Ennio Flaiano: “Diario Notturno” (1956) – di Gabriele Peritore

Un pensiero così grande, così vario, così attento e attratto da ogni impulso proveniente dal mondo degli interessi personali e delle passioni più diverse, non può essere racchiuso in un libro, inteso come contenitore unico. Anche se la fama come scrittore, Ennio Flaiano la raggiunge con un romanzo vero e proprio, “Tempo di uccidere” (1947), sulla guerra d’Etiopia – che si aggiudica la prima edizione del Premio Strega – è soltanto una parte della sua natura letteraria, giornalistica, teatrale, cinematografica. Lui ha bisogno di annotare, di appuntare su “pizzini”, I frammenti di una visione, illuminazioni improvvise, lampi di genio, su taccuini improvvisati o su blocchetti tascabili. Le sue idee visionarie, le sue sferzate di ironia, le sue riflessioni amare o agrodolci, i suoi aforismi lapidari colmi di sarcasmo (a torto messi in bella mostra da tutti per rappresentarlo sbrigativamente o per sentito dire e anche “rubati” da più d’uno) erano impossibili da ridurre ad un ordine prestabilito, impossibili da contenere, dovevano essere raccolti così come affioravano e trascritti velocemente in un blocco disordinato. Un blog. Probabilmente Ennio Flaiano, è il primo blogger della storia, anticipando con la sua frenesia grafomane il futuro, anche se internet non esisteva ancora e probabilmente solo lui poteva immaginarne l’imminente comparsa. Sono tante però le cose che Ennio Flaiano ha saputo anticipare, ha saputo prevedere, ha saputo profetizzare. L’insieme degli articoli scritti per varie testate giornalistiche (anche se il suo amore vero fu il formidabile laboratorio de “Il Mondo” di Mario Pannunzio, di cui fu una colonna portante imprescindibile), degli elzeviri, degli epigrammi sparsi, degli aforismi, dei mottetti, dal dopoguerra agli anni cinquanta, e firmati anche con vari pseudonimi, trovano forma in una raccolta che prende il nome di “Diario Notturno”, uscito nel 1956. Dell’opera si intuisce immediatamente il valore con il raccontino Nel paese dei poveri. Con tocco leggero ma arguto coglie l’anima profonda di questo Paese con una splendida metafora. Non c’è posto peggiore di una Nazione che recrimina le proprie tradizioni e poi non le rispetta: così, il povero, sposta quattro mobili dentro casa ed è convinto di fare la rivoluzione. Non c’è niente di più attuale in Italia, un Paese in cui si è abituati per retaggio storico a guardare soltanto il proprio orticello privato senza mai allargare l’orizzonte, chiusi nelle più ottuse rivendicazioni. Se poi si va a buttare uno sguardo nel teatrino della politica nostrana le cose non sono tanto diverse. Basta leggere tra le righe che, in questo, caso non hanno bisogno di essere sarcastiche, riportando semplicemente la realtà. La classe dirigente si esprime con un violento turpiloquio e epiteti irripetibili come confronto dialettico tra un deputato e un altro. No, non è adesso, è il 1948. Eppure nulla sembra essere cambiato. D’altronde se è povero un popolo probabilmente lo sarà anche la sua classe governante. Una povertà che ci portiamo dietro da tanto, troppo tempo. Un uomo politico che si esprime in modo corretto perde elettori, le sue idee, prive di ingiurie, perdono la sapidità, cosicché tutti sono in grado di esprimerle. Questa l’amara conclusione di Flaiano. A guardare a quello che succede oggi, in cui un intero movimento ha fondato il proprio programma elettorale su una parola che è un esplicito epiteto che invita ad andare in un posto specifico e non una chiave di raffinata strategia politica, sembra che qualcuno di oggi si sia ispirato alle sue parole di ieri o che sia stato altamente profetico. Volendo allontanarsi dalla politica sì può trovare un po’ di conforto nel giornalismo – raro – qualora non ci si imbatta nell’accozzaglia dei decisamente schierati. A meno che