Elio Petri: “Un Tranquillo Posto di Campagna” (1968) – di Maurizio Fierro

Può un pittore anticonformista liberarsi dal giogo della produzione seriale? Può evadere da un sistema di mercato che rifiuta, e che umilia l’idea romantica dell’arte? Lo può fare venendo a patti con se stesso senza incappare in una scissione schizoide? È una bella domanda quella che ci pone Elio Petri in questa pellicola del 1968, non di genere in senso stretto, ma che dal cinema di genere parte per andare altrove, un altrove esistenziale, di dolore e alienazione. Leonardo Ferri (Franco Nero) è un rinomato pittore “pop” in crisi che convive con Flavia (Vanessa Redgrave), un’amante senza scrupoli da cui è soggiogato eroticamente e che gli fa da manager. Per ritrovare l’ispirazione decide di scappare da Milano e di isolarsi in Veneto, dove si imbatte in una villa in vendita che decide di ristrutturare. La villa però si rivela infestata, e a turbare il già fragile equilibrio psichico di Leonardo contribuisce il fantasma di una donna, Wanda Valier (Gabriella Grimaldi), una contessina diciassettenne che, si narra, sia stata uccisa dagli inglesi durante la Seconda guerra mondiale. Quando Leonardo trova il dipinto che la raffigura ne rimane ammaliato e decide di indagare sul passato della donna: fra fenomeni paranormali, sedute spiritiche e apparizioni della contessa vestita di rosso che vaga per le stanze della villa, emerge una realtà diversa da quella raccontata: Wanda è stata uccisa da uno dei suoi tanti amanti… ma intanto Leonardo ha perso il suo equilibrio psichico, viene ricoverato in manicomio e, proprio qui, con soddisfazione di Flavia, recupera l’ispirazione e torna a dipingere mentre legge fumetti pornoElio Petri scrive “Un Tranquillo Posto di Campagna” a quattro mani insieme a Tonino Guerra  e recupera l’amara parabola di un altro artista letterario, Paul Oleron, protagonista del romanzo breve di George Oliver Onions “The Beckoning Fair One” (tradotto, con felice scarto semantico in “La bella adescatrice” del 1911), dirigendo un film sperimentale, con accenti drammatici e sfumature che vanno dall’horror gotico al thriller psicologico. Un film che crea una sorta di effetto sinestetico fra arti visive e musica. A questo tentativo di dar forma onirica al suono psichedelico e di evocare i conflitti dell’io raffigurati nei dipinti che compaiono nella pellicola, contribuiscono il pittore astratto statunitense Jim Dine, che realizza i quadri del protagonista, e il Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza, un ensemble musicale creato da Franco Evangelisti che compone la colonna sonora con la partecipazione di Ennio Morricone. Il risultato è un affascinante intreccio di sensi e di pensiero, un prodotto ibrido che, attraverso i cliché del gotico d’autore, veicola un allusivo messaggio socio-politico (come sempre accade nelle pellicole di Petri), cercando un difficile equilibrio fra la pellicola di genere e quella di denuncia, percorso, quest’ultimo, che il regista intraprenderà con decisione da lì a poco con la sua celebre trilogia (“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “La classe operaia va in paradiso” “La proprietà non è più un furto”). Pellicola di genere, si diceva. Perché se il traliccio narrativo di “Un Tranquillo Posto di Campagna” è la ghost-story, resta da vedere chi sia il fantasma: se l’elusiva presenza che abita la villa e che fa precipitare la mente del pittore in un delirio psicotico, oppure lo spettro che si aggira nella la società, quello della nevrosi da alienazione, perché ciò a cui assistiamo è sì un’alienazione intima ma anche collettiva, l’inquietudine sorda che cova nelle città. Alienato è il protagonista, corpo/sguardo che si muove all’interno del crescendo di un caos che è sia interiore che esteriore, in una società alle prese con il mutamento dei costumi, con la liberazione sessuale (altra ossessione che serpeggia qua e là, e non è un caso se il fotoromanzo fanta-erotico Supersex è presenza ricorrente nella pellicola), la caduta dei valori tradizionali, l’antiautoritarismo, la ribellione dei figli contro i padri. Leonardo Ferri è un innovatore, quasi un rivoluzionario: cerca, invano, di cambiare forme e regole dall’interno, non sopporta la pubblicità, non dà importanza al denaro, rifiuta le logiche commerciali, va in crisi rispetto a una realtà che non lo rappresenta e che non trova rappresentabile… e con lui è alienata anche l’idea romantica dell’arte, perché il dramma del pittore (e dello stesso Elio Petri) è quello dell’intellettuale che lotta per preservare un ideale di purezza estetica e interiore in una società dominata da disumane logiche di mercato (“meglio morti, ma rossi”, urla a un certo punto il pittore, intento a dipingere alberi con il suo colore preferito, il rosso, il colore dominante nel film, chiara dichiarazione di fede politica). Le conseguenze di questo conflitto possono essere drammatiche, perché la nevrosi è qualcosa che ti entra sottopelle, che si insinua scavando a morsi una tana nel cervello… insomma, qualcosa di più di un semplice effetto collaterale e, nei casi più gravi, conduce a una dissociazione schizofrenica della personalità nel sociale. Franz Kafka è il mentore culturale di Elio Petri, ma è Ottiero Ottieri (“Il Campo di concentrazione”) la sua ideale anima complementare, in quel disagio interiore che partorisce moderni uomini del sottosuolo. Nella loro solitudine e nella distanza dagli altri, vivono una crasi tra mondo reale e mondo immaginato e, se la fuga nella follia diventa il luogo dell’anima dove potersi rifugiare, allora è il manicomio l’osservatorio privilegiato da cui Leonardo Ferri può scorgere i difetti del “quadro del mondo”, per poterli correggere e poi raffigurare, con una nuova spinta ispiratrice… a conferma che l’arte sa cogliere, prima che diventi evidente, ciò che la Storia è sul punto di riservare.

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