Elton John with Ray Cooper: “Live from Moscow 1979” (2019) – di Maurizio Garatti

Se c’è un tour che merita di essere ricordato come uno di quelli maggiormente significativi degli anni settanta, questo è sicuramente quello che Elton John effettuò nel maggio del 1979 in Unione Sovietica. Erano ancora anni difficili per i rapporti tra l’U.R.S.S. e il resto del mondo, e l’invasione dell’Afghanistan con la conseguente guerra che avrebbe portato a tutto ciò che è seguito, era lì dietro l’angolo, eppure Elton si gettò con entusiasmo in questa avventura, che all’epoca poteva apparire alquanto folle. A distanza di quarant’anni, quel Tour viene celebrato con un sontuoso doppio vinile (anche in CD), “Live from Moscow 1979” (2019), che testimonia il memorabile evento rendendo giustizia a uno dei massimi compositori di quel periodo. Lo spettacolo venne trasmesso dal primo canale della BBC nel 1979 e l’audio è stato rimasterizzato da Bob Ludwig per l’occasione, dai nastri analogici originali. Questa nuova pubblicazione fa seguito a una edizione limitata uscita  per il Record Store Day 2019 che fu immediatamente esaurita, e viene a colmare un clamoroso vuoto: la qualità dell’esibizione, unita alla adamantina bellezza delle canzoni, viene esaltata dal semplice contesto entro la quale viene proposta. Solo voce e pianoforte, a parte un breve e significativo set con il validissimo percussionista Ray Cooper, che mette in rilievo la perfezione della scrittura raggiunta da Elton John: le canzoni escono ingigantite da questa operazione. Sono la melodia e la voce a creare la sintesi perfetta di un compositore che già da dieci anni scriveva brani di una bellezza clamorosa. Avere l’opportunità di ascoltarli in questo contesto è un graditissimo regalo, di quelli che raramente fanno le avide case discografiche. In questo caso però, le logiche di mercato vengono ampiamente superate dal senso di gioia e stupore che nasce spontaneo durante l’ascolto di questi due dischi.
Con lo scorrere della puntina tra i solchi, veniamo trasportati a quel maggio del 1979, a quella serata che conclude in modo grandioso un tour che si è svolto nell’arco di otto giorni, che ha portato il musicista inglese a esibirsi quattro volte a Leningrado (oggi San Pietroburgo) e quattro a Mosca. A tal riguardo, lo stesso Elton ha le idee chiare in merito: “Posso onestamente dire che è stato uno dei migliori della mia vita. è stato uno dei tour più memorabili e felici che ho fatto. L’ultimo spettacolo è stato probabilmente uno dei migliori concerti che abbia mai tenuto in vita mia. Lavorare con Ray, con solo noi due sul palco, è stato sia esaltante che stimolante”
Il tour fu un evento significativo viste le tensioni della “guerra fredda” tra U.R.S.S. e Occidente, un segno della tolleranza emergente delle autorità comuniste nei confronti della cultura popolare occidentale, e la rivista Billboard affermò che gli spettacoli erano “significativi e di successo”, descrivendo John come “il primo vero artista rock ad apparire in Russia“. A seguito del tour, nel giugno 1979, le autorità sovietiche permisero alla casa discografica statale Melodiya di pubblicare l’album “A Single Man” del 1978, rendendolo il primo album pop occidentale ad essere rilasciato ufficialmente in U.R.S.S.. La permanenza di John nel paese è stata oggetto del film documentario televisivo “To Russia with Elton”, e la trasmissione in diretta della BBC Radio 1 dello spettacolo del 28 maggio, tenutosi presso la Rossiya Concert Hall di Mosca, ha segnato il primo collegamento satellitare stereo tra l’Unione Sovietica e l’Occidente. È quindi assolutamente non banale definire epocale questo avvenimento, e il piacere di veder girare sul piatto i vinili che lo documentano, ha davvero pochi eguali in ambito musicale.