non prendiamo un giorno a sinistra e un giorno a destra, finendo col dubitare della libertà di stampa. Questo negli anni cinquanta, ed è stato così fino all’avvento di internet. Oggi persino il web è intasato da opinionisti che barattano il loro pensiero per un pugno di mosche, così la pluralità d’informazione, con milioni di opinioni diverse in pochi minuti e fake news – che Flaiano chiamerebbe “notizie false” – non fa altro che generare confusione e riportare alla situazione di stallo che fa sempre comodo ai poteri forti. Finendo per dubitare sulla libertà d’informazione e sulla libertà in generale. Che poi anche la libertà è un principio e sappiamo quanto può essere pericoloso, come succede anche attualmente, quando un imbecille si impadronisce di un principio: lo persegue fino alla morte e costringe anche altri a seguire la stessa sorte… perché gli imbecilli sono tanti, la maggioranza, per niente silenziosa. La stilettata più affilata e corrosiva della sua penna, forse Flaiano la assesta, affermando che la stupidità non è mai innocua. Come si può non dargli ragione, con un sorriso a denti stretti e le labbra ricurve all’ingiù. Questi sono soltanto alcuni esempi dei contenuti di “Diario Notturno” che andrebbe letto nella sua interezza per comprendere la visione globale di Ennio Flaiano che sa elevarsi, grazie al suo pensiero – attività che considerava la più alta, almeno così era nel suo caso – per osservare l’umano comportamento, e riportarlo con divertita e inquietata comprensione, umano anche lui, forse un po’ marziano. Non a caso il libretto contiene tra le sue pagine la prima bozza di Un marziano a Roma. Testo che toglie il mistero, intriso di morbosa e infantile curiosità, attorno alla figura di un personaggio venuto da un altro mondo, facendogli perdere fascino, così anche l’attenzione collettiva, abbandonandolo alla sua solitudine, non solo tra gli esseri umani ma galattica. Universale. Un racconto che seppur non immediatamente compreso, troverà trasposizione teatrale e interesse cinematografico. Altre forme creative in cui il genio di Flaiano espanderà enormemente la sua espressione, anche se dal cinema Flaiano avrà i dispiaceri più cocenti, sotto  forma di  appropriazioni indebite varie su cui sorvoliamo per carità di patria. Per il teatro basta citare “La guerra spiegata ai poveri” del 1946 e, soprattutto c’è il cinema. La sua attività di sceneggiatore è instancabile, a fianco di tutti i più grandi registi degli anni cinquanta e sessanta. Ha prestato le sue opera a Germi, Antonioni, Monicelli, Petri, Risi, De Filippo. Una lista interminabile. Indimenticabile e dolorosa la collaborazione con Federico Fellini (qualcuno sostiene che il regista gli “rubò la vita”) in tutte le pellicole più conosciute e premiate come “La dolce vita”, “8 e ½”, “La strada”, “I vitelloni” e anche altre. In ogni progetto sapeva impartire questa mistura di ironia e nostalgia, e un tocco di amara dolcezza. La sua opera sarà richiesta infatti da grandi registi in tutto il mondo. Il suo modo di cogliere gli aspetti contraddittori dell’Italia, dall’osservatorio privilegiato della sua amata Roma (lui che romano non era e pare che la Rimini di Fellini altro non fosse che la Pescara del “Satiro”), negli anni del Boom economico, con il suo erotismo che cerca disperatamente di emergere dalla repressione, con la sua noia da improvviso benessere, con tutta la sua ipocrisia. Tutto questo lo troviamo nei suoi articoli, nei suoi soggetti, nelle sue poesie, in ogni traccia del suo passaggio e considerando che i suoi scritti sono ancora fonte di ispirazione per la loro attualità per tutte le forme artistiche ancora oggi, credo fermamente che il suo pensiero, nonostante la scomparsa dello scrittore sia avvenuta nel 1972, sia ancora tra di noi e rimarrà eterno.  

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