Elio Petri: “La proprietà non è più un furto” (1973) – di Gianluca Chiovelli

A vedere oggi certi film viene la pelle d’oca. Son passati quarant’anni o due secoli? Elio Petri, il comunismo e la lotta di classe. La trama: il bancario Total (Flavio Bucci), allergico ai soldi, diviene ladro per odio contro il macellaio Tognazzi, simbolo di tutte le perversioni capitaliste: avidità, cattivo gusto, voglia di possesso. Quando uscì il film correva l’anno 1973. Cosa eravamo nel 1973? Se avessi il privilegio miracoloso di tornare al 19 settembre 1973, a veder cosa ero intento a fare mi sorprenderei a esclamare: questa città è Roma? Questi uomini sono Italiani? E questo ragazzino sono davvero io? Esclamerei… davvero così tanto siamo cambiati da quel remoto e dispari 1973. Gli anni Settanta in Italia ormai li ammiro nel ricordo, quali fossero cartoline d’Epinal d’un passato glorioso, irraggiungibile, irripetibile: una Belle Èpoque lontanissima nel tempo. Quarant’anni e tutto è irriconoscibile. Il 1973. Le strade delle città, affollate, ma fruibili, le campagne incontaminate, ricche di casali sbrecciati e bellissimi, le donne donne, gonne e tailleur e qualche jeans, ma donne; gli uomini uomini, con baffi e borsello, oppure giacca e cravatta… ché la forma contava ancora qualcosa; le auto poi diversissime tra loro, rilucenti di tinte pastello verdi gialle azzurre grigio perla rosso fuoco, straniere le une alle altre: la Citroën DS, la Giulietta, la Seicento, la 127, il Maggiolino… insomma ci ricordiamo? Le gettoniere nei telefoni al bar, le tazze marrone scuro dei cappuccini… Vogliamo parlare dei cappuccini, perdio? Quelle tazze di ceramica spessa, da cui debordava la schiuma profumata del latte ancora caldo, il caffé… mai amaro, anche senza zucchero… zucchero attinto da una zuccheriera, a piacimento… banconi di zinco ignari di quelle bustine psicopatiche zeppe delle follie postmoderne: zucchero di canna, dolcificanti, saccarine, estratto di qualcosa … e il barista, in bianco, coi fernet e i cognac autarchici alle spalle… il barista in divisa da barista perché il barista, come il bidello, l’avvocato, il mezzemaniche alla posta, l’autista del tram, il postino, il monnezzaro rivendicavano una divisa; poiché la forma era sostanza e la divisa informava l’orgoglio della professione e del mestiere e… vogliamo parlare dei profumi del 1973? Il profumo d’inchiostro delle edicole… il profumo della colla delle figurine… il profumo dei cancellini e della carta dei quaderni, a righe o a quadretti… il profumo delle verdure nei mercati… i sedani odorosi… il profumo del pane e delle pizze o dei dolci che aleggiava persistente nei quartieri la mattina, soprattutto nelle mattine più fredde, mattine autunnali o invernali, col naso ghiacciato… nasi di ragazzini, studenti e operai e impiegati riconoscenti per quegli aromi che svegliavano i sensi intorpiditi dal sonno… il profumo dei tigli e dell’erba dei prati spelacchiati della periferia che si schiacciava durante le partitelle… il profumo del letame dei cavalli quando il circo approdava nelle borgate… il profumo di sigari e sigarette, del tabacco da pipa… la nuvola di nicotina nei circoli dei partiti, nelle osterie o nei cinemini dove si assisteva alle strepitose pantomime di Sordi e Tognazzi, o alle ruvidezze di Tomas Milian e Maurizio Merli traverso una nube di fumo… fumo blu fumo blu, come lo chiamava amorevolmente Mina, quando i nostri ultimi grandi attori recitavano gli ultimi grandi film… il profumo del vino delle campagne, proprio lì in città, nei “vini e olii” che ancora resistevano all’avanzata della civiltà liofilizzata… quei negozietti familiari aperti da emigranti abruzzesi o ciociari, ancora legati alle loro terre aspre… il profumo delle carte piacentine, i mazzi smazzati mille volte fra i quartini e i cerchi dei bicchieri o le mezze porzioni… il profumo del refettorio nel doposcuola, delle minestre riscaldate nei dormitori, dei pennarelli luminosi mentre si faceva il compito a casa… e la sera, quando annottava, il profumo della cena; si rincasava dal doppio turno a scuola… vento o pioggia serotina, i lotti e i condomini popolari si rinserravano… piccoli quadrati di luci fioche, il profumo degli avanzi messi a riscaldare a bagnomaria riempiva i cortili… mi ricordo anche il profumo delle lenzuola e dei pannacci stesi sui fili di ferro negli spiazzi comuni, multicolori, lisi o sbrindellati, lavati milioni di volte, e odorosi di sapone, che sventolavano