Eva Cassidy: “Live At Blues Alley” & “Nightbird” – di Nicola Chinellato

Eva Cassidy se ne è andata prestissimo, a soli trentatrè anni, proprio quando il fiore del suo talento stava sbocciando in tutta la sua rigogliosa meraviglia.
I greci antichi dicevano che chi muore giovane è caro agli Dei: affermazione, questa, che se da un lato suggeriva un intento consolatorio verso chi aveva prematuramente perso un affetto, dall’altro sottintendeva qualcosa di più importante. L’idea, cioè, che una bella morte in giovane età (la valenza del gesto estetico, peraltro, contribuiva all’accrescimento del mito) strappava l’individuo all’oblio e lo consegnava definitivamente all’eternità del ricordo e della leggenda.
Era la poesia degli eroi, che nell’antichità contribuì, ad esempio, a nutrire il mito di Achille, e che, rapportata alla musica rock, ambito nel quale il dato iconografico e romanzesco sono fondamentali, potrebbe valere, ad esempio, per raccontare la fine di uno a caso degli appartenenti al numeroso club dei 27. Ciò che gli dei riservarono a Eva Cassidy, invece, sembra più il frutto di un ordito malvagio, invece che il desiderio di consacrare un immenso talento artistico a fama imperitura.
Eva Cassidy nasce a Washington il 2 febbraio 1963 e, come molto spesso accade, è spinta alla musica dal padre, con cui iniziò a esibirsi molto giovane in piccoli club della città. L’asticella, però, si alzò solo più tardi (1986), quando Eva fu notata dal produttore Chris Biondo, il primo a intravvedere in lei doti interpretative non comuni. Il gruppo con cui esordì, la Eva Cassidy Band, la collaborazione con un mito del funk, Chuck Brown, e un disco, “The Other Side”, con lui realizzato nel 1992, furono il trampolino di lanciò per una carriera che, però, stentò a decollare.
Tanto che Eva, come succede a molti musicisti alle prime armi, non smise di esercitare la professione di infermiera, che le consentiva di sbarcare il lunario. Poi, sul finire del 1995, arrivò la svolta che, davvero, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi. Eva molla il lavoro e con l’aiuto di Biondo, organizza due serate (il 2 e il 3 gennaio del 1996) al Blues Alley di Washington, un piccolo localino Jazz, che, nonostante le feste natalizie, rimase aperto proprio per l’occasione. L’intenzione di Biondo era quella di pubblicare un disco con gli estratti migliori delle due esibizioni. Il fato, tuttavia, si accanì con la povera Eva: la registrazione della prima serata andò perduta per problemi tecnici; quella della seconda serata, che confluirà in “Live At Blues Alley”, vide, invece, la cantante non in perfette condizioni fisiche, a causa di un fastidioso raffreddamento.
Sarà… ma quando Eva salì sul palco e iniziò a cantare si aprirono le porte del Paradiso.
Perché Lei, come più di un critico non ha avuto esitazioni ad affermare, è stata una delle più grandi cantanti di tutti i tempi. Basta ascoltare questo unico, e sfortunatissimo esordio (il disco fu, ai tempi, un flop commerciale), per rendersi conto di quanta duttilità fosse dotata la sua voce impossibile, capace di rileggere e interpretare senza tentennamenti e con gusto originale ballate soul da svenimento (People Get Ready di Curtis Mayfield), standard jazz già passati attraverso ugole importanti (Autunm Leaves, Check To Check, What A Wonderful World) e hit del pop contemporaneo, come Fields Of Gold di Sting. Eccola lì sul palco, Eva, infreddolita e intabarrata, chitarra acustica o elettrica tra le braccia, e una voce possente e ricca di sfumature, che cerca con forza lo spazio circostante fino a riempirlo completamente, raggiungendo un’estensione vocale concessa solo a pochissimi miti dello star system. Non è un caso che, a tal proposito, Eva Cassidy venga spesso paragonata a Aretha Franklin, anche se, per lo straordinario eclettismo e il triste epilogo della propria vita, non è azzardato l’accostamento a un’altra straordinaria cantante americana, Laura Nyro, la quale, guarda caso, morì nel 1997, proprio l’anno successivo la dipartita di Eva.
