Ennio Morricone… o l’inseguimento del suono – di Francesco Chiari

Anche stavolta è stato rispettato il copione immancabile che avviene quando muore una persona famosa, vale a dire che dopo la scomparsa del Maestro Ennio Morricone – avvenuta come noto giovedì 6 luglio scorso – sono puntualmente apparsi gli articoli commemorativi, nella gran parte però incentrati sugli elementi biografici o sulle curiosità, come i premi a lui assegnati, la sua enorme bravura negli scacchi, la scoperta quando incontrò per la prima volta Sergio Leone che erano stati compagni di classe alle elementari, il solido matrimonio durato 70 anni con la moglie Maria, il suo timore di volare che gli costò la collaborazione con Stanley Kubrick per “Arancia Meccanica” e simili. In questa sede vogliamo invece concentrarci sugli aspetti prettamente musicali della sua produzione, inserendo elementi biografici solo quando sarà necessario, e, a farci da guida, sarà il libro autobiografico “Inseguendo quel suono – La mia musica, la mia vita”, pubblicato da Mondadori nel 2016 e strutturato in forma di conversazioni con Alessandro De Rosa, cui rimandiamo.
Nel cercare di orientarsi in una produzione sterminata balza subito agli occhi un elemento, ossia che la creatività di Morricone si è estrinsecata negli ambiti più disparati e talvolta antitetici, ma sempre con perfetta coerenza oltre che con una ciclopica inventiva: per lui non era un problema passare dal Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, di cui fu membro dal 1964 al 1980 e con cui registrò diversi album di musica d’avanguardia – uno dei quali, guarda caso, ispirato agli scacchi – alle colonne sonore per i film, o dalle musiche di commento agli sceneggiati televisivi, agli arrangiamenti per le canzoni pop, ambito quest’ultimo che ci permise di fare la prima conoscenza dell’Artista. Chi scrive ad esempio ascoltava a tre anni la spiritosissima Pissi Pissi Bao Bao di Gianni Meccia, ma solo decenni dopo scoprì essere di Morricone l’arrangiamento elegante e raffinato, in cui scopriamo già un esempio delle sue trovate compositive geniali: siccome il testo cita gli angeli e gli arcangeli Morricone usa – su un tappeto sonoro delicatissimo – il Coro di voci bianche diretto da Renata Cortiglioni, anch’esso in forza alla RCA e molto popolare all’epoca – almeno fino all’avvento del Piccolo Coro dell’Antoniano nella memoria collettiva – usandolo sia in funzione quasi strumentale sia per cantare un paio di strofe.
Un altro brano di Gianni Meccia, la notissima Il Barattolo, presenta una trovata di Morricone talmente insolita per l’epoca che la RCA si sentì il dovere di spiegarla sul retrocopertina del 45 giri originale: Morricone incluse nell’arrangiamento due parti per primo e secondo barattolo, col che due percussionisti armati di bacchette si trovavano di fronte ad un pezzetto di massicciata approntato per l’occasione e al segnale del direttore dovevano fare appunto rotolare il barattolo con la prima bacchetta e bloccarlo con la seconda, fatto questo pressoché normale nella musica contemporanea ma rarissimo in un disco pop (il brano diventò talmente popolare che Enzo Jannacci, altro fior di musicista, lo satirizzò nella sua Il Foruncolo, ripresa anche da Dario Fo). In qualunque situazione inoltre, Morricone conserva la tipica forma mentis del compositore, che non spreca nulla di quanto ha composto ed è sempre pronto a riadattare un’idea o una composizione nata in origine per altri scopi: questa procedura è comune anche a compositori eurocolti come Johann Sebastian Bach e Gioachino Rossini, o jazz come Duke Ellington e James P. Johnson, o rock come Pete Townshend degli Who, che ad esempio usò uno spunto della canzone Glow Girl per “Tommy“.
