Evviva gli Ottanta! – di Gianluca Chiovelli

Nessuno sceglie i tempi in cui vivere, ma i tempi in cui ciascuno vive gli rimarranno appiccicati addosso per sempre, nonostante tutti gli sforzi e i distanti, freddi ragionamenti. I miei tempi furono gli Ottanta; hai voglia ad ascoltare Keiji Haino, Nadja e Captain Beefheart… a quei tempi fiorivano i coglioni e, nonostante gli sforzi e i distanti, freddi ragionamenti (e i primi ascolti seri, da Bowie a Neil Young, dai Sex Pistols ai Deep Purple), i coglioni dettavano il loro imperio irresistibile e, per soddisfare l’impulso secondario del maschio (il primo erano il sonno e il cibo), ci si doveva acconciare a mettere sul piatto Nik Kershaw e “Il tempo delle mele”… ah, le festicciuole con il 45 del Gioca Jouer o di Lio… di cui si cicalava il ritornello in franco-belga senza sospettare che parlasse di masturbazione femminile. L’Italia cominciava a decomporsi, i decisori del mondo avevo segnato per Lei un destino di ridimensionamento, da balera turistica degli anni Duemila, ma gli Italiani – ragazzi… mi tocca dirlo – gli Italiani erano ancora vivi. Una fauna variegata, scesa giù dai lombi di chi era sopravvissuto a fame, guerre e umiliazioni storiche, e che aveva ancora passioni, ire e sentimenti diritti. A loro modo i primi anni Ottanta furono un’età felice, disimpegnata e criminale nel rinnegare le conquiste culturali e artistiche dei Settanta, certo… ma, in fondo, questa fu l’ultima epoca davvero senza cure e pensieri. Anni in cui si poteva dire impunemente: Di qui a due anni cambio la macchina…; oppure: Fra cinque cambio la carta in tutta casa… o, ancora: Fra quindici l’acconto per il monolocale al mare…. Era un mondo, insomma, in cui v’era posto per un domani e pure, incredibile a dirsi, per un dopodomani. Un dopodomani rassicurante poiché assai simile al presente in cui si viveva. Ho la certezza, tuttavia, che se venissi catapultato per magia nei primi anni di quel decennio non faticherei a ritrovare i germi della putrefazione spiritualeda paese-guida a paese servo. L’Italia come espressione turistica era lungi dalla mia capoccia di quattordicenne quando, nel 1982, mi iscrissi al Liceo Scientifico; si insinuò, invece, quale debole sospetto, appena cinque anni dopo, allorché ne uscii maggiorenne e diplomato: correva voce, infatti, che, quello stesso liceo, fosse in odore di ridimensionamento. Possibile? Certo. Se una cosa volge al peggio in Italia, al peggio andrà sicuramente. Perciò quella scuola, frequentata dal popolo, ma d’ottimo lignaggio (aveva biblioteca, laboratori vastissimi di chimica e di fisica; nacque, inoltre, sotto gli auspici dei migliori studiosi di area comunista), seguì la sorte paventata. A metà Novanta il liceo era sparito; i laboratori, vuoti di studenti, cominciarono ad arrugginire, la sala proiezioni sbarrata, la biblioteca dispersa; l’aula magna si mise a ospitare conferenze di ratti. Quando rivisitai di soppiatto quel dolce rudere, attorno al 2000, alle soglie del nuovo millennio, entrai nella mia vecchia aula: vi rimaneva una carta geograficaSedie, banchi, cattedre, gessetti, lavagne, era tutto svaporato. Così professori, libri, cessi, bidelli, interruttori, tapparelle. Una spoliazione definitiva, come a temere una rinascita di quel covo di estremisti. Sale sulle rovine di Cartagine. Solo alcuni locali, un quarto circa di quelli totali, erano stati riadattati per i corsi di un istituto alberghiero: intravidi, infatti, le cromature di una macchina del caffè e di qualche pentolone. Si parla spesso di de-industrializzazione; sulla de-culturizzazione (o acculturazione negativa) si tace, invece. Se una nazione con tremila anni di storia abdica al proprio ruolo di materna educatrice per divenire semplice sguattera, essa avrà più bisogno di camerieri che di biologi. Lo dico senza risentimento o snobismo, mi si creda. Voglio solo aggiungere: intere generazioni sono state vendute a tavolino, con noncurante cinismo e freddezza, quale corte di servi a basso prezzo a vantaggio di nuove leve di feudatari. Tutto qui e, allo stato dell’oggi, c’è niente da fare. Come spesso ripeto. quando il vento della storia prende a soffiarti contro hai poche scelte: scivolare a favore di corrente, ovunque essa conduca. Il suicidio, attivo o passivo (il primo si chiama lotta politica); l’odio impotente… ma torniamo alle canzoncine. Quasi tutte le canzoni anni Ottanta sono legate a un video… anzi, si può dire che i pochi minuti di drammaturgia-video contribuirono a forgiare l’immaginario estetico e antropologico degli attuali aspiranti al mezzo secolo d’età. Proprio in sede di immagine (video, telefilm, iniziative umanitarie) vennero assestate le prime rozze, ma decise picconate al vecchio ordine rock che si ostinava a resistere… più che Bertoncelli, insomma, sono stati i quattro VJs di Videomusic a cambiare il gusto di almeno un paio di generazioni… Rick Clive Federica e Johnny hanno avuto la meglio su tutto, altro che le chiacchiere su popolo, rivoluzione, tradizione, gobbi e fregnacce consimili. Cari compagni cari camerati… il capitalismo è più bello più scintillante certo, se non corri ti fa secco ma, cari compagni cari camerati, con le vostre ridicole strimpellate, volete mettere un noioso Guccini o un lamentoso Morsello con il davanzale di Sabrina Salerno o la dance degli Wham! Quante chiacchiere, quanto tempo perso… quanti bersagli falliti. Evviva gli Ottanta!

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