Emma Tricca: “St. Peter” (2018) – di Maurizio Garatti

Emma Tricca è una figura decisamente anticonvenzionale per ciò che concerne l’asfittico e spento panorama musicale Italiano: probabilmente perché ha fatto di tutto per allontanarsi da quella che, evidentemente, considera una scena che non le appartiene. Persona molto schiva, Emma ha scelto di vivere a Londra, dopo che due incontri fondamentali hanno in qualche modo “indirizzato” la sua esistenza verso un sentiero poco noto alla nostra latitudine, ma che le hanno consentito di raggiungere lo status di folksinger di notevole spessore. La prima persona che le diede gli strumenti necessari per credere in se stessa, fu John Renbourn, leggendaria figura Folk in grado di regalare al mondo una Band del calibro dei Pentangle. Dopo un concerto di John, Emma ebbe l’opportunutà di fargli ascoltare una sua composizione… e furono proprio gli apprezzamenti ricevuti da Renbourn, assieme all’incoraggiamento a continuare a suonare e comporre, che spinsero la giovane a non mollare. Poi venne l’incontro con Odetta: la mitica e misteriosa cantante che fu la figura letteralmente responsabile della “nascita” del primo Dylan (quello acustico) e che convinse Emma a trasferirsi a Londra per proseguire nel suo particolare apprendistato. Da qui in poi la storia della cantautrice assume caratteristiche completamente diverse: la ragazzina che suonava la chitarra comprata con i soldi del nonno, si trasforma lentamente nella sofisticata e stilisticamente perfetta folksinger che oggi possiamo apprezzare. Con Renbourn nel cuore e Joni Mitchell stabilmente presente nella sua mente, Emma da libero sfogo alla sua creatività e, questo fatidico terzo Album (in realtà esiste un quarto album, uscito nel lontano 2001, ossia otto anni prima di quel “Minor White” che viene comunemente considerato il suo esordio) è la lucida testimonianza della crescita costante di un grande talento. I dieci brani che compongono il disco scrivono una storia affascinante, che si dipana seguendo fili coerentemente diversi tra loro: la psichedelia, il folk, il jazz e la canzone d’autore… seguono binari propri e tuttavia riescono nell’ardua impresa di fondersi in un unico groviglio che compone l’esatta cifra stilistica della cantautrice: è il massimo elogio di una creatività coerente ma tutt’altro che scontata. Attraverso l’uso di una strumentazione come sempre parca, e con l’ausilio di una voce stupendamente modulata sulle proprie melodie, Emma ci propone un mondo sonoro di svavillante e quieta bellezza. Il disco è sicuramente più elettrico di tutto ciò che Emma Tricca ha sin qui pubblicato, e risente inevitabilmente della scena musicale inglese odierna… tuttavia questa sorta di nuova psichedelia elettrica non ha alcun termine di paragone, finendo per risultare unica e incontaminata. La partecipazione al disco di Jason Victor dei Dream Syndacate e di Steve Shelley dei Sonic Youth, confermano che Emma sta seguendo un percorso tutto suo, frutto di grande personalità e di idee molto chiare. Anche la collaborazione con il “mito” Judy Collins, qui presente nella superba Solomon Said, è perfettamente coesa al progetto musicale: un turbine tranquillo che raccoglie brandelli di noise, di folk, e di country rock condito con sapori western. Tutta la sua vita, il viaggio esistenziale compiuto, i frequenti spostamenti tra Italia e Inghilterra, le escursioni in Africa e il continuo periplo della penisola italiana… tutto contribuisce a questo affascinante risultato. Il delicato arpeggio dell’iniziale Winter my Dear, poco meno di tre minuti di perfezione, unito alla suadente voce aprono le porte di un percorso molto intimo e, se la pacata Fire Ghost scorre quieta e fluida e Julian’s Wings appare sincopata, sono i sei minuti della splendida Buildings in Millions a farci decisamente innamorare di questo lavoro. Mentre Green Box suona come la più bella delle ballate country western, è il contrasto con la già citata Solomon Said a dare il giusto peso a un lavoro fuori dagli schemi commerciali odierni e per questo di elevatissimo pregio: il recitativo di Judy Collins (il testo di un suo brano del 1967, Albatross, tratto dall’Album “Wildflowers”) abbraccia completamente la musica di Emma, raggiungendo un vertice sonoro di sofisticata complicità. “St. Peter” (Dell’Orso Records) è un grande disco, di quelli che si ascoltano di rado, in grado di farci fare pace con il pallido orizzonte sonoro che siamo abituati a rimirare dai nostri mesti lidi, e se per tutto ciò è stato necessario spostarsi in quel di Londra va bene… lo possiamo accettare.

1. Winter, My Dear. 2. Fire Ghost. 3. Julian`s Wings. 4. Buildings In Millions.
5. 
Salt6. Green Box. 7. Mars Is Asleep. 8. The Servant`s Room.
9. 
Solomon Said. 10. So Here It Goes.

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