Erkin Koray: “Elektronik Türküler” (1974) – di Ignazio Gulotta

Erkin Koray è sinonimo di rock anatolico, la sua figura e la sua lunghissima carriera, che dura ancora oggi, sono stati fondamentale punto di riferimento per la ricca e variegata scena rock del paese mediorientale. Non a caso nel bellissimo documentario Crossing the Bridge, The Sound of Istanbul di Fatih Akin, che segue il viaggio di Alexander Hacke, bassista degli Einstürzende Neubaten, alla scoperta della musica della città sul Bosforo, un ruolo importante ha proprio la parte dedicata a Koray, non a caso soprannominato Koray Baba, in quanto considerato il padre della musica turca moderna. Nato nel 1941 a Istanbul, Koray fu il primo a importare il rock’n’roll nel paese esibendosi in cover di Presley e Fats Domino ma, fu soprattutto. il pioniere della chitarra elettrica, il Jimi Hendrix turco è l’altro suo soprannome, strumento simbolo della nuova musica che si stava diffondendo nel mondo.
Non a caso in quasi tutte le foto che lo ritraggono Koray ha in mano la chitarra, esibita spesso come trofeo o, in un celebre servizio fotografico, a coprirne le parti più intime. Dopo una manciata di singoli usciti fra il 1967 e il 1972 nei quali Koray legava il rock psichedelico alla musica pop turca, che nel 1973 furono raccolti nel suo primo LP “Erkin Koray”, finalmente nel 1974 vede la luce il suo vero e proprio primo album, “Elektronik Türküler” cioè “Canzoni, ballate elettriche”, considerato giustamente una delle pietre miliari del rock psichedelico anatolico, uscito per l’etichetta di Istanbul Doğan Plakcılık e che fin dal titolo esplicita il desiderio di unire il folk tradizionale alla nuova musica elettrica.
Gli anni 70 sono stati il periodo d’oro del rock turco, prima che nel decennio successivo le tensioni politiche dessero vita a una serie di drammatici colpi di stato che rendessero sempre più difficoltosa la vita e la libertà di espressione. Invece nei Settanta, pur soffrendo di una continua instabilità politica e della difficoltà crescente nei rapporti fra il mondo politico e la potente presenza di un esercito imbevuto del laicismo kemalista e la crescita di forze islamiste, la Turchia visse un periodo di relativa tranquillità che favorì la crescita di un movimento musicale che guardava con passione e interesse a quanto accadeva all’estero. Istanbul era inoltre tappa obbligata dei sempre più numerosi hippy di tutto il mondo che, col famoso pulmino Volkswagen o mezzi di fortuna, volevano raggiungere l’India. Tutte situazioni che favorirono la crescita fra i giovani stambulioti di un’autentica cultura rock, dalla quale fiorirono numerose band di grande valore.
Sono gli anni che vedono il debutto di artisti straordinari come Bariş Manço, Cem Karaca, Fikret Kizilok, Selda Bağcan, Edip Akbayram e band come Mogollar, 3 Hür-El. Molti di loro cresciuti anche grazie a un concorso organizzato dal 1965 dal quotidiano Hürriyet per musicisti la cui musica elettrificata mantenesse però elementi della tradizione musicale turca. Caratteristica che il rock turco manterrà poi nei decenni successivi. 
È in questo clima effervescente e innovativo che Erkin Koray si pone in connessione con la nuova musica che sta esplodendo in Occidente, il suo stile chitarristico si affina, amplificatori e distorsioni entrano nel suo bagaglio tecnico, come altri artisti turchi scopre come le sinuose linee armoniche tradizionali e strumenti a corda come il saz, il baglama o fiati come il ney o le varie percussioni, potessero andare benissimo per costruire fantasiose e originali sequenze sonore psichedeliche. È questo intreccio di sonorità occidentali e tradizionali a costituire ancora oggi, si pensi a Gaye Su Akyol, Altin Gün, Baba Zula, Duman, l’elemento caratteristico del rock anatolico che, come la città di Istanbul, sembra vivere in bilico tra Occidente e Oriente, punto di incontro e intreccio dove confluiscono culture musicali diverse.
Elektronik Türküler” avrà un’influenza enorme su tutta la scena musicale turca successiva. Il disco si apre con Karli Dağlar (Montagne innevate), mentre il testo è in linea con la tradizione melodrammatica del pop mediorientale, il protagonista piange la scomparsa dell’amata consorte, arrangiamento e atmosfera catturano subito e irretiscono l’attenzione, il banglam di Ahmet Tekbilek disegna arpeggi di sapore mediorientale addirittura evocando il sitar, Koray ha ben presente i Beatles psichedelici e George Harrison, le percussioni e il basso creano un ritmo ipnotico e nel finale la chitarra fuzz colora di magia il tutto, è chiaro che i musicisti conoscono quel che accade nel resto del mondo. Impressione confermata dai suoni liberi e fuzz della strumentale Sir, introdotta dallo squillo di un telefono: Oriente e Occidente si fondono in modo naturale con le linee sinuose degli strumenti a corda e le variegate percussioni che lanciano un irresistibile ritmo galoppante sul quale Koray si esibisce in uno strepitoso assolo di chitarra. Potremmo definire i sei minuti di Hele Yar un esempio luminoso di folk-rock anatolico: ancora una volta un testo cupo che gronda sangue e dolore accompagna invece una melodia aperta che invita al ballo. Il ritmo è dato anche dal battimano e sprizza felicità, notevoli i momenti in cui il basso scuro di Ahmet Guvenc sorregge gli arpeggi incalzanti della chitarra di Koray. Organo e chitarra spettrali – sembra di sentire gli Atomic Rooster – chiudono la prima facciata col minuto e mezzo di Korkulu Rüya.
Il lato B parte invece col rock’n’roll lento e malinconico (“ho pianto tutta la notte fra le sue braccia” recita il ritornello) di Yalnizar Rihtimi, seguiti dai quasi otto minuti della superba Cemalin (chi conosce gli Altin Gün  non potrà fare a meno di notare come sonorità come queste li abbiano influenzati) dalle atmosfere acide e sognanti che si immergono in un trip lisergico maestoso e seducente. C’è tutta la malia incantatrice e la luce dei tramonti sul Bosforo nella chitarra di Erkin Koray e nella sua voce fortemente evocativa, la canzone è una ballata folk tradizionale della CappadociaInat è il terzo strumentale del disco, una funambolica esplosione di chitarre fuzz e delle percussioni di Sedat Avci. Chiude l’album Türkü, quasi dieci minuti introdotti da lame infuocate di chitarra e la voce in eco profonda a declamare un testo di Nazim Hikmet, ma è la musica che colpisce creando un tappeto sonoro libero e variegato dove a momenti forti ed elettrici si alternano sonorità orientali e folk con la presenza di strumenti come il ney, a dimostrazione della grande capacità di Koray di muoversi a proprio agio su diversi registri musicali. Il beat turco sul nascere degli anni 70 si indirizzò fondamentalmente verso la psichedelia e la commistione con l’eccelsa tradizione musicale mediorientale a differenza, per esempio, di quel che avvenne in Italia, dove fu il prog a catturare l’interesse dei musicisti di questa tendenza. “Elektronik Türküler” è uno dei massimi capolavori, un disco che non dovrebbe mancare nelle collezioni degli appassionati.

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