Ernest Hemingway: “Addio alle armi” (1929) – di Dario Lopez

Indicato sovente come uno dei più importanti romanzi del Novecento, “Addio alle armi” (A farewell to arms) è un libro in parte autobiografico, in parte solamente ispirato a fatti accaduti a Ernest Hemingway e ai suoi commilitoni sul fronte della Prima Guerra Mondiale e in parte romanzato. Un’unione di fonti che riesce a dar vita a un racconto realmente potente, lungo il quale a venir fuori è la condizione dell’uomo in totale balia della vita, incontrollabile, imprevedibile e spesso crudele, ai giochi della quale è molto difficile se non impossibile opporsi. Questa condizione è qui veicolata per mezzo di due grandissimi motori che influenzeranno la vita del protagonista, Frederic Henry, una dicotomia indissolubile (o quasi) di amore e guerra. A voler minimizzare i termini del racconto si potrebbe dire che “Addio alle armi” è nient’altro che un’appassionata storia d’amore in tempo di guerra, ma come già detto non è proprio così. Il romanzo è un’amara e disillusa riflessione sulla vita, è un romanzo innovativo per quel che riguarda l’uso della prosa da parte di Hemingway, è lo specchio di un disagio generazionale che ha prodotto uomini nuovi, meno ingessati e più propensi a mettere in discussione le più alte brutture che tanti giovani sono sempre stati chiamati a compiere in nome della Patria (una Patria solitamente ipocrita e colpevole) è una sacrosanta croce rossa tirata sulla parola guerra, è la messa in scena di un uomo molto lontano dall’essere perfetto e, infine, è anche una bella storia d’amore in tempo di guerra. Prima Guerra Mondiale. Frederic Henry, arruolatosi volontario nell’esercito americano, viene mandato insieme ai reparti medici di supporto sul fronte italiano. Siamo dalle parti di Gorizia, dove le giornate per la gran parte scorrono tranquille e il pericolo vero è sempre a qualche chilometro di distanza. Il tenente Henry si occupa dei mezzi di trasporto medici e del trasporto dei feriti ai punti di soccorso. Passa il tempo con i suoi commilitoni italiani, con le donne del bordello del paese e a far quattro chiacchiere con il cappellano abruzzese, uno degli uomini con il quale si intrattiene più volentieri. Nell’ospedale di zona conosce la giovane infermiera inglese Catherine Barklay e poco a poco, ricambiato, se ne innamora; ma la guerra non lascia troppo spazio per l’amore. In uno dei pochi incontri ravvicinati col nemico, il tenente viene ferito seriamente a una gamba e perde alcuni compagni. Ricoverato presso l’ospedale di Milano si ricongiunge all’amata con la quale potrà riprendere la sua storia d’amore… ma la guerra ancora non è finita. “Si va dritti a casa senza più pensare, che la guerra è bella anche se fa male” cantava Francesco De Gregori, affermazione con la quale Hemingway non sembra concordare, presentandoci un personaggio che, dopo essersi arruolato volontario, è pronto alla diserzione pur di ritrovare la vita e l’amore dai quali la guerra rischia di strapparlo per sempre. Purtroppo per alcuni la vita stessa sembra una guerra, sempre pronta a regalarti ferite insanabili. Nel raccontare le sfide e i duri colpi che la vita riserva al protagonista, lo scrittore fa uso di una prosa diretta, moderna e ispirata, che non si concede troppi inutili fronzoli nemmeno nelle sequenze descrittive e trova i suoi migliori sfoghi nei dialoghi tra i personaggi, sempre sinceri, schietti e avvolgenti ma a loro modo intrisi costantemente di un piacevole sapore letterario. Non stupisce che il romanzo, uscito nel 1929, abbia fatto epoca e che abbia contribuito alla popolarità di uno scrittore non sempre ben accetto, soprattutto qui da noi. Sotto il regime fascista, di “Addio alle armi” fu infatti vietata la pubblicazione e per la sua traduzione clandestina la giornalista Fernanda Pivano fu tratta in arresto. Il fatto che il romanzo fosse ritenuto scomodo ne sottolinea ancora una volta la grandezza e l’importanza.

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