Euzhan Palcy: “Un’Arida Stagione Bianca” (1989) – di Maurizio Fierro

Uscito al cinema nel 1989“Un’Arida Stagione Bianca” (A Dry White Season) segue di un anno “Serafina! Il profumo della libertà”, di Mbongeni Ngena, un musical incentrato sugli scontri razziali scoppiati nel giugno del 1976 a Soweto, nell’area a sud ovest di Johannesburg… e proprio la township più famosa del Sudafrica fa da sfondo alla vicenda narrata nel film della regista francese di origine martinicana Euzhan Palcy, pellicola tratta dall’omonimo romanzo di André Brink datato 1979. Benjamin du Toit (Donald Sutherland), rispettabile professore di  lettere, conduce la classica esistenza borghese insieme alla moglie Susan e ai figli Suzette e Johan; un’esistenza ovattata in una sorta di living apart together” che si tiene a debita distanza fisica, emotiva e d’impegno rispetto a tutto quello che accade oltre il giardino di casa, l’aula del collegio o l’inner circle afrikaner delle solite amicizie radicate negli anni. Tuttavia, in uno di quei turning point che capitano nella vita – nella fattispecie, l’uccisione a opera della polizia di Jonathan Ngubene, figlio di Gordon, giardiniere presso la villetta della famiglia du Toit – il professor Benjamin apre gli occhi sulla realtà di violenza e mistificazione perpetrata dalla “Sezione Speciale” del commissariato cittadino comandato dal Colonnello Viljoen e dal Capitano Stolz e, aiutato da Ian McKenzie, un avvocato disilluso interpretato da Marlon Brando che in passato ha vinto alcune cause in favore dei diritti civili (“Giustizia e legge sono lontane cugine e qui in Sudafrica non si rivolgono la parola”), ingaggia una personale battaglia per appurare la verità e denunciare il disumano sistema di apartheid adottato sotto la presidenza dall’ex Primo ministro afrikaner Pieter Willem Botha. Personificando nella figura del protagonista una sorta di condizione infantile in cui la “tabula rasa” della nascita è stata solo parzialmente riempita da un percorso esperienziale limitato, la regia di Euzhan Palcy ci conduce attraverso la “bildung” di Benjamin du Toit, riflesso di quella di chi, come lui, rifiutando la contaminazione delle brutture e delle ingiustizie che la realtà può riservare, inizia un personale e penoso percorso di ri-nascita. È una dolorosa assunzione di responsabilità quella di Benjamin, che filtra col concetto di colpa… che sembra non appartenere a nessuno, che è sempre di qualcun altro, che staziona al di là della nostra egoistica e tranquillizzante sfera emotiva. Ecco che allora lo sguardo sinceramente indignato del “dopo”, che va a rimpiazzare quello tranquillo e un po’ ingenuo del “prima”, simboleggia l’entrata nell’età adulta del professor du Toit, quella della presa di coscienza, che è un po’ come uscire dalla persona che si è per prendere la forma di quella che si dovrebbe essere che ci è destinata da sempre, quasi fosse una sfida per penetrare nella parte essenziale e nobile del proprio essere. Ed è proprio questa la scelta che Benjamin du Toit fa propria, lanciando il suo ideale guanto di sfida a tutti coloro che lo circondano, a tutti coloro che vivono in una sorta di trincea mentale che riflette una vacanza emotiva del cuore e della mente. “Non è morto tuo figlio, è morto Gordon, il giardiniere”, dice Susan, una moglie ancorata alla tradizione che ha deliberatamente deciso di chiudere gli occhi accontentandosi dell’orizzonte che arriva fino al limite del giardino della villetta di famiglia. “Allora non capisci, non si tratta di Gordon, si tratta di tutti noi”, è la replica di Benjamin, quasi a voler con quelle parole indirizzare lo sguardo della consorte verso il primato dell’umanità rispetto all’egoismo dell’essere umano… ma è un limbo umido, quello scelto da Susan e da sua figlia Suzette, una condizione dell’anima che è poi la faccia oscura della normalità, in cui ognuno fa quello che deve fare spinto da una necessità di appartenenza tribale. “Che c’entriamo noi, si tratta di tutti loro. È come essere in guerra. Bisogna fare una scelta: noi o loro. Tu devi imparare a vivere con la tua gente, o resterai solo”, sentenzia Susan, incapace di uscire da se stessa per entrare in una dimensione più ampia e, quando infine il marito replica “Dobbiamo scegliere la verità”, appare chiaro lo sguardo rinnovato che si è dato Benjamin du Toit, e non importa se sull’altare di questo nobile ideale si sacrificano affetti, carriera e persino la vita. Perché il cambiamento interiore che causa il traumatico distacco dalle radici familiari in nome della verità e di una dolorosa elaborazione della colpa, è l’effetto di un’indispensabile presa di coscienza che, nell’individuare la banalità del male, ri-conosce le pulsioni di morte e di distruttività insite nell’essere umano. Forse è la dignità nell’assunzione della colpa individuale, l’accettare che la ferita resti aperta, che include la drammaticità della condizione umana: è il primo passo verso un percorso che possa includere una dimensione di colpa collettiva che preconizzi un nuovo legame fra persecutori e perseguitati. Che è poi la ragione che spinge a pensare che l’autentico protagonista del film in realtà non sia Benjamin, ma suo figlio Johan che, a differenza della madre e della sorella, rimane accanto al padre e abbraccia i suoi ideali di giustizia, permettendo di interrompere e cancellare la “macchia generazionale” che grava sulla sua famiglia. Johan, che rappresenta il messaggero di speranza a cui consegnare il testimone della ricerca della verità, per non essere ciechi alla realtà del mondo”. Un futuro uomo nuovo, quindi. “Io un tempo ero come loro, ho creduto alle loro bugie”, dice a un certo punto Benjamin“Ma tuo figlio non lo farà”, gli risponde Melanie, la giornalista inglese attivista dei diritti civili interpretata da Susan Sarandon. È un film di denuncia crudo, “Un Arida Stagione Bianca” (Marlon Brando e Donald Sutherland hanno rinunciato ai loro cachet accontentandosi della paga sindacale), che fotografa la necessità di cercare la giustizia nella verità, e se Benjamin è l’eroe che attraverso la sofferenza e il sacrificio di sé arriva alla purificazione, sarà affidato a Johan, a quelli come lui, il compito di interrompere la maledizione che produce il male, permettendo di condividere il fardello che grava sulle spalle dei persecutori con i perseguitati che, attraverso il perdono, aiuteranno i loro aguzzini a sopportare la croce del senso di colpa… Solo allora, nella rigenerazione, potrà iniziare quell’altro percorso che si chiama riconciliazione. Già: il perdono. Dovrà arrivare l’Uomo del perdono… e avrà il nome di Nelson Rolihlahla Mandela“Nessuno è libero se non sono liberi tutti”.

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