Elogio del vinile (ascoltando i Gong: “Camembert Électrique” 1971) – di Gianluca Chiovelli

Chi è arrivato nel mezzo del cammin di sua vita (e ascolta, perciò, musica da sempre) nutre sentimenti ambivalenti nei confronti del vinile. Il vinile è ingombrante, il vinile lo si ascolta poco, ormai, il vinile non si trova più, le puntine dove stanno, il Thorens dove lo compro? Il vinile è scomodo da trovare, limitato… e allora giù di MP3. MP3 e FLAC non c’è bisogno di rincorrerli in negozio: si scaricano da appositi database, a centinaia, a migliaia, accatastandosi placidi e pronti all’ascolto in apparecchi non più vistosi di un pacchetto di sigarette; li porti ovunque, non si rovinano, non si mostrano alla dogana, non tolgono posto ai pantaloni in valigia. Una Bengodi? Forse no. Credo che il trapasso fatale dal vinile alla musicassetta, e poi al CD (ormai un’anticaglia o quasi) e alle nuove compressioni (sempre più inconsistenti, aeree, liquide) abbia purtroppo progressivamente recato un’irresistibile tendenza alla superficialità critica, nonché una sostanziale indifferenza nei confronti della musica stessa. Intendiamoci: MP3, FLAC, OGG hanno un pregio enorme: interi settori della storia della musica sono comodamente a disposizione di chiunque. Trent’anni fa nessuno avrebbe mai potuto ascoltare – in tutta la sua vita – una band minore del progressive svedese o l’hardcore della Pennsylvania. Tali dischi non erano in commercio, a meno di non ordinarli direttamente o fare un viaggetto in Svezia o in Pennsylvania; anzi, dirò di più: di tali opere nemmeno se ne sospettava l’esistenza. Oggi, invece, un critico, o il semplice amatore, ha a propria disposizione decine di migliaia di titoli. Tale potenziale miniera d’oro gli consente di dominare a volo d’aquila generi, periodi, tendenze. Un ascoltatore diligente e tenace degli anni Duemila, insomma, ne sa più di un Bertoncelli d’antan. Ascriviamo al digitale, perciò, tale somma conquista. Eppure c’è qualcosa che non torna. Cercherò di spiegarmi.
Il vestimento – “Camembert Électrique” in vinile e “Camembert Électrique” in digitale non sono lo stesso disco. Come Jekyll e Hyde: due diverse manifestazioni di un solo uomo. Ciò che Stevenson disse di Hyde può ben adattarsi al formato digitale: “[Hyde] deve avere un che di deforme: dà una forte impressione di deformità, benché mi sia impossibile specificarne la natura. E’ un tipo assolutamente fuori dal comune, eppure non saprei indicare niente”You can’t kill me in digitale e You can’t kill me letto dalla puntina son solo apparentemente identiche. Il CD ha una parvenza di involucro (un quadrato di plasticaccia e un foglietto) l’l’MP3 neanche quello: puro suono, pulito, asettico. Il vinile vanta, invece, un design: affascina, a partire dalla copertina. Quanto tempo abbiamo speso a osservare i caratteri, i colori, gli svolazzi, a bearci delle foto, dei riquadri, dei credits mentre la musica fluiva in un dolce fruscio? Sempre gli stessi colori, svolazzi e caratteri, a ben guardare. Anche adesso: quante volte ho ammirato la foto della comune artistica dei Gong contenuta all’interno del vinile di “Camembert Électrique”? Eppure ogni volta, quando parte You can’t kill me, la copertina in grembo, la rimiro con simpatia: come il fossile di un’età dell’oro perduta, un australiano e qualche fricchettone europeo. A questo voglio arrivare: l’aspetto formale di un disco (o di un libro) è importante; se tale vestimento è mediocre rischiamo di apprezzare meno il contenuto di quel disco (o di quel libro). La “Divina Commedia” in brossura, con carta da poco, mal incollata e stampata, non è più la “Divina Commedia”: è qualcosa d’altro, si fa fatica a leggerla, a comprenderla a pieno; necessita di un vestimento degna d’essa, d’una buona cucitura, di ottima carta, di un ottimo taglio di pagine, di caratteri nitidi, d’una copertina di pregioLo stesso vale per “Harvest”, “Rock bottom” e “The Doors”.
Il vestimento/2 – Federico Zeri aveva in mente di scrivere un libro sulle copertine dei vinili. Alcune le trovava geniali. Il vestimento della musica, a volte, era arte pari al suo contenuto.
Ritualità – Il vinile impone una ritualità che è una forma di disciplina, altro che clic. Per il vinile occorre scomodarsi. Il vinile si toglie dallo scaffale, con cura, si estrae avendo cura di non toccarlo coi polpastrelli, si pulisce, si cala lentamente sul piatto, con diligenza, a evitare graffi, quindi occorre stimolare il braccetto, con calma… la puntina cade… ecco il fruscio, poi la musica… Tale blanda liturgia, riconosciamolo, predispone a un ascolto più attento. Come la cerimonia giapponese del tè: non possono sbattere una bustina nell’acqua calda come noi? No, non possono.  Il tè (lo stesso tipo di tè) avrebbe tutt’altro sapore.
