“Elogio della banana” – di Maurizio Fierro

Davanti ai supermercati del quartiere Haight Ashbury di San Francisco, i cartelli con scritto “banane esaurite” sono esposti da giorni. Impossibile reperirne una, sia nel quartiere liberal della città più liberal d’America, che in tutta l’area della baia. In quegli stessi giorni, sulla costa atlantica, a New York, viene pubblicato un long playing che raffigura in copertina proprio il prezioso frutto giallo, e che sarà destinato a entrare nella storia del rock dalla porta principale. Intanto, nel vecchio continente, uno semisconosciuto cantante inglese, Donovan, si incarica di eternare su note il particolare momento di grazia della banana in una canzone che diventa ben presto un inno generazionale. Strane coincidenze, vero? Uno scalcinato furgone Volkswagen è diretto a Vancouver, Canada. Trasporta un gruppo rock, Country Joe & the Fish, atteso per un concerto al Kitsilano Theatre. Il gruppo ha base a Berkeley, sede della prestigiosa Università della California e fulcro del progressismo intellettuale radical. La band si esibisce stabilmente in due locali, l’Avalon ed il Fillmore Auditorium, e ha avuto una certa popolarità con la canzone Superbird, 45 giri autoprodotto che conteneva un’acida satira del presidente americano Lyndon Johnson. In breve tempo le loro canzoni di protesta diventano il soundtrack che fa da sottofondo alla contestazione studentesca contro la guerra del Vietnam. Siamo nell’epoca delle war songs e, le ballate di Country Joe si vanno ad aggiungere a quelle degli Animals, di Bob Dylan e Joan Baez, comparendo nei famosi Rag Baby, dischi distribuiti come volantini e venduti per un dollaro nei cortei studenteschi. Durante il tragitto verso il Canada, Gary Hirsh, il batterista del gruppo, racconta una teoria dalla dubbia paternità che sta circolando da un po’ di tempo negli ambienti underground di San Francisco, e che alcuni attribuiscono ad Allen Cohen. Questi era il riconosciuto detentore dei diritti di distribuzione dell’LSD della città, prima che la sostanza venisse dichiarata illegale nello Stato della California il 6 ottobre 1966. Bene, secondo questa teoria, essiccando le bucce di banana, grattando via la parte bianca e fumandole, si otterrebbero effetti simili a quelli della marijuana. L’uso della cannabis, vietato negli Stati Uniti dal “Marijuana Tax Act” del 1937, sta raccogliendo in quei giorni numerosi adepti tra scrittori, poeti e artisti. Sul “San Francisco Oracle” è da poco uscito un articolo a firma del giornalista Harry Moore, nel quale viene riportato uno studio del medico George Solomon dal titolo “The Marijuana Papers”, che esalta le proprietà terapeutiche della sostanza. La possibilità di sperimentarne una variante a base di banane ha stimolato la curiosità e la fantasia di Country Joe che, arrivato a Vancouver, si precipita con Hirsh e gli altri del gruppo a comprare una cassa di banane. Poi, rimediata una stufa, ci stende sopra le bucce. Finito il concerto, con le bucce ormai essiccate, ne nasce una fumata collettiva dagli effetti gratificanti. Da quel momento, la leggenda metropolitana della bananadina, estratto dalle bucce di banana essiccate, e del suo presunto effetto psicotropo, si diffonde nelle comunità hippie. Passano pochi giorni, e in uno dei frequenti Human be-in dell’epoca, pacifici raduni di protesta di studenti e beatnik, tenuto al Golden Gate Park di San Francisco, il coro “banana-banana” fa da sottofondo all’esibizione di cantanti e improvvisati speaker politici, con sfilata finale di una enorme struttura in legno raffigurante il frutto. Sul “Berkeley Barb”, settimanale underground di Berkeley, un articolo riporta la ricetta per l’estrazione della bananadina, ripresa anche dal quotidiano “San Francisco Chronicle”, che titola in prima pagina: “nuova mania hippie, banane psichedeliche”. Per settimane diventa praticamente impossibile reperire il frutto nei negozi e nei supermercati di tutta l’area della baia. Nel suo “The Anarchist Cookbook”, il famoso ricettario anarchico scritto