Emerson, Lake & Palmer: “Tarkus” (1971) – di Maurizio Pupi Bracali

“Tarkus”, di Emerson, Lake & Palmer (o più semplicemente ELP) viene al mondo il 16 Giugno 1971 dopo un album bello e atipico come il primo omonimo del trio del 1970 (conosciuto anche come: colomba in copertina) e prima del terzo album “Pictures At An Exhibition” (ancora del 1971 perché bisogna battere i tasti finché sono caldi…) che rilegge in un concerto dal vivo e in chiave rock la celebre e omonima suite del compositore russo Modest Petrovič Musorgskij risalente al 1874. Gli ELP sono uno dei primi cosiddetti supergruppi poiché ogni membro del trio proviene da importanti esperienze precedenti. Keith Emerson, virtuoso tastierista, è stato fondatore, leader e protagonista dei validissimi Nice, con i quali realizzò una cinquina di ottimi album. Greg Lake (basso e chitarre) è tra i fondatori degli imprescindibili King Crimson con i quali nel 1969 incide uno degli album più importanti e epocali della storia del rock, “In the court of Crimson King”, che getterà le basi (nonostante qualche precedente di altre band inglesi) del cosiddetto progressive rock, amato e odiato in egual misura da estimatori e detrattori (ma pare che “In The Court…” metta d’accordo tutti), mentre il talentuoso e fantasioso batterista Carl Palmer vanta la fondazione, insieme al grande e sfortunato tastierista Vincent Crane, dei magnifici Atomic Rooster, con i quali suonò nel primo album. 
Queste tre esperienze musicali gravitanti nell’orbita del rock progressivo non potevano fare altro che fornire linfa a una cumulativa esperienza prog della quale “Tarkus” è un magnifico esempio e, nonostante altre opere notevoli, forse apice della carriera degli ELP. Apice curioso in verità poiché a “Tarkus” tocca in sorte quella strana situazione non troppo frequente ma reale per cui, ragionando in termini vinilici, la prima facciata, con la suite omonima che titola l’album, era (ed è tuttora) osannata e portata al rango di capolavoro, mentre la cinquina di canzoni del secondo lato non se l’è mai filata nessuno (capitava anche al superclassico “Phaedra” 
(1974dei Tangerine Dream e ad altri album che sarebbe lungo elencare), nonostante non fosse del tutto trascurabile, a cominciare da Jeremy Bendersimpatico divertissement col suono del pianoforte da saloon di film western (honky tonky) che ritroveremo spesso anche in futuro nella carriera degli ELP e di Emerson in particolare, come si evince ancora in questo disco nel brano Bitches Crystal, anche se coniugato con un tentativo di jazz, mentre il gemellaggio di The Only Way/Infinite Space ripropone la fissa di Emerson nel riprendere brani di compositori classici – Bach, in questo caso – in chiave rock, utilizzando anche un pomposo e pesantissimo (fisicamente e musicalmente) organo da chiesa.
Dopo A Time And A Placerobusto rock tastieristico con un buon assolo di Hammond, conclude la facciata e il disco Are You Ready Eddyaltro divertissement di fattura decisamente rock’n’roll dedicato al fonico della band Eddie Offord ma, il capolavoro sta sul primo lato: Tarkus è una suite in sette movimenti con un unico filo conduttore tra fantasy e fantascienza che racconta la nascita causata dall’eruzione di un vulcano (Eruption) di Tarkus, uno strano ibrido a metà strada tra un armadillo e un carro armato, un tipo con un pessimo carattere, uno sguardo truce e la fissazione di voler fare la guerra a tutti e a tutti i costi. Dopo quel primo e irruento movimento strumentale eseguito da Emerson col registro percussivo dell’organo e qualche lancinante impennata di Moog (i vagiti di Tarkus?) c’è forse il brano più bello di tutta la storia degli ELP, quella Stones Of Years che rende magico il connubio Emerson/Lake, tra la dolcissima e melodiosa parte cantata e il solo di hammond, delizioso e raffinato come poche altre volte. Seguono Iconoclast  e Massbrani dove il cattivone Tarkus continua a fare vittime, tipo una sorta di pterodattilo dalle ali metalliche e armate di lanciarazzi e una specie di rettile con zampe da cavalletta e con una testa di ferro missilistica. In questi brani viene fuori lo strepitoso drumming di Palmer che tiene banco tra svisate di organo e balbettii di Moog con un ritmo funambolico tutto in levare e saltellante fino al momento cruciale, quando il diabolico Tarkus incontra Manticore per lo scontro finale
Ora, sinceramente, non sappiamo se gli ELP sapessero dello spaventoso granchio con la testa da commercialista inventato da Woody Allen, tant’è però che Manticore (che darà il nome all’etichetta discografica del trio) ha un corpo da leone, la testa da fricchettone anni 70 con gli occhi cerchiati da fattone e una coda da scorpione con rispettivo aculeo velenoso. Sarà proprio quell’aculeo conficcato in un occhio di Tarkus che lo porterà alla morte nella battaglia finale (
The Batterfield), interamente composta e cantata da Lake in un bellissimo brano lento e suggestivo dove, oltre al basso, Greg imbraccia due chitarre elettriche – sovrancise ovviamente – che si incrociano, si doppiano e si inseguono melodiche e armoniose fino ad esplodere nella un po’ semplicistica marcetta militare a suon di Moog che conduce alla fine della storia (Aquatarkus), con il corpo di Tarkus sommerso e portato verso il mare dalle acque di un impetuoso fiume, riprendendo il tema musicale iniziale (Eruption) come in ogni suite che si rispetti. Certo, il nome Tarkus suona piuttosto bene, è senz’altro più incisivo di Manticore e sarà forse per questo che gli ELP titolano suite e album col nome di un personaggio così fortemente negativo che rimarrà scolpito a futura memoria nel cuore e nel ricordo di milioni di fan, mentre alla buona ed eroica Manticore non resta che la consolazione dell’attribuzione di un’etichetta discografica.

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