Enzo Jannacci: “Bartali” (1979) – di elcordobés

Passa un vecchietto nel cuore della notte. Costeggia ansimando sui pedali la strada di salici che lambisce il parco cittadino, adagiato sul fianco di quel tratto di viale senza protezione, spoglio di una qualche barriera o cinta che lo distingua. Strada e villa silvana senza soluzione di continuità. Intervallate solo da un marciapiede d’alberi e panchine. La bicicletta sbanda, svirgola pericolosamente come per assaggiare l’asfalto e rimbalzare ancora. Non cade no, non cade meno male. È bastato distrarsi un attimo con lo sguardo per vederlo fissarci stupito, distolto dal suo impegno notturno di raggiunger l’uscio di casa indenne. Quella scena m’apparve come un sogno d’epica vittoria, come un orgasmo lungo una notte intera. “Bartali” – lo chiamavano così in città – ancora una volta s’era salvato dal trauma cranico dopo la canonica chiusura dell’osteria dei pescatori alla marina e, come per miracolo, ci era sfilato davanti lanciato verso l’agognata meta.
Eravamo lì noi. A prenderci l’incontenibile desiderio furtivo e selvaggio che s’affastellava nel giro d’attimi, quando casualmente incrociavamo gli sguardi nelle nostre disgiunte scorribande notturne. Per la verità il disgraziato guardone involontario l’ho visto io. Lei, appoggiata con le mani e le braccia tese a quel pino secolare inclinato dal tempo, pensava solo a modulare il suo corpo sinuoso e selvaggio sotto i colpi regolari e potenti che le portavo da dietro tra le gambe irrigidite sui tacchi a spillo. Per cogliere la scena comica del “Bartali” rutilante bisognava alzare la testa e ruotarla sul lato buono per cercare un bacio… ma lei questo non lo faceva mai: s’appassionava, concentrata e a occhi chiusi, alla lussuria che sentiva dentro la pancia senza cercarne la provenienza.
Rincorreva disperata il suo orgasmo. Quella volta lì c’eravamo scontrati con gli sguardi ore prima. Io, seduto al tavolo di un bar con una ragazza finlandese che mi sorrideva rapita, mi godevo quello scampolo di gloria. Lei si fissò sulle gambe rigide passeggiandomi davanti, porto le mani sui fianchi fasciati dalla seta rossa, si bloccò d’improvviso e mi guardò con odio per un attimo interminabile. Poi girò la testa che non girava per “amore” e guardò sorridendo la mia smarrita ospite sibilandogli addosso: “sai carina, quella roba là è mia”. Non ero roba sua, non lo ero mai stato… non eravamo roba nostra. Stupide infatuazioni… e poi, adesso che in bicicletta giro io, in questa notte ammazzata anzitempo dal contagio, voglio solo sentire in faccia l’aria fresca nel buio e penso: “I francesi non ci rispettano più da tempo immemore ormai”.

Farà piacere un bel mazzo di rose / E anche il rumore che fa il cellophane
Ma una birra fa gola di più / In questo giorno appiccicoso di caucciù
Sono seduto in cima a un paracarro / E sto pensando agli affari miei
Tra una moto e l’altra c’è un gran silenzio / Che descriverti non saprei
Oh, quanta strada nei miei sandali / Quanta ne avrà fatta Bartali
Quel naso triste come una salita / Quegli occhi allegri da italiano in gita
E i francesi ci rispettano / Che le balle ancora gli girano
E tu mi fai, dobbiamo andare al cine / E vai al cine, vacci tu
È tutto un complesso di cose / Che fa sì che io mi fermi qui
Le donne a volte sì sono scontrose / O forse han voglia di far la pipì
E tramonta questo giorno in arancione / E si gonfia di ricordi che non sai
Mi piace restar qui sullo stradone / Impolverato, se tu vuoi andare, vai
E vai che io sto qui e aspetto Bartali / Scalpitando sui miei sandali
Da quella curva spunterà / Quel naso triste da italiano allegro
Tra i francesi che si incazzano / E i giornali che svolazzano
C’è un po’ di vento, abbaia la campagna / E c’è una luna in fondo al blu
Tra i francesi che s’incazzano / E i giornali che svolazzano
E tu mi fai, dobbiamo andare al cine / E vai al cine, vacci tu
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© RIPRODUZIONE RISERVATA

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