Troviamo due esempi preclari di questa procedura nella colonna sonora che introdusse Morricone al grande pubblico, ossia “Per Un Pugno di Dollari” (1964): come dice il Maestro a pagina 45 del libro citato, ricorda che nel 1962 aveva scritto per la RCA un arrangiamento per il singolo di esordio di un giovane cantante californiano, Peter Tevis, nato a Santa Barbara il 10 febbraio 1937 e residente a Roma da qualche tempo. Il brano scelto era un classico di Woody Guthrie, Pastures of Plenty, e l’arrangiamento presenta idee musicali ben descritte da Morricone nella pagina citata che si ritroveranno pari pari nella celebre composizione usata per i titoli di apertura, e nota appunto solo come Titoli, per cui il Maestro scrisse una nuova melodia affidata prima al fischio di Alessandro Alessandroni e poi alla chitarra di Bruno Battisti d’Amario, diventati poi due collaboratori fissi del compositore assieme alla straordinaria cantante Edda dell’Orso. Il secondo esempio riguarda il tema che dà il titolo a “Per Un Pugno di Dollari”, affidato alla tromba cantante e lacerante di Michele Lacerenza e ispirato al celebre Deguello scritto da Dimitri Tiomkin per “La Battaglia di Alamo” (1960), come Sergio Leone aveva espressamente richiesto: qui Morricone ripescò una ninna nanna da lui scritta per la versione televisiva dei “Drammi Marini” di Eugene O’Neill e cantata in origine a bocca chiusa da Edith Peters, la cantante afroamericana componente delle Peters Sisters, molto popolari nel nostro Paese all’epoca (per chi lo ricorda, era la Matilde nella pubblicità televisiva dell’Olio Sasso con Mimmo Craig).
Altro elemento tipico del compositore è l’ispirarsi a qualunque spunto, compreso il meno musicale, operando da uno spunto di base per svilupparlo in maniera peculiare, proprio come nello sviluppo di una partita di scacchi, tanto per tornare alla passione dell’autore: citiamo ad esempio la bellissima canzone Se telefonando, scritta per Mina, in cui Morricone si ispirò per le prime note del ritornello alla sirena della polizia sentita a Marsiglia (e siccome i geni si fanno sempre compagnia, anche John Lennon si ispirò ad una sirena della polizia per l’attacco di un suo classico quale I Am The Walrus), oppure il tema di Jill per “C’era una volta il West” (1968), in cui Morricone che si trovava in difficoltà pensò ad un esercizio sull’intervallo di sesta maggiore – si trovano infatti tre seste in otto battute – e sfido chiunque ad immaginare che un tema tanto imperituro sia frutto di un semplice esercizio! Questo ci porta all’ultima parte della nostra analisi, frutto delle nostre ricerche per questo articolo: Morricone, in temi come quello citato e in altri come “Mission” (1986), conferma la sua somma bravura nello scrivere melodie contenute nel solo spazio della scala maggiore o minore o addirittura modale, come il tema di Il Buono, il Brutto e il Cattivo (1966), scritto nel modo gregoriano di re dorico, ma il cui senso più profondo è svelato dalle armonie che l’accompagnano, con una continua rifrazione sonora dai rilucenti colori prismatici, possibili solo perché un elemento prende senso dall’altro e senza di esso perderebbe di efficacia (nell’ultimo tema citato la nota caratteristica del modo, il si naturale del sesto grado della scala, è esplicitato solo nell’accompagnamento, mai nella melodia).
A nostra scienza ricordiamo altri tre grandi artisti capaci di far questo, ossia Giacomo Puccini, Henry Mancini – non a caso di padre abruzzese e madre napoletana: si ascolti ad esempio Moon River – e Monsignor Marco Frisina, grande compositore di canti religiosi cantabili da giovani e adulti ma insieme di scrittura molto raffinata: Ennio Morricone è proprio degno di stare in simile compagnia. Vogliamo concludere questa analisi con due annotazioni, una biografica l’altra personale: la famiglia Morricone è originaria di Arpino, paese natale di Marco Tullio Cicerone, come dire che la capacità di narrare grandi storie in maniera plastica e definitiva era nell’aria; per la seconda, nel 1987 ebbi l’occasione di conoscere Goffredo Petrassi, maestro di composizione di Morricone, che si trovava nella mia città per il ventennale del “Coro ICAT – Città di Treviglio”, insieme ad un altro grande artista come Gianandrea Gavazzeni. Ebbene, durante lo scambio di opinioni col pubblico al quale ero presente, uno degli spettatori chiese a Petrassi cosa pensava del suo allievo Morricone, sottolineando forse artatamente la differenza di successo popolare. Ebbene, Petrassi senza scomporsi rispose con una frase lapidaria, cioè “Ennio potrà fare quel che vuole, e lo farà sempre bene!, proprio quello che ha fatto Morricone in una carriera pluridecennale che lo ha reso davvero artista universale.

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