nella brezza come vele di un galeone di pirati straccioni… ma sì, la scuola… i riccioli lignei delle matite temperate che si accumulavano a spirale, i gessetti… il profumo delle nostre case, di ogni famiglia, ognuno il suo: cavoli bolliti, sudori, olio per mobili… l’odore della nuca della compagna… amata, in silenzio. Quarant’anni sono passati e sono un residuato bellico, come questo film. Ditemi voi se oggi sentite più un profumo, uno qualunque, a parte le essenze da quattro soldi comprate dai cinesi o al supermercato delle marche inutili e costose. Ci si vergogna degli odori… è una gara, infatti, a rendersi inodori… la natura e l’umanità vengono livellate da un anonimo senso di igiene…un igienismo da malati mentali, importato – pure questo – dall’America. Anche le caserme o gli spogliatoi delle partitelle fra amici oggi profumano di niente, o di deodoranti da dozzina… tutti più puliti siamo diventati, forse perché psicopatici. È passato un secolo o due secoli? Ma no, sono passati pochi anni, ma in mezzo c’è stata una guerra e l’abbiamo persa. L’ha persa l’Italia, gli Italiani, molisani e lombardi e siciliani, l’ha persa l’umanità, l’ho persa io e l’ha persa qualcuno di voi. L’hanno vinta i robot e ora ci tocca vivere come vogliono loro. L’ha persa pure Tognazzi, Flavio Bucci e compagnia, gli attori di questo film che recitano problemi e rivendicazioni che, oggi, non hanno più senso. Quando li vedo sullo schermo, o vedo Bucci, mi vien voglia di fermarlo sulla pellicola e dirgli: Oh, Flavio… compagno dico a te… Flavio, senti, non trovi che ci hanno lisciato la gobba per benino a noi… e anche ai fasci… neanche le nostre madri ci riconoscono più… ti ricordi che scannatoio nei Settanta: la spesa proletaria, i borghesi ladri, le feste dell’Unità, le occupazioni, i campi Hobbit, le zecche, le legnate per strada, i Mattei bruciati vivi, Mario Salvi col cervello schizzato… tutto per niente… sono stati furbi… e questo film… per carità… grandi attori, grande regia, un registro grottesco notevolissimo… ma sembra antiquariato… ci hanno asfaltato in un ventennio alla rovescia… i soldi, il proletariato, i padroni e i soldi, i soldi… soldi veri, banconote, monete, pile di soldi, cinque, dieci, venti milioni in contanti… uno sull’altro… ma oggi i soldi nemmeno più esistono così come non esistono gli odori nei quartieri. Hanno liofilizzato l’Italia, il commercio… comandano i soldi digitali che hanno fatto sparire botteghe, mestieri, avvocati, scuole … chissà quale film girerebbe oggi il buon Elio Petri, oggi che i soldi sono spariti pure dalle banche… e meno soldi ci sono più poveri siamo… in carne e in spirito… che direbbe il buon Elio Petri, eh? Lo capirebbe lo scherzo? Niente più soldi oggi! Ti rendi conto Flavio… altro che dittatura del capitalismo, altro che reazione del proletariato unito… qui è tutto aereo, digitale, inconsistente… i capitali si smaterializzano in un clic e riappaiono a diecimila chilomentri di distanza con un altro clic, sopra le teste di ministri e Stati, altro che i pacchi di banconote del Tognazzi… ti rendi conto? Le banche i soldi neanche li hanno più… i soldi non esistono, Total! E sai perché? Perché così ci hanno messo sotto una volta per tutte… denaro intangibile… scompare, appare… incorporeo… computerizzato… inafferrabile, ma che stringe come mille cappi… tagliola invisibile e spaventosa… un numeretto sul conto in banca… che gli costa? E poi te lo chiedono indietro, il numeretto… ma tu non puoi dargli mica un altro numeretto… no, tu devi dargli il lavoro, la casa, il fegato, i figli, i reni, il culo… e infine se proprio sei disperato, pure la pelle… hai capito il trucco? Quando c’erano i soldi nel 1973, quei soldi che nel film ti fanno schifo, e c’erano le ingiustizie del capitale, eravamo tutti più vivi, mezzi zingari, ma vivi e felici… e oggi che ci dicono che c’è il paradiso dietro ogni angolo e ogni porta e i soldi schifosi sono spariti, e le ingiustizie sembrano sparite… ecco, oggi siamo un mucchio di disperati, anonimi, senza vita, grigi, senza patria e direzione, senza testa, sbandati senza lavoro, in case e macchine che ci toglieranno ben presto, anonime, piccole, grigie, di un grigio schizoide, depressivo… ci hanno castrato… Total, non erano meglio le pezze al culo? Hai capito il paradosso? Ci hanno preso la vita, Total, niente in cambio di tutt … sì, sono passati cento anni, duecento… mille ….

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