Quando il concerto venne trasmesso il DJ Andy Peebles faceva notare che “il pubblico russo è molto più contenuto del pubblico britannico”. Tuttavia, dopo l’esecuzione di una versione di 12 minuti di I Heard It Through The Grapevine, di una incendiaria Bennie and The Jets e di un medley di chiusura con Crocodile Rock / Get Back / Back In The USSR, tutti erano diventati perfettamente in linea con il classico pubblico di un concerto rock. Come ebbe modo di scrivere il Daily Telegraph: “Elton e Ray sapevano che stavano aprendo nuove strade ed erano consapevoli del fatto che se la musica rock avesse mai penetrato la cortina di ferro con una certa coerenza, l’impressione che si sarebbero lasciati alle spalle doveva essere indelebile”. Di sicuro così è stato: le porte si sono aperte, dapprima solo uno spiraglio, poi sempre di più. Il Rock abbatte un’altra barriera, e il vento prodotto dalle note accarezza tutto e tutti. L’idea di John per il tour era di evitare la stravaganza visiva delle sue esibizioni precedenti, concentrandosi solo sul canto e sul pianoforte. Come negli spettacoli precedenti al tour, in Europa e in Israele, i concerti russi, che duravano più di due ore, presentavano un set eseguito da John da solo, seguito da un set con Cooper, che suonava una gamma di strumenti a percussione. A quel tempo Elton pensava che gli fosse stata concessa l’opportunità di suonare in U.R.S.S. semplicemente perché lui aveva espresso il desiderio di farlo. Di ritorno da quella incredibile avventura disse che le autorità sovietiche erano ansiose di altri spettacoli rock, volevano Eric Clapton, Paul McCartney e Pink Floyd tanto per fare alcuni nomi, ma non erano sicuri del protocollo corretto da seguire quando invitavano gli artisti occidentali e non si fidavano assolutamente dei promoter americani.
Probabilmente non avevano tutti i torti, anche se, ad essere onesti, per quel che riguarda John le cose si misero bene sin dal principio. John Reid, che di Elton era il manager, aveva presentato una richiesta all’ambasciata sovietica a Londra in merito ad una eventuale tour in Russia, e un ufficiale culturale dell’ambasciata venne invitato al concerto che il musicista tenne a Oxford il 17 aprile di quell’anno. Non sappiamo esattamente cosa provò seguendo la performance di Elton sul palco, ma il risultato fu che il rocker inglese venne invitato ad esibirsi in dieci concerti a Leningrado e dieci a Mosca. Reid si accordò per quattro spettacoli in ogni città, e gli eventi furono promossi da Harvey Goldsmith e dalla compagnia russa Goskontsert. È necessario puntualizzare che John ricevette 1.000 dollari per ogni concerto, una cifra assolutamente fuori mercato (che Elton guadagnava a inizio carriera, quando si esibiva al Troubador di Los Angeles), a testimonianza che non furono certo i soldi il volano che permise alla cosa di realizzarsi. Non dimentichiamo poi il fatto che l’immagine di John era quella di un ricco, appariscente e apertamente bisessuale intrattenitore, in contrasto con l’immagine austera sposata dalla dottrina del Partito Comunista. L’avventura si mosse un po’ in sordina, senza troppo dare nell’occhio, quasi a tastare il terreno per verificare se i tempi erano maturi per un simile evento. Elton e il suo entourage volarono a Mosca il 20 maggio, il gruppo fu portato di corsa in una stazione ferroviaria e poi viaggiò durante la notte in treno fino a Leningrado, mentre le attrezzature del palcoscenico furono trasportate in camion attraverso l’Europa fino a destinazione. La domanda per gli otto concerti era altissima, con i prezzi dei biglietti fissati a otto rubli (il salario giornaliero medio in Russia) e questo fece si che oltre il 90% dei biglietti fini ai membri senior del Partito, ai diplomatici e agli ufficiali militari. Il resto finì sul mercato nero a 25 volte il prezzo ufficiale. Del resto, come con altri artisti occidentali, la musica di John era disponibile in U.R.S.S. solamente tramite importazione illegale e, all’epoca i suoi dischi costavano circa settanta dollari, ammesso che si trovassero.
