Era mio Padre – di Salvatore di Noia

Mio padre è morto, nel silenzio più totale, quello che si addice agli uomini umili, con dignità, lealtà e serenità. Si è spento dolcemente in un triste letto di ospedale ponendo fine a venticinque anni di cure ospedaliere ripetute ed assidue. Il destino ha voluto così ed io lo accetto serenamente come è giusto che sia. In questi giorni bui per un Paese intero, con scuole chiuse, attività sportive interrotte, viaggi solo immaginati, contatti perduti, abbracci svaniti, strette di mano messe al bando, non ci resta che leggere e scrivere, ricordare e sognare, piangere lacrime dolci e contenere una rabbia molto amara. Mio padre è stato sbattuto in prima pagina come il primo morto della Toscana, come a volere incidere sulla pietra l’attesa giornalistica dello scoop a tutti i costi, della notizia del momento, finalizzata a guadagnare consensi, in attesa spasmodica che il Covid19 mietesse la sua prima vittima nella “culla del Rinascimento”. Il 30 novembre 2019 il Presidente del Consiglio Regionale della Toscana sottolineava che “la Festa della Toscana è per noi segno di civiltà, una civiltà che ci porta a guardare al domani investendo sui valori e sulla cultura, elemento di crescita per tutti: ciascuno di noi vede davanti a sé l’infinità dell’Universo, ma al tempo stesso è portatore di una dimensione universale e degna di unicità, una dimensione dell’essere per l’altro, che rende unica la nostra regione, una realtà che dà molto all’Italia e al mondo, grazie a tutti voi”.
Parole bellissime, da apprezzare, da far girare nelle scuole spiegando ai giovani che la civiltà consiste nel rispetto reciproco, la civiltà è sinonimo di dignità, di dolore condiviso, civiltà significa essere al servizio degli altri, civiltà è spesso associata all’idea di progresso, e in questo caso indica lo stadio più elevato raggiunto nel processo evolutivo di una cultura. Secondo Freud la civiltà comprende tutte le attività rivolte al perseguimento della bellezza, della cultura e dell’ordine, e quindi l’arte, la filosofia, la religione. Ma per alcuni non esiste civiltà, esiste solo il nulla, il vuoto, l’assoluta astrattezza che confluisce in un giornalismo specchio dei tempi che ha ucciso mio padre una seconda volta. Ma lui era un duro e avrà retto anche a questo smacco, lui non si sarà potuto rivoltare nella bara, perché chiuso in un sacco nero, sigillato in una bara zincata e rinchiuso in una cella frigorifera come il più terribile degli appestati, in attesa che moglie, figli e nipoti, finita la quarantena, possano dargli l’unico ed ultimo saluto, prima di una tumulazione ancora ignota nei tempi e nei modi. La tumulazione, non ci resta altro, perché non sarà possibile nemmeno onorarlo con un funerale. I bambini in questa triste storia, sono stati soltanto piccoli attori di un’infamia che li ha colpiti alle spalle a sangue freddo, perché non sapevano ancora che l’amato nonno era morto. Cautelativamente i piccoli, erano stati tenuti all’oscuro per tutelarli e tenerli al riparo da social, media invasivi ed inopportuni in questo triste momento.
Loro, i bambini, in sereno e precauzionale isolamento incollati alla PlayStation, lontani dalla scuola, a sguazzare in giardino con i tanti palloni colorati, felici ed ignari di tutto. Ma la declinazione contemporanea di certo giornalismo ha finito con il rompere l’incantesimo tramutando la “regina della stampa” in una specie di Dio morto ove tutto è consentito. Nei due giorni successivi alla morte di mio padre, tramite l’artificio dello scoop a tutti i costi, patetico, svuotato di privacy, ignaro della presenza di bambini da proteggere da una perdita così grande, la stampa ha sbattuto “il mostro in prima pagina”. Sbirciando nei meandri dell’Ospedale tra Pronto Soccorso e reparto di Malattie Infettive, il reporter si è avvinghiato intorno a qualche “gola profonda” facendosi rivelare nome, cognome e dati clinici, fregandosene della civiltà rinascimentale, e dando in pasto all’opinione pubblica il mostro appestato. Tagliato il traguardo dell’inciviltà, strisciando nelle viscere più recondite e giungendo sino al classico “ring the bell”, con la sua nuova auto fiammante, l’avvenente protagonista è sfrecciata a casa di mia madre, come fosse in passerella a Montecarlo, in cerca dell’intervista, affinché le copie vendute potessero aumentare di qualche unità, e i click potessero essere maggiori rispetto alla concorrenza che invece, civilmente, ai dati anagrafici e alla situazione clinica dettagliata non ha nemmeno accennato. Ma tutto passa, nessun dolore è eterno, i bambini faranno finta di non ricordare ma non dimenticheranno.
Loro sono gli angeli della civiltà, coloro ai quali affideremo i nostri insegnamenti e a cui i nonni rimarranno sempre nel cuore, in eterno. La diffusione dei dati personali del fantagiornalismo ha reso i bambini vittime ignare di un qualcosa più grande di loro a cui ora devo porre rimedio con tutte le mie forze tramite il gioco, lo scherzo, spiegando loro che il mondo va scrutato in tutte le sue forme, osservato con i propri occhi, giudicato con la propria mente e validato con la propria coscienza. Quella che purtroppo nella “culla del Rinascimento” non è appannaggio di tutti. Scrivo queste righe affinché le migliaia di bambini che in questi giorni stanno assistendo alla decimazione di tanti nonni, non vivano un’esperienza simile o, quantomeno, apprendano dai propri genitori della mancanza dell’amato vecchietto e non da un vile sciacallaggio mediatico. Ma non c’è fine al peggio… I morti di questi giorni non sono numeri, sono persone, vite spezzate nell’isolamento e nella completa solitudine. Ognuno con una propria storia, una famiglia, dei bambini, una vita vissuta.
Fingere di gioire su quei balconi, urlare da quelle finestre, mentre le bare continuano ad ammassarsi nelle chiese e i camion dell’Esercito sfilano in silenzio, è un’offesa alla loro memoria, ed alla dignità di ognuna delle migliaia di vite spezzate di questi giorni. È un becero sciacallaggio culturale offensivo anche nei confronti di chi, quelle persone, le ha assistite fino all’ultimo respiro, magari stringendo loro la mano al posto dei familiari, cercando invano di salvar loro la vita. Mio figlio, fingendosi grande, senza lacrime e provando a consolarmi mi ha detto “…papà, nonno mi ha sempre detto che il dono più grande sono stati i suoi quattro nipoti, ho sorriso ma dentro di me ho sempre pensato che il miglior regalo fosse lui”. Bobby Sands, martire irlandese, sul letto di morte pronunciò queste ultime parole: “Our revenge will be the laughter of our children”. Nessuno sa cosa abbia sospirato mio padre sul suo letto di morte, ma qualunque cosa abbia detto o pensato, posso solo garantirgli che la nostra rivincita sarà il sorriso dei nostri bambini, perché il loro nonno non era un numero… era mio padre.

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