Emerson, Lake & Palmer: “Emerson, Lake & Palmer” (1970) – di Fabrizio Medori

Sebbene siano considerati, oggi, anche come l’aspetto deteriore del rock progressive, il prototipo dei “dinosaur” spazzati via dal Punk, nel 1977, Emerson, Lake & Palmer sono stati incredibilmente innovativi, geniali e creatori di un genere capace di elevare l’ascoltatore rock verso un livello tecnico e culturale impensabile. Tutti e tre provenivano da esperienze musicali significative: Keith Emerson era stato il tastierista dei Nice, che avevano riscosso un discreto successo; Carl Palmer era stato il batterista dei Crazy World di Arthur Brown, con cui aveva inciso un grosso successo internazionale, “Fire”; Greg Lake, dal canto suo, poteva vantare la partecipazione al primo capolavoro del Prog, “In the court of the crimson King”, dei King Crimson, dei quali era cantante e bassista. Per questo motivo furono spinti da una forte campagna pubblicitaria ed esordirono dal vivo allo storico festival di Wight – davanti a 600.000 spettatori – nell’estate del 1970. Furono immediatamente, e poi per decenni, riconosciuti come l’archetipo del “supergruppo”. A quel tempo non avevano ancora un repertorio proprio, ma rimediarono con la loro perizia tecnica e con la profonda conoscenza, soprattutto da parte di Emerson, del repertorio classico. Come era già successo con i Nice in diverse occasioni, il gruppo iniziò a proporre propri arrangiamenti in chiave rock di alcuni capolavori della musica classica, dapprima dal vivo e poi in tutti i dischi registrati in studio. In questo caso furono utilizzati brani di Bela Bartock e di Leos Janaceck, sebbene, tra i solchi, sia possibile ascoltare altre decine di influenze. Tutto il sound di “Emerson, Lake & Palmer” (1970) è incentrato, in massima parte, sul massiccio utilizzo delle tastiere, che vanno dal pianoforte classico a quello elettrico, dall’organo liturgico all’Hammond, fino alle prime tastiere elettroniche, Moog in particolare, che possiamo ascoltare sia in versione modulare, con il Modello III c e sia in versione “commerciale” con il Minimoog. Il disco, formato essenzialmente da un brano introduttivo, quattro suite, più o meno lunghe, ed una canzone finale, si apre con The Barbarian, nella quale una lunga introduzione di basso distorto e organo Hammond lascia spazio al piano acustico, per poi tornare con l’arrangiamento iniziale. Take A Pebble è una delicata ballata pop che si apre con l’effetto del pianoforte suonato direttamente arpeggiando le corde senza percuotere i tasti. Dopo la bellissima parte cantata dalla voce espressiva di Greg Lake parte una lunga improvvisazione pianistica piena di invenzioni, improvvisazioni e virtuosismi, seguita da un intermezzo chitarristico blues-ragtime, dal ritorno del pianoforte ed infine dal richiamo alla parte iniziale, canto incluso. Il terzo brano, Knife-Edge, contiene molti degli elementi peculiari dello stile del gruppo, trasferendosi in un’area più marcatamente rock, con il basso a fare da collante tra l’organo, la voce e la batteria. Girando il vinile sul lato B si poteva ascoltare The three fates, suite divisa in tre parti: Clotho, suonata sull’organo della Royal Festival Hall; Lachesis, per solo piano e la conclusiva Atropos, suonata dal piano trio. Insieme alle due “canzoni” che incorniciano l’album, all’inizio e alla fine, Tank è l’apice del disco, con i suoi originali fraseggi di basso elettrico e Clavinet, alternati a piccoli intermezzi di batteria. E’ proprio Carl Palmer a prendersi la scena durante il virtuosistico solo centrale, dando il via alla tradizione dei lunghi intermezzi solistici che, di qui a poco, assumeranno una valenza completamente diversa, di routine, caricando l’ascoltatore di un peso difficilmente sopportabile. Dopo l‘assolo di batteria rientrano il basso e Keith Emerson, con uno sfoggio grandioso delle possibilità timbriche del Moog. A completare il primo lavoro del neonato gruppo una bellissima vetrina per la splendida voce di Greg Lake, Lucky man, affascinante ballad nella quale si fondono alla perfezione tutti gli elementi della band: Basso morbido e melodico, batteria complessa ma efficace nell’accompagnamento, chitarra acustica, solo di chitarra elettrica e maestoso finale con il Moog in grande evidenza. Molti, all’epoca, riuscirono ad apprezzare la grande validità del nuovo modo di approcciare la musica rock, quasi completamente senza le chitarre e con un enorme spazio per tutti i tipi di tastiera. In seguito, nonostante altre ottime produzioni, il gruppo si appesantì molto, non riuscendo più a riproporre la freschezza e la spontaneità dell’esordio e richiudendosi, sempre più spesso, nella magniloquenza eccessiva di un solismo esasperato, dimenticandosi, sempre più spesso, la strada dell’innovazione, dell’improvvisazione e dell’invenzione. Il disco d’esordio raggiunse la top 10 nel Regno Unito e la top 20 negli Stati Uniti, aprendo le strade del grande successo per i dischi seguenti.

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