Il tour inizia ufficialmente il 21 maggio presso la sala concerti Bolshoi Oktyabrsky (Great October) da 3.800 posti, in una atmosfera insolitamente formale e riservata per un concerto rock. La prima canzone di John fu Your Song. Quando, dopo l’ultimo brano, le luci si accesero, prima dei previsti bis, molti degli alti ufficiali lasciarono la sala, dando modo al pubblico di avanzare verso il palco. Mentre John e Cooper eseguivano diversi bis, la gente ballava liberamente, cantando e mandando segni di pace al personale di sicurezza in quella che lo scrittore David John DeCouto descrive come “una straordinaria dimostrazione di sfida”. Robert Hilburn del Los Angeles Times, che ha assistito al concerto, ha descritto in questo modo la scena: “Stavo guardando i volti degli ospiti ufficiali. Sui loro volti era palese una domanda. ” Perché succede tutto questo, come è possibile?” Vedi sorgere questa cosa, questa espressione, ed è una cosa pericolosa, è una vera forza potente. È quello che è successo in Occidente negli anni 50 e 60 con questa musica”. La stampa da ampio risalto all’evento, e i titoli dei giornali vanno a nozze con la stravaganza della situazione. Il titolo del Daily Telegraph recita: “Elton John Stuns Soviet Rock Fans”, mentre uno giornalista del New York Times afferma che “i poliziotti e altri funzionari sovietici erano indifesi” nei loro sforzi per controllare la folla. John lo considera ancora il più grande risultato della sua carriera, soprattutto perché la maggior parte del pubblico non aveva familiarità con le sue canzoni.
Comunque non furono certo tutte rose e fiori: dopo il concerto di apertura, a John venne chiesto ufficialmente di attenuare la sua esibizione, gli fu chiesto di desistere dal suonare il pianoforte in modo così energico e dal calpestare il suo sgabello durante Bennie and the Jets. Inoltre gli venne vietato di suonare la cover di Back in the U.S.S.R. dei Beatles. Ovviamente Elton se ne fregò altamente di questi “consigli”, continuando a chiudere ogni esibizione con Back in the U.S.S.R. La cosa che più colpì il duo all’epoca fu la mancanza di entusiasmo del pubblico durante il secondo spettacolo nella Great October Hall: solo in seguito vennero a sapere che i funzionari politici costrinsero i fans a non dare segno di esuberanza. In risposta a questo, quella notte, John incorporò la canzone russa Midnight in Moscow in Bennie and the Jets, includendo nel set una parte del Concerto per pianoforte n. 1 di Čajkovskij. Quando, dopo l’ultimo dei suoi quattro spettacoli alla Great October Hall, John partì in treno per Mosca, i fans si radunarono alla stazione ferroviaria per salutarlo e ringraziarlo , lanciando fiori e piccoli regali come orsacchiotti di pezza. John ricorda ancora bene il fatto, come ricorda la commozione che lo assalì, consapevole delle difficoltà affrontate dai cittadini sotto il regime comunista e dai prezzi gonfiati che avevano pagato per questi oggetti di lusso da regalare. Le stesse cose si ripeterono in quel di Mosca, creando una sottile frattura tra l’immobile e putrescente oligarchia russa e il resto dell’ Unione (ancora per poco) Sovietica
Questa in poche parole la storia di quel preciso momento… il resto è fatto di note, di canzoni che hanno oltrepassato i confini, anche quelli temporali, per giungere splendide e intonse fino a noi. Questa esibizione ci consegna un spicchio di pura poesia, entro il quale pianoforte e voce si uniscono in un magico connubio che danza in modo imprescindibile: sono le canzoni che fanno la differenza, magiche ed essenziali, ma il recitativo di Elton e la qualità del suo suono, restano sostanzialmente inarrivabili.

Side one: 1. Daniel. 2. Skyline Pigeon. 3. Take Me To The Pilot.
4. Rocket Man (I Think It’s Going To Be A Long, Long Time).
Side two: 1. Don’t Let The Sun Go Down On Me. 2. Goodbye Yellow Brick Road.
3. Candle In The Wind. 4. I Heard It Through The Grapevine.
Side three: 1. Funeral For A Friend. 2. Tonight. 3. Better Off Dead. 4. Bennie And The Jets.
Side four: 1. Sorry Seems To Be The Hardest Word. 2. Crazy Water.
3. Saturday Night’s Alright (For Fighting/ Pinball Wizard.
4. Crocodile Rock / Get Back / Back In The U.S.S.R..

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