Emanuele Belloni: “Tutto Sbagliato” (2018) – di Marco Valerio Sciarra

Prima che si chiuda quella porta, prima che quell’ultimo sentore di libertà si disperda tra le quattro mura della cella e le sbarre, prima che un chiavistello pesante divida il mondo libero dal mondo recluso, fammi sentire un’ultima nota, un ultimo verso, un’ultima illusione. Fa che questa ora d’aria sia senza fine, sia per sempre. Così Emanuele Belloni si cala umanamente nei panni di chi conduce questa confinata esistenza e intona undici canti vitali come ossigeno, come una ventata, potente nella sua leggerezza, che viene dall’esterno e dilata oltre misura le ore d’aria. Undici racconti raccolti in “Tutto Sbagliato”, il suo ultimo progetto discografico, registrato nel braccio G11 del carcere di Rebibbia insieme ad un gruppo di detenuti dell’associazione “Chi Come Noi”. Non c’è retorica nel descrivere le istanze di alcuni carcerati, soltanto il cogliere un attimo della loro quotidianità prima che le pance tornino a gonfiare per la troppa sedentarietà, prima che gli sguardi ripiombino nello stato catatonico per la troppa alienazione dal tempo. Per cogliere la dimensione intima, l’esperienza privata di chi non è più libero, non si può urlare o usare in maniera invasiva la propria presenza. Per raccontare del carcerato che parla alla figlia, o del gendarme che si innamora della detenuta, o della partitella sul prato di cemento, bisogna avvicinarsi con attenta cautela cercando, comunque, di eliminare ogni filtro. Così la voce del narratore cantante è confidenziale, calda, decisa e gli arpeggi sono delicati a ripercorrere melodie pizzicate del Folk, Manouche o Flamenco e, quando la disperazione proprio non si può contenere, subentrano le dilatazioni distorte come lamenti della chitarra elettrica. Per realizzare questa intimità Emanuele Belloni si deve circondare, brano per brano, dei giusti collaboratori, tra cui possiamo citare: Riccardo Tesi (Organetto Diatonico, produzione, voci), Gigi Biolcati (Drums), Mirco Capocchi (Contrabbasso), Maurizio Geri (Chitarra Manouche), Antonio Gramentieri (Chitarre Elettriche), Gabriele Mirabassi (Clarinetto), Custodio Castelo (Chitarra Portoghese), Enrico Guenzoni (Violoncello), Cristina Renzetti (Voce), Stefano Saletti (Cavaquiño e Voci), Stefano Meloni (Cori, Piano, Programmazione Archi), Raffaella Misiti (Voci), Mauro Armuzzi (Voce), Carlo Bna (Percussioni), Mauro Micucci (Tromba). In una sorta di concept album dedicato ai carcerati non può mancare un brano ispirato alle leggendarie vicende di Alcatraz. Inoltre ci regala lo splendido adattamento di una poesia di Nâzim Hikmet, Il più bello dei mari. L’infinito visto da dietro le sbarre ha tutto un altro aspetto. Ha il profumo inarrivabile della speranza, dell’attesa ribollente e rassegnata. Tutto del mondo li fuori è diverso, assume un altro valore, le stesse cose più banali del semplice vivere quotidiano, come l’odore di bagnato dopo la pioggia o il normale relazionarsi tra esseri umani, gli occhi di chi ti guarda come se esistessi, come se fossi vivo. Poi c’è chi sta fuori e non riesce a godersi tutta questa bellezza. Si finisce con l’apprezzare tutto quello che si ha dentro, come l’odore della minestra, la sigaretta fumata alla finestra, le scarpe nuove, le preghiere davanti al muro, le lettere ai parenti. Lasciando il dubbio su chi sia più libero: se chi sta fuori o chi sta al “gabbio”.  

Tracklist: 1. Tutto sbagliato. 2. Gendarmerie. 3. Dimmi che lavoro fai.
4. Davanti a me. 5. 10 e 25. 6. La partitella. 7. Solo cose più buone.
8. Il più bello dei mari. 9. Le tre scimmie. 10. Come si canta ad Alcatraz!
11. Dolce, dolce, dolce.

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