Ephemerals: “The Third Eye” (2020) – di Nicholas Patrono

Chi vi scrive non è un fruitore abituale di musica soul. Tuttavia, di fronte a “The Third Eye” (Jalapeno Records 2020), ultima fatica della band underground Ephemerals, qualche parola necessita di essere spesa, se non altro per la sperimentazione e l’approccio degli autori. Quarto disco per la band, seguito di “Egg Tooth” (2017), tra un’ispirazione che pesca da Alice Coltraine e la voglia di sperimentare e sperimentarsi. Un lavoro singolare questo “The Third Eye”, che varca i confini del soul per andare ad esplorare i lidi dello spiritual jazz e dello spoken word, il tutto immerso in atmosfere al limite della psichedelia. Due nomi spiccano tra gli artefici di quest’opera: il cantante Wolfgang Valbrun, con il suo inconfondibile timbro “black”, e la compositrice Hillman Mondegreen, supportati da un folto numero di ottimi musicisti. Due artisti conosciutisi quasi per caso, in Francia, mentre suonavano con le rispettive band. Solo pochi mesi dopo esce il loro primo disco, “Nothing is Easy” (2014) poi “Chasin’ Ghosts” (2015) e il già citato “Egg Tooth” (2017), un percorso culminato in questo “The Third Eye” (2020).
Psichedelico, indefinito e fumoso già a partire dalla surreale copertina, che mostra una stanza con al centro una figura apparentemente femminile – ma non è detto, dato che tra i temi del disco si affronta anche la condizione dell’essere transgender – seduta su una sedia, avvolta in una nuvola di fumo rossastro. Significato interpretabile, forse legato alla confusione, ad una concezione indefinita di sé stessi, alla “stranezza” di appartenere ad un genere sessuale non-binario. Tutti argomenti molto personali per la compositrice Hillman Mondegreen, eppure scritti, suonati ed interpretati, con l’aiuto del vocalist, in una lingua universale, comprensibile per chiunque. Tutto questo è evidente già a partire dal titolo del pezzo d’apertura, Poly, che significa appunto “poli-qualcosa”. Accompagnato da uno spoken word recitativo, il pezzo funge da overture, su una struttura in cui gli strumenti sono spinti con decisione.
Più cantata invece la successiva Blur, spruzzata di sfumature jazz grazie alla presenza dei fiati. Punto di forza della canzone è il sinistro refrain, che sfuma nel silenzio e transita nel terzo brano, Coral. Scanzonato, meno inquietante, ma sempre arroccato su lidi fumosi e psichedelici, specie nell’onirica sezione centrale, il brano scivola via che è un piacere. Electricity sceglie una strada in apparenza più immediata, salvo rivelarsi un pezzo meno semplice del previsto. Dobbiamo aspettare l’introduzione al pianoforte di Float, quinto brano, per un po’ di allegria che comunque dura poco, subito spenta in una strofa dalla base dissonante. Più ricercato l’arrangiamento, in cui spicca l’incastro tra pianoforte e archi. Passato l’impatto dei primi brani, quasi straniante per chi non è abituato a questo genere, è ormai evidente come il disco, pur non distaccandosi più di tanto dalle proprie coordinate sonore di partenza, offra una notevole varietà. Ogni canzone, se ascoltata con criterio, mostra un’identità propria, al di là del filo conduttore che le lega.
Si può scegliere di perdersi nella spiritualità di Avatar (brano che brilla di luce propria), di immergersi tra le linee di voce distorte ed effettate di Origin, in cui si segnalano melodie vocali tanto struggenti quanto ammiccanti e d’impatto. Ci si può fare avvolgere dalla tristezza con Rising, o cullare dalla strampalata Thiefin, aperta da più di un minuto e mezzo di voci a cappella, a cui segue un’esplosione del comparto strumentale. Allucinante la strumentale Homebody, una sorta di lungo preludio alla conclusiva Instagram. Brano più lungo del lotto, cinque minuti di durata, alienante come solo i social network di oggi sanno essere, Instagram conclude con un acuto di qualità un disco che si presenta insieme come conferma e innovazione. Frutto di un’evoluzione durata sei anni e quattro dischi. Fatto a modo suo, diverso, anticommerciale, spesso non facilmente orecchiabile, poco immediato e, soprattutto, capace di trasmettere l’intenzione degli autori, sia nelle composizioni di Mondegreen, sia grazie al cantato sentito di Valbrun. Underground, e di qualità.

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