Ermanno Olmi: Il Posto (1961) – di Massimiliano Cinalli

Prime luci dell’alba. Interno di un appartamento di un complesso residenziale popolare a Meda, periferia di Milano. La madre travasa da un fiasco del vino da consegnare al marito. Prima che lui esca di casa per andare a lavoro gli ricorda di passare dallo spaccio a comprare dell’olio, “il solito, quello in lattina”. Il figlio più grande, gli occhi ancora gonfi di sonno, inizia una nuova giornata, sul viso l’ansia di dover superare l’esame ormai prossimo che gli garantirà l’ambito posto di lavoro. Ermanno Olmi, a soli 30 anni ma con tanta esperienza da documentarista sulle spalle, scrive e dirige un film che difficilmente si dimentica. Insignito nel 1961 al Festival di Venezia del Premio della Critica, “Il Posto” (1961) è un genuino affresco sugli anni del boom economico visti con gli occhi impauriti di un timido ragazzo di provincia. Domenico (Sandro Panseri), il protagonista, è l’archetipo, il paradigma di tutti gli adolescenti che vorrebbero sottrarsi all’influenza liberticida dei genitori ma allo stesso tempo sono ancora troppo consapevolmente ingenui da poter vivere autonomamente e senza vincoli affettivi.
Preso il treno per Milano con le migliori intenzioni, si ritrova assieme ad altri compagni di (s)ventura nell’anticamera di un enorme palazzo pubblico. “Quello lì lo prendono di sicuro: è un raccomandato”. “Eh, ma se non passi l’esame psicotecnico, quelli non ti prendono”. “Sì, è vero”. Mentre ascolta con gli occhi sgranati e le orecchie tese questi dialoghi ecco che vengono introdotti in un’aula dove, uno alla volta, i candidati sono sottoposti al test attitudinale, fatto di domande surreali che nulla c’entrano con la professione che dovranno svolgere ma che suonano più come un verbale inquisitorio per capire il grado di remissività dei soggetti esaminati. Durante la prova Domenico conosce Antonietta (Loredana Detto) e se ne innamora. Il resto del film non lo racconto, lascio a voi la curiosità di scoprirlo. Olmi, da sempre uomo di profondissima cultura, dalle solide radici cattoliche e attentissimo alla causa e ai valori genuini degli outsider, in primis del popolo contadino, emarginato non per scelta ma in virtù di un istinto atavico di autopreservazione, anticipa con questo film i temi che saranno i cardini della sua dottrina cinematografica: la sincera riverenza verso gli umili, l’empatia mesta nei confronti dei più deboli, l’elogio della vita semplice e dei suoi sacri rituali, l’avvinghiarsi tenacemente a un mondo che non si vuole abbandonare né condannare all’oblio.
I giovani protagonisti non sono altro che ragazzini appartenenti a un mondo antico, quasi obsoleto: ignari della dura legge delle grandi metropoli, dell’indifferenza dei cosiddetti “civilizzati“, fanno estremamente fatica a trovare razionalità in una vita frenetica, alienante, così poco affine a quella spensierata vissuta fino a poco prima. Si vede anche nelle quotidiane scene familiari: Domenico si trasforma, diventa sempre più scostante, taciturno, distante. Basta poco per essere assorbiti dal malsano rigore urbano, che arriva a condannare una madre ritardataria perché dedica troppo tempo ai propri figli. Nel 2011, in una intervistaOlmi affermava: “Quando il denaro assume in sé tutti i valori finisce per corrispondere alla parola dannazione. Tutto è sottoposto a questa sorta di divinità che assomiglia molto al vitello d’oro”. La lotta di classe qui è subdola, perché aggioga facilmente e mellifluamente con la mendace promessa di un guadagno futuro. Lontanissimo dalla retorica estenuante di Pasolini sulla dicotomia “borghese/sottoproletariato”, il messaggio che manda Olmi è limpidissimo: l’individuo (Domenico) non deve soccombere agli interessi della società (il posto fisso) perché appartiene a un mondo totalmente diverso, diametralmente opposto, semplicemente puro.
Tuttavia è una guerra impari: Domenico ben presto si disillude, perde il candore fanciullesco e la speranza in una condizione migliore. Alla fine resteranno soltanto i pranzi insipidi della mensa, le nevrosi quotidiane, il tamburellante ticchettio della macchina da scrivere, la solitudine della cabina di lavoro. Senza la necessità di artifici narrativi stucchevoli, macchiettistici consunti, sceneggiate epicamente tragiche, Olmi è riuscito a impartire una lezione di cinema umano, dove l’Uomo (inteso come individuo in senso universale) è l’assoluto protagonista con la sua sottigliezza psicologica, i suoi drammi quotidiani, i suoi sogni irrealizzati. La sua mano dietro la macchina da presa è delicata, quasi pudica e mai inopportuna, il suo occhio schietto ed emotivo, nostalgicamente sentimentale. Venti anni dopo realizzerà quello che è considerato come il suo capolavoro, “L’albero degli zoccoli” (1978), consacrandolo a Maestro indiscusso del cinema del Novecento. La maturità non lo ha affatto cambiato, anzi: lo ha reso, se possibile, agli occhi del mondo cinematografico l’unico Poeta che, cantando degli ultimi, è riuscito a dare un senso alle esistenze di ognuno di noi. Tratto dalla stessa intervista rilasciata nel 2011: “Ci sono due categorie di uomini: coloro che vogliono essere protagonisti della propria esistenza e quindi responsabili delle proprie scelte, e coloro che compiono un atto come quello di trovarsi il posto fisso e, compiuto quell’atto, dormono i loro pacifici sonni dell’inattività e quindi dell’autodistruzione”.

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