Elizabeth Siddal e Dante Gabriel Rossetti: “L’amore (in)finito” – di Sabrina Sigon

Era la notte del 5 ottobre 1869 e due uomini seguivano il sentiero attraverso alberi, fiori e una fitta serie di arbusti di quello che, situato nei pressi di Waterlow Park, a nord di Londra, non era una riserva naturale come sarebbe potuto sembrare a prima vista ma, un cimitero. Un labirinto di terrazzamenti, tombe, edifici gotici e vicoli sopraffatti da una rigogliosa quanto selvaggia vegetazione, aveva condotto Dante Gabriel Rossetti e l’amico e mercante d’arte Charles Augustus Howell, all’ingresso dei viali principali, il Viale Egiziano da una parte e il Circle of Lebanon dall’altra, quello sormontato da un enorme cedro del Libano. I due avevano una missione da compiere, quella notte che, sebbene autorizzata dalle autorità locali, andava condotta col massimo riserbo, per evitare le critiche che sarebbero piovute se un simile gesto fosse stato reso pubblico. Erano infatti diretti, in un silenzio rotto dal rumore del loro passaggio insieme a quello degli animali notturni che popolavano il luogo, alla tomba di Elizabeth Siddal, moglie di Rossetti, situata nel settore occidentale del cimitero di Highate. Ma forse non era alla morte che pensava Dante in quel momento, bensì alla vita, e a quando tutto ebbe inizio. Era il 1849 quando Elizabeth Siddal, giovane di umili origini, da modista per un negozio di vestiti si vide catapultata nei circoli artistici di Londra; il pittore Walter Howell Deverell aveva notato infatti questa giovane dalla bellezza malinconica e delicata – un incarnato pallido, folti capelli rossi – e l’aveva introdotta nel mondo dell’arte e nella Confraternita dei Preraffaelliti. Nonostante l’ostilità della famiglia che considerava il lavoro di modella non adatto a lei, Elizabeth, o Lizzie come amava farsi chiamare, decise di posare prima per il pittore William Holman Hunt e poi per l’Ofelia di Johm Everett Millais: scelta, quest’ultima, che le costò quasi la vita. La posa per quel dipinto, infatti, prevedeva che la giovane, già cagionevole di salute, rimanesse a lungo in acqua per raffigurare quella morte che, narrata nell’Atto IV dell’Amleto, vede Ofelia – fanciulla amata dal principe di Danimarcaannegare in un ruscello. I temi della pazzia e dell’amore non corrisposto, incarnati in questa bara d’acqua circondata da fiori annegati insieme a lei, conferiranno al dipinto grande celebrità ma porteranno Elizabeth a una bronchite cronica che non le permetterà di riprendersi mai del tutto. Tuttavia, in quei primi anni, la sua fragilità fisica era compensata da uno spirito tenace, intraprendente, che la portò a cercare di migliorarsi studiando l’arte e la poesia, a dipingere e comporre, per essere all’altezza di quel mondo che, quasi per caso, l’aveva scelta e di cui voleva essere degna protagonista. Fu questa la donna che Dante Gabriel Rossetti conobbe, questa la donna di cui si innamorò perdutamente, tanto da farne il centro della sua vita oltre che della sua pittura. Quella dei Preraffaelliti era una confraternita nata per dare voce all’insofferenza verso l’establishment artistico dell’epoca e, in quegli anni, accomunò diversi nomi importanti, fra cui i pittori John Everett Millais e William Holman Hunt.
