Enzo Jannacci: “Vincenzina e la fabbrica” (1974) – di Francesco Picca

Enzo Jannacci è un grande interprete della milanesità in tutte le sue molteplici declinazioni. L’essere diventato un cardiochirurgo, espressione quindi di quella borghesia che ce l’ha fatta, non gli ha impedito di continuare a tenere basso lo sguardo, sbirciando con immutata curiosità tra le pieghe di quella larga fetta di milanesi acquisiti che hanno gonfiato le fila della manovalanza industriale di tutto il nord Italia. Il brano Vincenzina e la Fabbrica (Ultima Spiaggia 1974), composto per la colonna sonora del film “Romanzo popolare” diretto da Mario Monicelli (e che vide la partecipazione, anche ai dialoghi di Beppe Viola) edito in formato 45 giri con una versione strumentale sul lato B, è uno splendido esempio di questo suo modo di guardare. La lirica è scarna ed è sorretta dalla descrizione della quotidianità attraverso tratti veloci di matita; la musica affida all’impostazione jazz il compito di riproporre l’aria fredda del mattino ancora buio, la nebbia, una socialità smembrata dalla fatica e dalla solitudine, che si ricompatta a stento nel tifo per una squadra di calcio che parla un’altra lingua.
La musica e i testi di Jannacci sono seduttivi: trascinano, coinvolgono, schiaffeggiano, talvolta per scherzo, con la medesima leggerezza dissacrante e scanzonata del cabarettista, altre volte con la forza punitiva del monito, del richiamo a riflettere su ciò che accade sotto i nostri occhi. La Vincenzina davanti ai cancelli è un numero, uno dei tanti numeri che, messi in fila, rendono la cifra modesta di una vita che non può ambire a nulla di più e che sfugge a qualsiasi ulteriore valutazione. Soltanto Vincenzina ha contezza della casa popolare in cui vive, del proprio salario, della propria fatica, della propria amara insoddisfazione e della crudele disillusione rispetto ai propri sogni. La fabbrica è una metafora della vita: ci entri sempre per caso e non sai mai quando ne esci e come ne esci. Abito da mezzo secolo una comunità che convive dai primi anni 60 con la fabbrica più grande d’Europa. Mio padre ha varcato quei cancelli per ventidue anni, io quasi per cinque.
Osservata dal satellite la fabbrica appare come un buco nero grande quasi due volte l’area urbana della città, incollata ai palazzi, come a voler controllare anche il sonno di chi ci dorme. Il buco nero ha inghiottito migliaia di vite e ha mortificato altrettante speranze, le ha stritolate, argomentando la litania monotòna del salario e del benessere. Di recente il paradigma è stato modificato spostando il focus su argomentazioni roboanti e fascinose come l’interesse nazionale e l’acciaio strategico, cercando in tal modo di distrarre l’opinione pubblica rispetto alle battute finali di un processo penale che ha scoperchiato un vaso maleodorante e che ha messo alla sbarra i rappresentanti di tutte le congreghe, nessuna esclusa. Il processo, parlando di reati ambientali, sta provando a spiegare come sia stato possibile avvelenare per decenni e in modo criminale l’aria, le colture, il bestiame, il mare e, soprattutto, le coscienze. I giudici stanno anche cercando di rendere plausibile il fatto che, ancora oggi, gli abitanti di questa lingua di terra incuneata nel mare siano costretti a barricarsi in casa e a chiudere le scuole nei giorni in cui il vento soffia da nord-ovest.
La giustizia sta cercando di esercitare le proprie prerogative a tutela di un numero inimmaginabile di donne devastate dall’endometriosi, di madri che non possono allattare, di uomini sterili, di ragazzini con un quoziente di intelligenza sotto la media, di neonati affetti da neoplasie che normalmente si riscontrano in un fumatore accanito di settant’anni. Ammalarsi, in questa palude di malessere, è poco più che un banale incidente; perché il male è un identificativo di questa comunità, un codice che nel singolo non si risolve, anzi, si replica e trova forza. Il male viene socializzato in ogni luogo d’incontro: alla fermata dell’autobus, in ascensore, durante le code in farmacia, nelle sale d’attesa, e la nausea e il dolore associati al male sono ormai delle semplici modalità accessorie, degli stati transitori. È questo il percorso: c’è un principio e c’è una fine, tutt’al più si ricomincia, punto e a capo. Ho sempre sperato che Vincenzina, un bel giorno, potesse trovare un buon motivo per non varcare più quel cancello, per gridare il proprio “no” in faccia al padrone, per tornare indietro, per trasformare la propria tristezza in una nuova speranza. Purtroppo indietro non si torna; si può, tutt’al più, cambiare strada.

Vincenzina davanti alla fabbrica, / Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già. / Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica / E hai sentito anche odor di pulito
E la fatica è dentro là… / Zero a zero anche ieri ‘sto Milan qui,
Sto Rivera che ormai non mi segna più,
Che tristezza, il padrone non c’ha neanche ‘sti problemi qua.
Vincenzina davanti alla fabbrica, / Vincenzina vuol bene alla fabbrica,
E non sa che la vita giù in fabbrica / Non c’è, se c’è com’è?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: