Erik Satie: “Piano works” (played by Bojan Gorisek, 2015) – di Gianluca Chiovelli

Incontrai la prima Gnossienne di Erik Satie (1866-1925) nel film di Orson Welles “La storia immortale”. Colpito dall’ascolto, decisi di compulsare il decimo volume de “La storia della musica” della Feltrinelli (“The new Oxford history of music. The modern age 1890-1960”); rilevai questo giudizio: “Fu un eccentrico, un clown intellettuale, un imbroglione e un mistificatore dichiarato – in breve un vero e proprio enfant terrible, che tuttavia sotto la maschera di pagliaccio nascondeva una tenerezza infantile e una sottile malinconia. Per tutta la vita provò un sacro orrore per lo stile accettato dal sistema, che per lui era sinonimo di pedante autoritarismo accademico. Satie quindi aderiva idealmente a quei circoli parigini… in cui si coltivava l’esprit frondeur – l’istintiva ribellione a ogni forma di autoritarismo, tipica dei francesi”. E più avanti: “la musica è piuttosto accademica… semplici linee melodiche…”. Et cetera et cetera. Quest’uomo – pensai – ha peccato come pochi altri. Un altro storico, Armando Gentilucci, in “Guida all’ascolto della musica contemporanea”: “gli effettivi raggiungimenti artistici [sono] scarsi e i clamori si estinguono prevalentemente nel giro di aspirazioni letterarie, culturalistiche ed estetizzanti”. Reincontrai la Gnossienne No. 1 in “Violent cop” di Takeshi Kitano; in “Boiling point”, dello stesso regista, si reinterpretavano altri temi di Satie. La questione era da approfondire. Effettivamente Satie fu un eccentrico: collezionava ombrelli che teneva secretati in una delle due camere del proprio appartamento, aderì alla setta dei Rosacroce, creò una propria chiesa, s’intabarrava di velluto nero come un diabolista alla Enoch Soames, frequentava music hall come l’ultimo dei bohemien e, sì, pare che al Conservatorio fu tenuto in poco conto per mancanza di talento. Eppure la colpa mi sfuggiva. Nel balletto “Parade” (a cui collaborò assieme a Jean Cocteau e Pablo Picasso) compaiono suoni concreti, originati da oggetti d’uso quotidiano: macchine da scrivere, bottiglie di latte… Il concretismo, insomma, anticipato di qualche decennio; forse il merito, disse qualcuno, fu di Cocteau, esperto di scandali: chissà. Nel 1893 crea il mostro “Vexation”, trentacinque battute da ripetere 840 volte per un totale di quasi venti ore: la musica minimalista, si può dire, nasce con lui, con qualche decennio d’anticipo. I minimalisti, da Reich a Conrad, gli rendono onore. Ancora: in “Le Piège De Méduse” (1921) egli suona un pianoforte denaturato: un’altra anticipazione, di qualche decennio su John Cage. Non siete sazi? A proposito della musica composta per una commedia di Max Jacob rappresentata durante una mostra di pittura: “[La musica] doveva servire da puro sottofondo sonoro  e il compositore si aggirava fra i visitatori incitandoli a discorrere e a non occuparsi di ciò che veniva suonato”. La si chiamò musica da tappezzeria o musica da arredamento (musique d’ameublement); non si intuisce, da tale spietata definizione, come un preannuncio di musica da aeroporti o da ascensori, di Brian Eno? Con qualche decennio d’anticipo, naturalmente, come sempre… ed è un peccato che, per meri motivi anagrafici, Satie non conoscesse l’elettronica: avremmo avuto qualche anticipazione anche qui. Concretismo, minimalismo, ricerca timbrica, attentato alla tradizione: si è invocato il genio per molto meno. Allora? Quale la colpa? Forse solo una: lo svilimento della musica da arte universale, indipendente, regolata da una tradizione millenaria a musica come accessorio slegata dal mondo tonitruante dell’accademia e accostata al gioco e al cabaret, resa ancella di arti minori, semplificata sino al bozzetto impressionistico, come nella Gymnopedie lent et douloureux, un acquarello autunnale semplice e struggente. Lo scandalo Satie può, infatti, dirsi parallelo a quello degli Impressionisti che, il 15 Aprile 1874, esposero le loro opere contro l’arte ufficiale del Salon. Anche lì secoli di bottega e di claustrale e gelosa tradizione (preparazione dei fondi, centellinazione degli ingredienti dei medium, studio maniacale della prospettiva e delle proporzioni, macinazione dei colori, velature, stesure grasso su magro…) venivano eluse e preterite a favore d’un idea improvvisa, bruciante; dell’oggettivazione d’uno stato animo ottenuta con pochi colpi di pennello. A dirla tutta, son d’accordo con gli scandalizzati. Satie, tuttavia, rimane uno snodo fondamentale per la musica moderna. I suoi infantili giochi con gli zolfanelli prefigurano (in qualche caso contribuiscono ad appiccare) gli incendi catastrofici delle avanguardie novecentesche. Basterebbe questa attitudine profetica a renderlo degno del nostro ascolto, del nostro omaggio.

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