Elmore James: il Blues diventa Rock – di Gabriele Peritore

In un filo elettrico, collegato all’amplificatore che espande il suono a svariati metri di distanza, confluisce tutta l’elettricità condensata nell’atmosfera tesa degli inizi degli anni cinquanta, quando, un paese come gli Stati Uniti d’America, che potrebbe cullarsi sugli allori della vittoria del secondo conflitto mondiale, sente invece sulla pelle il formarsi delle prime crepe nel sistema democratico fondato sul capitalismo liberale. Inizia a diffondersi, in maniera assurda, una grande e immotivata paura del nemico comunista, forse per colpa di governanti non all’altezza della situazione (come è accaduto in tante occasioni e ancora accade) o forse per le guerre che scoppiano in giro per il mondo, appoggiate, quasi sempre in maniera non dichiarata, dai piani alti di Casa Bianca e Cremlino… come quella in Corea; o la rivoluzione che sovverte ogni sistema nella vicinissima Cuba (proprio sotto casa… anzi in giardino) guidata da Fidel Castro e “Che” Guevara… quei maledetti seminatori di utopia. Il concetto di famiglia lentamente si sgretola sotto i colpi subdoli dell’incomprensione tra le generazioni, che non sanno comunicare tra di loro. Il dialogo si è interrotto. I giovani non sanno come sfogare la tensione interiore, se non nell’alcool, nell’autodistruzione, nell’abbrutita voglia di sopraffazione. Chi ne ha la possibilità si mette in sella alla moto cercando il brivido della libertà, scorrazzando per le sconfinate distese, dovendo comunque fare i conti con i confini interiori. I cercatori di libertà non sanno ancora aggregarsi e la rivoluzione beat arriverà soltanto qualche anno più tardi. Il clima di “caccia alle streghe” che incute la paura dell’estraneo, genera seminatori di utopia all’interno del sistema stesso. Dal punto di vista musicale i portabandiera di un certo genere di sonorità folk vivono un momento complicato. I suoni delle radici non sono più in grado di soddisfare le necessità espressive delle nuove generazioni, desiderose di musica più vicina ai loro gusti. Si è ormai creata una profonda spaccatura. il Blues legato al linguaggio dell’improvvisazione e al Rag, e poi allo Stride Style, viaggia verso sonorità Jazz che si dividono in infinite ramificazioni, mentre i tradizionali bluesmen, che sono sopravvissuti alla depressione economica degli anni trenta, per evolvere il loro linguaggio adottano una forma di amplificazione attraverso l’elettrificazione della chitarra… come Sister Rosetta Tharpe, Lonnie Johnson o T-Bone Walker, autori dei brani tra i più belli degli anni quaranta. A raccogliere la loro eredità è un giovane virtuoso delle sei corde. Quando Elmore James si esibisce in un locale il suono della sua clhitarra si sente già a vari metri di distanza, tale è la potenza e l’energia che mette nel suonarla. Una volta dentro il locale è impossibile resistere al ritmo dettato dalle battute del suo strumento, bisogna muoversi, dimenarsi, lasciare andare il corpo alle cadenze Rock, anche se sta suonando Blues. Sono le prime prove di evasione di massa, attraverso un genere musicale che viene dal termine rocking, che indica il movimento dondolante della danza, ma che vuole alludere al simile movimento del sesso. Con la sua chitarra Elmore riesce ad intrattenere il pubblico per ore, e questo per lui è soltanto il riscaldamento, poi si scatena con i suoi pezzi. Elmore James, nel suo girovagare, si porta dietro le sonorità del Mississippi, dove è nato, da una madre nella prima adolescenza e padre sconosciuto. Sin da giovanissimo mostra immediata propensione per il ritmo e la velocità di arpeggio e i riff che crea, utilizzando il vibrato dello slide e l’elettrificazione dei volumi, generano un sound robusto, anche morbido nella sua durezza, che probabilmente è il ponte tra il Blues delle radici e il Rock. Uno dei primi brani che incide è Dust My Broom, nel 1951, forse l’esempio più palese delle sue qualità; è un classico di Robert Johnson, ma rivoluzionato da un’introduzione travolgente, caratterizzata da un riff alla chitarra che influenzerà generazioni di musicisti a seguire, e che diventerà una delle sue firme più collaudate. Riesce anche a valorizzare il suono, elaborato qualche anno prima dal talentuoso Tampa Red, che addensa le sonorità del Blues del delta a quelle più cittadine, e che prenderà il nome di Chicago Blues. Elmore lo ama a tal punto da interpretare a modo suo un cavallo di battaglia del musicista, It Hurts Me Too. Così come ha continuato a fare nel corso degli anni e delle registrazioni, reinterpretando e collocandoli sotto una nuova luce brani di svariati autori come Willie Dixon, Pinetop Green, oltre a quelli già citati. Fino ad arrivare a pezzi in cui compare personalmente come autore, come ad esempio The Sky Is Crying del 1960, un Blues lento in cui si sente tutta la sua intensità vocale e di musicista. In quegli anni in cui incominciano a muovere i primi passi artisti come Ike Turner, Jerry Lee Lewis, Elvis Presley, Billy Halley, Chuck Berry, che affilano i loro strumenti e affinano la tecnica che porterà al genere musicale che rivoluzionerà le partiture di tutto il mondo, Elmore James, con la sua energia e intensità, è uno dei protagonisti assoluti di quel periodo ormai elettrico in tutto e per tutto. Fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1963 a soli 45 anni per un arresto del suo debole cuore.

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