nel 1968, William Powell riprenderà la teoria, consigliando di fumare dalle tre alle quattro sigarette a base di bananadina allo scopo di ottenere un sicuro effetto rilassante. Mentre tutta San Francisco si appresta a diventare l’epicentro della controcultura hippie celebrata dalla lunga estate dell’amore, la Food and Drug Administration comincia a indagare sulle possibili reazioni allucinogene delle bucce di banana. In quegli stessi giorni, sulla costa atlantica, a New York, la casa discografica MGM lancia un disco destinato a diventare una pietra miliare della storia del rock: “The Velvet Underground e Nico”. L’lp è stato registrato l’anno precedente, ma le controverse tematiche a base di droga e sesso trattate nelle canzoni, hanno indotto i prudenti manager della MGM a ritardarne il lancio per paura di una forte reazione da parte del moralismo conservatore wasp. La copertina raffigura una banana adesiva, con l’invito a sbucciarla lentamente e.. vedere. Tolto l’adesivo, la raffigurazione di un frutto rosa dall’esplicito riferimento sessuale crea immediato scandalo, alimentando l’aura di perversione che circonda il disco. L’idea della banana è una trovata pubblicitaria di Andy Warhol. I Velvet fanno parte da tempo della Factory, lo studio newyorkese del guru della pop art, sorta di impresa collettiva che catalizza attori, pensatori, musicisti e personalità artistiche dell’avanguardia creativa newyorkese. Mentre Warhol lavora ai suoi dipinti, vengono prodotte serigrafie, girati provini, create sculture, e l’atmosfera sognante che avvolge il loft, quasi interamente ricoperto di stagnola e vernice argentata, genera un vero e proprio fenomeno di mitopoiesi conosciuto come “Età dell’Argento”. Al quinto piano del 231 di East 47th Street, a Manhattan, Truman Capote, Mick Jagger, William Burroughs, Jean-Michael Basquiat e Jim Morrison, incrociano i loro percorsi artistici in un continuo andirivieni di drag queen, transgender e personaggi equivoci; sesso e droga, d’altra parte, sono gli ingredienti irrinunciabili in quella rappresentazione quotidiana dell’underground più apertamente radicale della scena newyorkese. I Velvet sono stati notati da un manager della Factory wahroliana, Paul Morrisey, che li ha ammirati in una loro esibizione al Cafe Bizarre. Morissey convince il gran capo ad ascoltarli. È amore a prima vista. Warhol decide di inserire stabilmente il gruppo in uno spettacolo che in quegli anni suscita grande scalpore, l’Exploding Plastic Inevitable Show, format multimediale senza precedenti che si tiene periodicamente al Dom, un ex ritrovo per immigrati polacchi a St. Mark Place riadattato a teatro d’avanguardia. Gli spettacoli notturni assemblano in un ardito happening dal vivo, cinema, teatro e musica… con attori, ballerini e artisti di strada che si esibiscono in provocatori show, in una atmosfera rarefatta illuminata dalle luci stroboscopiche e con le note dei Velvet a far da colonna sonora. Il gruppo, che appare anche in due film della scena underground, “Venus in Furs” e “A Symphony of Sound”, è caratterizzato dalla presenza di due spiccate personalità che hanno avuto modo di conoscersi anni prima condividendo un loft di Ludlow Street, nel Lower East Side, a Manhattan: John Cale, immigrato gallese che suona divinamente la viola e che ha studiato musica classica e poi composizione con La Monte Young, e Lou Reed, scrittore, cantautore appassionato di poesia e letteratura, la cui massima aspirazione è quella di fondere le sensibilità di Raimond Chandler, Hubert Selby J. ed Edgar Allan Poe, trasponendole in musica rock. Da poco è entrata a far parte della band l’attrice e modella tedesca Christa Paffgen, in arte Nico, che ha già lavorato con Fellini e Lattuada, e che ha stregato Warhol per la sua straordinaria bellezza. La voce sensuale di Nico completa la chimica musicale di un gruppo che esprime un sound aspro, ruvido, che racconta il mondo attraverso un attrito costante, senza mediazioni e senza menzogne. Il loro lp d’esordio è un capolavoro assoluto, capace di