Già, perché Eva Cassidy, se ne andò per un melanoma nel 1996, senza riuscire a vedere la pubblicazione dell’album che, sperava, avrebbe potuto finalmente concederle la fama e il successo meritati. 
Tre anni dopo (è il 1999) gli Dei, forse pentitisi del grande torto fatto alla musica e a quella giovane e appassionata cantante, decisero nuovamente di mettere mano al destino, rimescolando le carte in tavola.
Da questo momento in avanti, inizia un’altra storia, dall’epilogo così improbabile, che nemmeno il più ottimista dei sognatori avrebbe osato sperare.
E’ una fredda mattina di novembre, quando Fred Taylor, proprietario dello Scullers Club di Boston, un locale dove si suona musica Jazz dal vivo, mentre sistema le sue cose, mette sul piatto “Songbird”, una raccolta postuma della cantante, pubblicata l’anno prima da una piccola casa discografica, la Blix Street. Ascolta la prima delle canzoni in scaletta, la cover di Fields Of Gold di Sting, e quasi sviene dall’emozione. “Stavo lì a studiare le mie carte e sono rimasto incantato – racconta Taylor al Boston Globe – mi sono fermato, ho mandato dietro il pezzo e ho ascoltato con attenzione tutto il disco, traccia per traccia. Me ne innamorai e decisi che dovevo assolutamente trovarla per farla suonare nel mio locale”. Eva però non c’era più, era scomparsa tre anni prima, senza essere riuscita a portare la propria musica fuori dagli angusti confini di Washington. “Quando mi dissero che era morta nel ’96 mi disperai  ricorda Taylor  pensai che nella mia carriera mi avevano entusiasmato molti artisti, avevo scoperto anche qualche talento, ma ‘Autumn Leaves’ come la cantava lei, mi dava delle emozioni mai provate prima”Taylor allora chiamò un amico che lavorava alla WBOS-FM, una radio locale di Boston, consigliandogli il disco, e fu così che “Songbird” trovò spazio con sempre più frequenza nelle programmazioni radiofoniche, suscitando fra gli ascoltatori un incontenibile entusiasmo. Il nome di Eva Cassidy cominciò allora a circolare negli ambienti che contano e “Songbird” scalò le classifiche di mezzo mondo, raggiungendo la prima piazza delle charts britanniche e preparando terreno fertile all’ascesa di quel fenomeno planetario che prenderà il nome di Amy Winehouse… ma veniamo ai giorni nostri. A fine 2015, è uscito “Nightbird”, l’ennesimo disco postumo di Eva Cassidy che, però, a differenza di tanti altri pubblicati dopo il successo di “Songbird” (pecunia non olet), ha il merito filologico di recuperare l’intero concerto tenuto nel 1996  al Blues Alley.
Le canzoni, originariamente dodici, diventano, quindi, trentuno, e gli inediti assoluti sono ben otto (nel box set è contenuto anche un artigianale dvd in bianco e nero che documenta la serata).
Il livello qualitativo di questi brani (che erano stati inizialmente scartati per motivi di spazio) si mantiene altissimo, come testimoniano la cover di Something’s Got A Hold On Me di Etta James e un’incredibile Ain’t No Sunshine di Bill Whiters, solo per citarne alcune. Cresce così ulteriormente il rimpianto di non aver visto all’opera questa straordinaria soul woman, che oggi avrebbe solo cinquantadue anni e sarebbe stata in grado di mettere in riga tutte le Adele del pianeta.
Vallo a spiegare agli Dei cosa ci siamo persi.

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eva kassidy

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