prima incisione del brano è del 1956, insieme ad Alan Lomax and The Ramblers e a Peggy Seeger. La vera fortuna di Dirty old town è da attribuire ai Dubliners prima e, successivamente, ai Pogues che l’hanno reso un classico della musica popolare. Ricordo la mia autoradio in una notte del 1989: Radio Rai trasmetteva in diretta il concerto degli U2 da Dublino. Era la notte di capodanno. Bono intonò una strofa di Dirty old town, una sola strofa, quasi come fosse una nenia, per poi scivolare verso l’intro di Bad sugli armonici della chitarra di The Edge. C’è una versione di Dirty old town che non mi stancherò mai di ascoltare. Una delle tante, arricchita però da un contesto e da una atmosfera impareggiabili. È quella dei Pogues, registrata nel settembre del 2012 a l’Olympia di Parigi in occasione del trentennale della band. Un teatro strapieno e l’atmosfera di una vera festa di compleanno. Tanti amici e nessuna scenografia. Sul palco un gruppo allargato di una decina di musicisti: l’armonica a bocca, la chitarra acustica, il banjo, l’ukulele, una batteria minimale, il sax, la tromba, il trombone. Nel mezzo la voce di Shane MacGowan. Sempre che quella voce la si voglia banalmente definire come tale, oppure non ci si voglia sforzare nella ricerca di altre attribuzioni, di una connotazione più dignitosa e più esaustiva rispetto alla complessità dell’insieme alchemico di corpo, anima e filosofia che da più di quarant’anni soffia, spesso a fatica, tra le corde vocali di MacGowan. Giù dal palco, in una celebrazione estemporanea di San Patrizio, si mescolano centinaia di anime danzanti sotto una bandiera irlandese che ondeggia sulle loro teste passando di mano in mano. Gli abbracci, i girotondi sghembi concessi dallo spazio esiguo, i salti, i sorrisi, la musica che tutto risolve e tutto appiana. E poi MacGowan che, tra una strofa e l’altra, dispiega un piccolo vessillo di Manchester, la città in cui MacColl è nato ed ha scritto e musicato la canzone nel 1949, utilizzandola inizialmente come intermezzo per un cambio di scena della sua opera teatrale “Landscape with Chimneys”. Nella voce di MacGowan c’è un universo multiforme. Ci sono le danze tradizionali irlandesi ballate da sua madre, c’è la compostezza reverenziale del padre diocesano, c’è l’erba umida della fattoria irlandese dove è nato, c’è il brusio della City Londinese dei primi anni 70 e c’è il suo graffiante passato punk quando apriva i concerti dei Clash… e poi ci sono l’alcool, ci sono le sue infinite sigarette, c’è l’eroina, c’è un arresto voluto dall’amica Sinead O’Connor nel disperato tentativo di recuperarlo. Ci sono anche le interviste che raramente diventano tali, che falliscono quasi sempre sul nascere o che si fermano ad un goffo e surreale appening giornalistico. C’è il suo dinoccolare, il suo pauroso ondeggiare, e ci sono le sue prese salvifiche all’asta del microfono che diventa compagna fidata, complice silenziosa, sostegno insperato. Nella voce di MacGowan c’è il dono, c’è il perdono, c’è l’assoluzione. Nella voce di MacGowan ci sono, da sempre, le parole secche e arrabbiate di Dirty old town: il vecchio canale (il Manchester Ship Canal), la sirena del porto, il treno merci, l’odore di zolfo nell’aria (gasworks), il muro di cinta della raffineria cui appoggiarsi per baciare una ragazza. C’è l’uomo schiacciato dalla brutalità e dalla iniquità di un agglomerato di persone e di case in cui è quasi impossibile distinguere e distinguersi. C’è la stanchezza dei padri e dei fratelli operai a fine giornata… e il pianto delle madri. Salford, madre e matrigna, che per una intera vita attrae e respinge i suoi figli. Salford, il dormitorio, la città visitata da Marx e da Engels per studiarne le condizioni sociali, da loro stessi definita “malsana, sporca e degradata”. Salford, dapprima culla e poi tomba della rivoluzione industriale, esempio di un falso progresso che non prevede la piena e libera affermazione dell’uomo. La ferrea fede comunista di Ewan MacColl, musa ispiratrice delle strofe di protesta recita: “sporca vecchia città”, da “abbattere come un vecchio albero morto”. Dirty old town ha la possanza di una grande canzone popolare, spirito e sangue di povera gente schiacciata dalla vita, un inno cantato anche negli stadi di calcio di Salford, di Manchester e persino di Siviglia… tuttavia è nel ghigno sgangherato e dissacrante di Shane MacGowan che si consolida il suo carattere di immortalità. MacGowan, la sua voce, la sua presenza scenica, la sua esistenza scanzonata da antieroe, sono come una bevuta tra amici: non conta la qualità della birra, tanto meno quella del pub; conta l’essersi ritrovati, come per miracolo, dopo una giornata in fabbrica o dopo una vita di perdizione.

Il mio primo amore l’ho conosciuto sotto gli scarichi della gasseria,
Sognavo lungo il vecchio canale
La mia ragazza la baciavo sotto il muro della fabbrica
Lurida vecchia città, lurida vecchia città…

Le nuvole passano davanti alla luna
I gatti si aggirano in cerca di prede,
Ecco apparire una ragazza nelle strade di notte
Lurida vecchia città, lurida vecchia città…

Ho sentito una sirena dal porto
Ho visto un treno incendiare la notte
Ho sentito l’odore del fumo nel vento che soffia su Salford
Lurida vecchia città, lurida vecchia città…

Sto andando a prendere un’ascia ben affilata
Di acciaio brillante temprato nel fuoco
Ti abbatteremo come un vecchio albero morto
Lurida vecchia città, lurida vecchia città…

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