Elliott Smith: destabilizzante come la dolcezza – di Capitan Delirio

Steven Smith conosce bene la musica che echeggia tra le pareti delle stanze della casa di sua madre. Ha sempre potuto dilettarsi con tutti gli strumenti, il pianoforte, il violino, come fossero giocattoli, è una tradizione di famiglia. Già dai sette anni conosce bene anche, però, la musica che il padre adottivo “suona” su di lui quando è ubriaco. Il suono delle botte, delle percosse che si abbattono sul suo costato e lo lasciano senza fiato. Rannicchiato in forma fetale a cercare di parare i colpi, sua madre non lo protegge, nessuno lo protegge, se non i suoi sogni. Soprattutto il sogno di non essere lì sotto quella sassaiola di pugni e pedate. Non vede l’ora che arrivi il week end per andare a trovare il suo vero padre. Lui sì che lo capisce: quando intuisce la sua passione gli regala una chitarra. Immediatamente diventa lo strumento di Steven. Adesso i suoi sogni hanno anche loro un linguaggio. Un suono. Una musica. Quando finalmente può scegliere dove andare a vivere, sceglie di trasferirsi a Portland dal padre. Tutto lo affascina della nuova vita, la scuola, gli studi di psichiatria del padre, le esercitazioni alla chitarra. Tutto lo affascina ma lui non si sente più lui. Del vecchio Steven non vuole portarsi dietro niente e quello nuovo non è più Steven. Lui adesso è Elliott, Elliott Smith. Ha tanta rabbia dentro e quando mette su le sue prime band, Stranger Than Fiction e poi gli Heatmiser il suo sound è prepotentemente Punk, calzano loro a pennello le sonorità dei primi anni novanta segnate dal Grunge. Con gli Heatmiser registra varie incisioni che hanno anche un buon riscontro di pubblico. Una formula molto semplice: una rabbia urlata e sparata con una modalità Rock distorta e una forma di depressione incontenibile che lo spinge verso la malinconia straziante. L’amore per la melodia leggera, riconducibile al Pop intelligente dei suoi ascolti preferiti, come Beatles o Simon & Gerfunkel, lo porta a valutare un percorso solista, nonostante il Punk degli Heatmiser abbia incominciato a raccogliere i primi successi. Sceglie l’intimità dell’acustico per toccare corde molto più profonde. Soltanto con la dolcezza si può avvicinare il magma delle problematiche che vuole trattare. Perché non c’è niente di più destabilizzante della dolcezza indifesa. La solitudine, spinta al solipsismo, immersa in una assenza di senso assoluta. Sono gli anni del progresso tecnologico che non corrisponde all’evoluzione umana. Della globalizzazione che diluisce il reale senso della qualità del tempo, dei rapporti, delle comunicazioni. Gli esseri umani fanno di tutto per avvicinarsi, inventano dolcissimi stratagemmi per sfuggire a questa dura realtà, tessono trame di racconti che chiamano amore o sentimento ma, il cosmo si rinnova continuamente, spazzando via e ricostruendo tutto, a dispetto dei suoi componenti. Infinitamente piccoli abbandonati in questa immensità raggelante. Così è dolce la sua voce che ci racconta dell’alcolismo, delle dipendenze, necessarie a sopportare questa assenza di senso, della piccolezza dell’essere umano, della voglia di comunicare e dell’impossibilità di riuscirci. Siamo soli nel cuore dell’universo. Del 1994 è il suo primo album solista “Roman Candle”, e immediato è il passaggio ad una casa discografica più grande con l’album dell’anno seguente battezzato semplicemente “Elliott Smith”. Non è bello come Kurt Cobain o Jeff Buckley, e non è fulmineo il successo come quello di Beck… Elliott ha il viso segnato, lo sguardo disturbato, ma come loro lui ha la sua scrittura, la sua sensibilità che gli fa cogliere gli aspetti più profondi della natura umana. Lui soffre davvero di depressione e deve ricorrere all’alcol per lenire la sofferenza delle crisi depressive. Per respirare quando i ricordi muti iniziano a sbraitare, deve ricorrere a lunghe passeggiate notturne, brancolando nel buio (come si brancola nel buio degli anni novanta) in preda al sonnambulismo, e con i passi incerti, come quelli di un bambino o come quelli instabili per gli effetti dell’alcol, risvegliandosi nei posti più disparati in mezzo a cocci di vetro di bottiglie di Whisky frantumate. Tutto questo lo riversa in ogni verso, in ogni arpeggio di chitarra, in ogni personale arrangiamento. Gli album che produce in questi anni sono considerati i suoi capolavori “Either/Or” del 1997, e “XO” del 1998. Si accorge di lui anche il regista Gus Van Sant che gli chiede alcuni brani per la pellicola “Will Hunting”(Genio ribelle). Il brano inedito Miss Misery viene usato dal regista per la sigla finale del film e inaspettatamente viene inserito nelle nominations come miglior colonna sonora agli Oscar di quell’anno. Viene invitato a eseguirlo dal vivo alla cerimonia di premiazione e lui è visibilmente sconvolto. Ha la sofferenza e l’insofferenza insieme pressate e condensate sul viso. Non è il suo ambiente quello dello starsystem e si vede. La depressione si fa sempre più profonda, non basta l’alcol, d’altronde era una mera illusione pensare che potesse bastare, non bastano i rimedi medici o le altre sostanze. Ha sempre meno cognizione della propria fisicità. Come a voler volare, come un ingombro, come una zavorra. Le proiezioni della sua mente sono totalmente separate ormai dalle sue possibilità fisiche. Ha difficoltà a portare a termine i suoi lavori. Nonostante tutto nel 2000 esce l’album “Figure 8” che contiene altre celeberrime ballate romantiche che ormai sono la sua firma. Tra cui Son Of Sam che vaneggia della possibilità di essere tutti figli di assassini, assassini con la mente annebbiata a nostra volta. Inevitabilmente entra in una spirale per cui non riesce più a gestire la propria esistenza. Consapevole che chiunque decida o scelga di amarlo deve fare i conti con i suoi abbracci vischiosi, gli abbracci di chi ha bisogno e avrà sempre più bisogno, prenderà e prenderà sempre di più senza dare nulla in cambio se non qualche barlume di genio. Non riesce più a consegnare in tempo i suoi lavori. Non riesce neanche a finire l’album a cui teneva tanto, “From A Basement On The Hill” che uscirà postumo nel 2004. Ha bisogno di una melodia ancora più dolce, ancora più straziante, di quelle che stanno in fondo, in fondo al cuore, e per scovarlo deve usare qualcosa di tagliente come un coltello. Così, senza neanche accorgersi, su una panchina dell’Echo Park di Los Angeles il 21 ottobre del 2003 a soli trentaquattro anni, si infligge due coltellate al centro del petto mentre il cielo gli attraversa gli occhi facendosi specchio delle sue visioni geniali.  

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