La strage delle illusioni – Ammettiamolo: prima si conosceva poco o nulla di un autore o di un gruppo. Le storie del rock erano rare, quelle compilate spesso inaccessibili. Ora di un tizio qualunque si sa tutto e il suo contrario: aneddoti, vita, morte, discografia, gusti. Come nel cinema. L’ignoranza del Robert Mitchum uomo reale o della donna reale Alida Valli ingigantiva nella nostra mente la loro forza di artisti. Oggi si viene infastiditi, sino allo stalking, da dettagli e minuzie; a volte si conosce, nostro malgrado, tutto il retroscena di un disco o di un film prima ancora ch’essi escano. Una propaganda invasiva che cerca di stuzzicare, in tal modo, la nostra curiosità. Tale forsennata esibizione, a volte, è solo controproducente. Spesso inutile. Per anni non manco saputo come fosse fatto Lou Reed; l’unico Lou Reed che conoscevo era quello della copertina di “Transformer”. Tanto mi bastava. Non avevo bisogno d’altro. L’ignoto, infatti, è la “madre” dell’illusione e l’illusione è la dea del piacere e del bello: Passano anni interi senza che noi proviamo un piacer vivo, anzi una sensazione pur momentanea di piacere. Il fanciullo non passa giorno che non ne provi. Qual è la cagione? La scienza in noi, in lui l’ignoranza (Giacomo Leopardi, “Zibaldone”, P.1262). Perché i Led Zeppelin hanno edificato un mito duraturo e i Soundgarden, invece, son solo un grande gruppo? È il vinile a dividerli.
La grande bellezza – Ebbene sì, il mondo del vinile si portava appresso, accessorio e futile, un mondo di bellezza oggi inattingibile. Per tale mancanza compiango i più giovani. La felicità di frugare in uno scaffale, di reperire il disco a lungo cercato, la felicità di soffermarsi a ogni copertina, di compulsarla con cura, di chiacchierare coi commessi, gomito a gomito con gli altri appassionati, lasciandosi abbindolare dai caratteri fiammeggianti, dai colori, dai ghirigori, la felicità di uscire dal negozio (a cui si è arrivati per una scelta, distogliendosi dall’ozio) mentre il quadrato magico, che il negoziante ha fatto scivolare in una busta di plastica variopinta, spesso un piccolo capolavoro anch’essa, sbatte contro la gamba e già si pregusta l’ascolto, calmo, a casa. Tutto questo fa parte del giudizio estetico di un’opera? Forse no, eppure ha operato su di noi magici sortilegi. L’amore, l’amore per la musica, nasceva anche da lì.
Audiofilia – Inutile girarci intorno. Il digitale è fruito con mezzi di fortuna. Auricolari da poco, cuffie da discount, casse da computer. Il vinile, invece, impone, per la propria stessa natura, buoni amplificatori, buone casse, un buon piatto; e una notevole accortezza, come abbiamo specificato. Il vinile sI ascolta meglio, inevitabilmente.
È troppo facile – Sì, troppo facile procurarsi la musica oggi. La fame di musica favorisce il discernimento, la ragionevolezza, la meditazione. Ogni disco viene valutato con cura, centellinato. Difficile che si esageri. Oggi, con qualche clic, si scaricano centinaia di mega di materiale. Per ciò stesso l’ascolto si fa veloce, non ponderato. Si spizzica, qua e là; si giudica un disco da pochi secondi dedicati a ogni brano. SI ascolta male e, peggio, non si riascolta.
Amicizia – Il vinile si ascolta spesso in compagnia. In gruppo. MP3 e FLAC no. Sono creati per la solitudine.
È troppo – Il digitale favorisce la metastasi del materiale. Quaranta minuti son più che sufficienti. Si è un vulcano di creatività? Un bel doppio allora, circa un’ora e mezza. Da quando però i solchi hanno ceduto il passo ai nuovi formati si sono aggiunte concrezioni posticce: B tracks, spesso inutili, variazioni, versioni di prova, strumentali, sbrodolature da tinello, lungaggini assortite, live da scantinati, unplugged insulsi. Lo spazio non è più un problema, vige l’abbondanza coatta. Prima si assaporava, ora ci si ingozza.
È troppo/2 – Quando si hanno, tutti insieme, duecento album in MP3 alla fine si rischia l’indifferenza. Questo o quello (…) pari son… Si rincorre la novità, si vuol sentire tutto… si annega, letteralmente.
Voi penserete ch’io rimpianga quei tempi passati. Forse sì, forse no. Mi sorprendo a pensare che li rimpiango perché rimpiango la giovinezza e un’Italia che non c’è più, non certo il vinile. Sono obiezioni insidiose e sensate. Magari colgono nel segno. Non so cosa rispondere. Le considerazioni che ho messo insieme costituiscono in fondo solo pallidi tentativi di giustificare una sensazione. Quale sensazione, direte voi? La sensazione di aver perso parecchio, tutto qua. 

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