Eric Clapton: “I Still Do” (2016) – di Lino Gragari

Eric Clapton ha compiuto 70 anni il 30 marzo scorso e, come aveva preventivamente annunciato, si è ritirato dalla attività Live definendola ormai “troppo dura da sopportare”. Con lo splendido Concerto alla Royal Albert Hall del 13 novembre 2015, si chiude così una delle pagine più elettrizzanti del Rock. Manolenta in 50 anni di onorata carriera è stato capace di mostrare al pubblico la faccia più sanguigna e vera del Blues e del Rock in generale. Tutto questo però non preclude il proseguimento dell’attività di musicista e di autore per cui, eccoci a parlare del nuovo Album di Eric, dall’esaustivo titolo di “I Still Do”, che piacerà a molti, ma non a tutti. Intendiamoci, si tratta di un ottimo disco, nel quale la vena creativa di Clapton risale in superficie offrendo il meglio di sé, legandosi sapientemente ai brani di J.J. Cale, a quelli di Bob Dylan e ai classici di Robert Johnson e di Leroy Carr; tuttavia, coloro che si aspettano il furore agonistico ed elettrico che Slowhand ha saputo regalarci anni fa, rimarranno delusi. Con la produzione di Glyn Johns, e una Band di tutto rispetto che può contare sulle percussioni di Henry Spinetti, sul basso di Dave Bronze, e sulla fisarmonica di Dirk Powell, Eric dà vita a un suono che rasenta la perfezione; l’hammond di Paul Carrack, le tastiere di Chris Stainton e le chitarre supplementari di Simon Climie e Andy Fairweather Low, aggiungono note pastello su una tavola già ricca di colore. “I Still Do” è un solido album di Blues Rock, sicuramente superiore a “Old Sock” del 2013, e anche al celebrato “The Breeze: An Appreciation of JJ Cale” del 2014. La calma è solo apparente: l’anima ruvida ed elettrica della musica del diavolo cova sotto la cenere, e quando emerge riesce con estrema facilità a prenderci per mano, portandoci di fatto nelle terre bagnate dal Mississippi. Basta ascoltare l’iniziale Alabama Woman Blues di Leroy Carr, per capire dove sta la grandezza di Clapton: un brano lento e dolente, con un bel piano e qualche accenno di fisarmonica a fare da contraltare alla sontuosa chitarra del Leader. Da sottolineare poi la suadente  I Will Be There, nella quale possiamo apprezzare la performace vocale di quell’Angelo Mysterioso che fa chiaramente riferimento al George Harrison di Badge. Si sussurra che possa trattarsi di Dhani Harrison, figlio di George e di Olivia Trinidad Arias, ma nulla è trapelato a tal riguardo. Il disco procede in modo lineare e stabile, alternando cose personali a brani dal passato celebre: Stones in My Passway di Robert Johnson è delicata e perfetta, mentre I Dreamed I Saw St. Augustine di Bob Dylan ha il pregio di farci riscoprire (pur se riletto in modo molto personale) un piccolo gioiello tratto da quel “John Wesley Harding” troppo spesso dimenticato. Prima di chiudere c’è spazio anche per Somebody’s Knockin’ di J.J. Cale, autore al quale Clapton è profondamente affezionato: Una bella canzone, dal classico piglio Blues, di quelle che il grande songwriter di Oklahoma City sapeva comporre con estrema facilità. “I Still Do” ha bisogno di essere ascoltato più volte, ma quando sarete entrati nei suoi solchi, vi appassionerà come pochi altri Album sanno fare.

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Alabama Woman Blues (Leroy Carr) – 5:06
Can’t Let You Do It (JJ Cale) – 3:50
I Will Be There (feat. Angelo Mysterioso) (Paul Brady, John O’Kane) – 4:37
Spiral (Eric Clapton, Andy Fairweather Low, Simon Climie) – 5:04
Catch the Blues (Eric Clapton) – 4:51
Cypress Grove (Skip James) – 4:49
Little Man, You’ve Had a Busty Day (Maurice Sigler, Mabel Wayne, Al Hoffman) – 3:11
Stones in My Passway (Robert Johnson) – 4:03
I Dreamed I Saw St. Augustine (Bob Dylan) – 4:02
I’ll Be Alright (tradizionale) – 4:23
Somebody’s Knockin’ (JJ Cale) – 5:11
I’ll Be Seeing You (Irving Kahal, Sammy Fain) – 5:00

clapton gregari

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