Enrico (Henri) Crolla: Tra mandolini e Jazz Manouche – di Gabriele Peritore

La sua passione è pizzicare le corde della chitarra, far danzare le dita tra la tastiera e la cassa del suo strumento seguendo le melodie che viaggiano tra i suoi pensieri. La sua memoria è un archivio denso di conoscenze musicali. La sua sensibilità lo rende capace di captare insegnamenti anche se non ha mai studiato. Lui non è precisamente un autodidatta perché è nato in una famiglia di mandolinari ambulanti e quindi la musica la respira da quando è nato. Suo sogno fin da bambino infatti è possedere un banjo; per questo motivo va a suonare il mandolino, a meno di dieci anni, davanti ai locali dei quartieri eleganti accumulando le elemosine. Quando finalmente Enrico Crolla si può esibire con la sua chitarra incanta gli spettatori con il suo senso del tempo, la sua eleganza ricca di morbidi fraseggi virtuosistici e il suo stile che fonde lo swing di New York e di New Orleans con le trame melodiche gitane chiamate manouche, le tecniche flamenco con elementi nostalgici legati alle radici mandolinistiche. 
Fin qui si potrebbe pensare che stiamo raccontando la storia di un musicista italiano e invece lui in Italia c’è soltanto nato, in un ospedale di Napoli nel febbraio del 1920 e nel Bel Paese è pressoché sconosciuto, perché all’età di due anni, durante il grande flusso migratorio degli anni venti, si trasferisce con tutta la numerosa famiglia in Francia, a Parigi, nel quartiere periferico di Porte de Choisy, denominato soltanto Zone, dove le baracche degli italiani immigrati e quelle degli zingari Sinti sono indistinguibili. Si può affermare che la sua avventura inizi proprio nella baraccopoli parigina.
Enrico naturalmente continua a comportarsi come un italiano. Segue la tradizione di famiglia: suonare è il sogno che insegue con il suo carattere allegro, anche introverso… e nel guardarsi dentro può estrapolare dalla propria interiorità scintille di genio da offrire agli altri in maniera solare. Con il simbolo del sole, infatti, ama firmare in calce le sue composizioni, al posto del suo nome. Quelle baracche diventano la sua casa, perché in quel luogo denso di contaminazioni musicali può sempre rimanere in contatto con la sua arte, grazie alle continue carovane di musicisti che portano strumenti e stili di musica da tutto il pianeta. Arriva il momento che incontra un uomo con una mano deturpata; con soltanto quattro dita nella mano sinistra suona come se ne avesse venti: è Django Reinhardt, il chitarrista leggendario che gli insegnerà tutte le più raffinate tecniche dello strumento a sei corde. Enrico non dimenticherà mai la grandezza del suo Maestro, anche quando raggiunge il successo; e ogni volta che si esibisce in un locale e lo vede entrare, immediatamente cede la chitarra per far posto al suo mentore. 
Quando Enrico Crolla suona si aprono tutte le porte: grazie alla sua musica ha la possibilità di conoscere il grande poeta Jacques Prévert, con il quale instaura uno stretto legame artistico (come si può apprezzare dalle diverse incisioni frutto della loro collaborazione) e di amicizia. Il Poeta infatti lo inserirà nell’ambiente intellettuale parigino dove il musicista potrà completare la sua formazione. Il suo eccezionale talento non passa inosservato, ben presto raggiunge il successo e i francesi lo amano al punto da volerlo naturalizzare: così il suo nome viene mutato in Henri, e il cognome pronunciato con l’accento sull’ultima vocale come è tipico in Francia. Durante gli anni di celebrità vive un intensissimo periodo di produttività. È Laeder di una band che diviene di culto, Henri Crolla sa Guitare et Son Ensemble e viene incaricato di incidere ben quaranta colonne sonore di pellicole, dove compaiono i più grandi attori francesi di quel periodo come Brigitte Bardot e Jaen Gabin. Viene anche ripreso mentre accompagna alla chitarra Yves Montand che canta il celebre brano Tournesol nel film “Souvenir de Paris”Nel pieno della sua carriera, a soli quaranta anni, una malattia inguaribile lo stronca, proprio come il suo maestro Django Reinhardt sette anni prima. Il suo talento, finalmente, sta tornando in auge, grazie ai chitarristi della nuova generazione Jazz ma anche Rock e Blues che apprezzano la tecnica elegante e contaminata del mandolinaro manouche.

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