oltrepassare i confini della musica pop e rappresentare una dirompente svolta rispetto ai canoni estetici del momento. Se nei testi di gran parte del pianeta rock si tratta di amore e di protesta, i Velvet parlano di droga, pusher, sadomasochismo e luoghi equivoci, e i titoli delle canzoni che compongono l’album non lasciano dubbi: da Heroin, a Waiting for the Man, fino a Venus in Furs. Le spettrali melodie accompagnate dalla suadente voce di Nico distinguono un disco unico, emblematico spartiacque generazionale. Philip Donovan Leitch è un cantante scozzese di vent’anni, assurto a una certa fama dopo essere comparso nella celebre trasmissione televisiva britannica “Ready Steady Go”. Definito il Bob Dylan inglese, un tour negli Stati Uniti lo avvicina al movimento Flower Power che il folksinger interpreta a suo modo, declinando quella via britannica alla psichedelia che conoscerà il suo apice nel successivo mese di aprile, durante il famoso festival all’Alexandra Palace di Londra. Donovan pubblica canzoni di successo, da Sunshine Superman e Season of the Witch… ma è Mellow Yellow, uscita in quei giorni di marzo, a dare più intesa, come esplicito riferimento alle famose bucce di banane… un vero e proprio inno giovanile e a completare il particolare stato di grazia vissuto dal frutto giallo. Nel successivo mese di giugno, la DEA, il Dipartimento anti-droghe del Governo Americano, annuncerà l’inefficacia chimica della buccia di banana, incapace di produrre alcun effetto psicoattivo. La serotonina prodotta dal triptofano presente nella buccia, non può infatti essere percepita a livello cerebrale, perché non supera la barriera ematoencefalica… e la questione può considerarsi ufficialmente chiusa. Il mito della bananadina aleggerà però ancora per molto tempo in tutta la baia, andando a occupare un meritato posto nel pantheon delle leggende metropolitane. Country Joe & the Fish pubblicheranno in quel 1967 il loro album d’esordio, “Electric Music for the Mind and Body”, manifesto della musica psichedelica, seguito dopo alcuni mesi dal secondo lp, che conterrà uno degli inni più famosi contro la guerra in Vietnam, I Feel like I’m Fixin’ to Die Rag. Parteciperanno al Festival di Woodstock dell’agosto del 1969, per poi sciogliersi nel corso di quello stesso anno. A New York, dopo il clamoroso successo del loro primo lp, i Velvet Underground entreranno in una crisi irreversibile. Nico si trasferirà a Ibiza, abbandonando la band, ben presto imitata da John Cale. Anche Warhol perderà interesse per le loro sorti lasciando i Velvet al loro destino. Dopo alcuni lp, nessuno dei quali all’altezza dell’album d’esordio, con l’abbandono di Lou Reed il gruppo si scioglierà. L’ostracismo delle stazioni radio di New York per le tematiche delle canzoni a base di droga e sesso (allora argomenti tabù per la benpensante middle-class wasp), il mancato sostegno dell’industria discografica e la campagna giornalistica contraria, saranno fra le cause del rapido declino dei Velvet. L’ondata montante di moralismo reazionario, ben rappresentato da organizzazioni ultraconservatrici quali la John Birch Society (dal nome del missionario metodista americano ucciso dalle truppe comuniste in Cina nel 1945), creerà un’energica azione di sbarramento contro quelli che venivano percepiti come esiziali virus in grado di infettare il corpo del perfetto patriota a stelle a strisce: protesta, pacifismo, droga e sesso. Nel Regno Unito, l’incantamento per la psichedelia e per tutto ciò che rappresenta l’influenza da Flower Power si esaurisce in breve tempo. Donovan diventerà seguace della dottrina dello yogi Maharishi Mahesh, seguendo i Beatles nel famoso soggiorno in India. Al ritorno, la sua carriera si avvierà a un rapido declino, e il cantante non riuscirà più a rinverdire i successi degli esordi. Marzo 1967… sembra trascorsa un’era geologica da quando un frutto ricco di minerali e vitamine si incaricò di simboleggiare un irripetibile periodo di ribellione antisistema.

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