Dante Gabriel Rossetti, pittore e poeta, figlio dell’esule italiano a Londra Gabriele Rossetti e della dama Frances Polidori (sorella del medico e scrittore John Polidori, segretario di Lord Byron) seppe intercettare tale insofferenza e trasformarla in un’arte che cercava di fotografare la realtà rendendola, al tempo stesso, circondata da un’aurea di mistero, in una dimensione mistica e medievale che potesse riportarla ai valori dell’età precedente, alla pittura rinascimentale di Raffaello. Questa concezione dell’arte, un dualismo di concretezza e mistero, trovò in Elizabeth Siddal la sua musa ispiratrice. Dante voleva ritrarre solo lei, una donna santa e pagana allo stesso tempo: con la mela di Eva, la freccia di Cupido sul petto e le rose di Venere come nel quadro dal nome “Venus Verticordia” che tanto fece scandalo in quegli anni. Non fu un amore facile: Elizabeth non venne mai accettata dalla famiglia Rossetti per le sue umili origini, cosa che spinse Dante Gabriel a rinviare più volte il matrimonio, nonostante il sostegno di un famoso critico d’arte dell’epoca, John Ruskin, che acquistò i lavori di Elizabeth, sia perché credeva nella sua arte sia per sostenerla economicamente. Inoltre, Dante Gabriel Rossetti, uomo dalla personalità affascinante e dominatrice, non era però di indole fedele e, quando Elizabeth si assentava da Londra per curarsi, non disdegnava la compagnia di altre modelle. “Se il più puro sogno d’amore fosse vero, allora, amore, dovremmo essere in Paradiso. Invece è solo la terra, mio caro, dove il vero amore non ci è concesso”, scrisse Elizabeth, e la poesia fu solo uno dei molti modi con cui la donna cercò di reagire alle difficoltà della sua vita e al travagliato rapporto con il pittore dal fascino italiano. Un altro modo fu il laudano, medicinale molto in uso all’epoca, per calmare i nervi e che, come tutti gli oppiacei, creò a Lizzie una grave dipendenza. Quando, finalmente sposa, nel 1861 purtroppo la sua bimba nacque morta, l’ultimo modo che scelse Elizabeth per rispondere alla vita fu quello di sottrarsene: l’11 febbraio del 1862, a soli 32 anni, una dose eccessiva di laudano e un biglietto d’addio rinvenuto e subito bruciato dal marito – per permetterle la sepoltura in terra consacrata – segneranno la fine della sua storia. Rossetti, che non smise mai di amarla e visse gli anni successivi nel suo ricordo, cercò di donarle, attraverso il famosissimo dipinto “Beata Beatrix” – nel quale Dante Gabriel identifica la moglie nella Beatrice Portinari di Dante – quella serenità che la vita non le aveva concesso. Forse stava pensando a tutto questo quando, a sette anni dalla morte dell’amata Lizzie, Dante Gabriel Rossetti imboccò il Viale Egiziano che portava al settore occidentale del cimitero, per far riesumare Elizabeth e recuperare il suo quaderno di poesie sepolto insieme a lei. Quando trapelò la notizia si disse che Lizzie si era conservata perfettamente e che i suoi capelli rossi fossero diventati lunghissimi. La successiva pubblicazione delle poesie recuperate da Rossetti quella notte, insieme ad altre scritte dalla moglie, non ebbe però dalla critica l’accoglienza sperata. Poesie, quelle della Siddal che, nonostante errori di grammatica e ortografia dovuti alla sua bassa estrazione culturale, brillano invece per intensità e metrica, come affermerà più di cento anni dopo la ricercatrice Serena Trowbridge, in seguito al loro ritrovamento negli archivi dell’Ashmolean Museum di OxfordAlcool, tossicodipendenza e manie di persecuzione condussero successivamente Rossetti a uno squilibrio mentale, aggravato da insonnia e allucinazioni; tentò anch’egli il suicidio ingerendo una fiala intera di laudano ma fu salvato in extremis dagli amici che, nonostante lo circondarono di ammirazione e affetto, non poterono far altro che assistere impotenti alla sua fine, il 10 aprile del 1882, per una forma di paralisi, e porgergli l’ultimo saluto nella Chiesa di Birchington-on-Sea. “E l’amore destinato ad una morte precoce / Ed è così raramente vero. (…). Le più belle parole sulle più sincere labbra / Scorrono e presto muoiono, / E tu resterai solo, mio caro, / Quando i venti invernali si avvicineranno” (“L’amore finito”, di Elizabeth Siddal).

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