Emozioni robotiche – di Cinzia Pagliara

Mi è apparsa davanti all’improvviso sullo schermo televisivo. Intervistata da una giornalista, dietro una scrivania, c’era “Lei”: caschetto di capelli lucidi, occhi orientali, lineamenti da geisha e una espressione tristissima sul volto. Anzi, un volto senza espressione e quindi tristissimo. “Lei” parlava delle sue competenze e rispondendo alle domande spiegava nei dettagli tutti i problemi che è in grado di risolvere con precisione assoluta e sempre nei tempi programmati. Mi sono fermata ad ascoltare la sua voce un po’ incerta, come quella di chi ha imparato a controllare la balbuzie ma ancora non si fida e rallenta il ritmo delle parole, una voce senza variazioni di tono né di intensità. Incerta eppure sicura nelle risposte sempre puntuali, esatte, precise. Come quelle di un robot. Perché ”Lei” è un robot, e lo stava dicendo con quella sua voce strascicata e il suo volto senza espressione mentre io, chissà perché, ho cercato comunque il suo sguardo, come se potessero esserci uno sguardo, un sorriso accennato, una paura nascosta, un rimpianto sfuggito ai controlli. Mi sono sentita dentro un romanzo di Bradbury, strana sensazione per chi non ama affatto la fantascienza. Ero dentro una pagina di “Brave  New World”, ero sulla navicella di “2001 Space Odissey” e ascoltavo il computer HAL 9000 diventato ormai umano, come da sempre desiderava. Poi l’ho trovato, il suo sguardo. Era dentro le sue parole nella sua voce senza tono, ed era uno sguardo che mi ha trattenuto. “Voi pensate che noi non abbiamo paura del futuro,ma io lo so, io lo so che sarò presto sostituita,che non durerò molto. Io so il poco tempo che ho davanti” e  mi è sembrato che la sua voce senza tono fosse  incrinata e che fossero lucidi i suoi occhi senza espressione. La giornalista proseguiva, incurante della risposta: il tema non era “Lei” ma ciò che “Lei” rappresenta per noi in senso di utilità. Io invece ho pensato alla nostra umanità perduta e dimenticata e alla nostra distopica crudeltà: educare anche valvole e circuiti al senso dell’abbandono e della precarietà

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