Elio e le Storie Tese: Figgatta de Blanc (2016) – di Gianluca Chiovelli

Da tempo, accantonata ogni velleità provocatoria, gli EELST si limitano ad amministrare con l’oculatezza del buon padre di famiglia il credito goliardico incassato nei decenni precedenti. Nel 2016, dopo una carriera più che trentennale, essi rilevano esclusivamente come brillanti compositori di centoni musicali. EELST spizzicano qua e là, con bonarietà e senza cattiveria, fra armadi, cassoni e ripostigli della storia; non si tirano indietro di fronte a nulla: funky, folk progressive, dance, rock, Beethoven, melodici d’annata o neomelodici da tre palle un soldo, ogni ingrediente può servire a comporre questi pout-pourri il cui legante è, oltre alla perizia strumentale e negli arrangiamenti, la maschera sardonica di Elio e la blanda eversione dei suoi testi (a volte un po’ forzati, a dire il vero). Gli EELST sono bravi, insomma, una delle migliori formazioni italiane; e i loro brani intelligenti composizioni dai brucianti scarti stilistici (notevole, in tal senso, Ritmo Sbilenco), ricchissime di citazioni che i cultori possono divertirsi a rintracciare nella mente (anche se gran parte degli ammiratori dell’ultima generazione non saranno in grado di coglierli a pieno). Nell’aria, però, si avverte ormai un bel tanfo di stantio. I siparietti, gli ammicchi sessuali, le inversioni di senso… e poi: prendere per i fondelli il funky, la dance music, i melodici d’annata e i neomelodici da tre palle un soldo cela insidie pericolosissime: il rischio è quello di tramutarsi proprio negli oggetti che la satira vorrebbe decostruire e sbeffeggiare (e divenire, perciò, una band funky, o da discoteca, o melodica o neomelodica da tre palle un soldo). Come sentenziò Oscar Wilde: “Mai parlare con un imbecille. Ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”. Qualcuno potrebbe obiettare ch’essi usano tali forme solo come arguta occasione di dileggio. Eppure la linea sottile fra Mengoni o J-Ax o Laura Pausini e i Nostri si sta facendo, al netto del dato tecnico, sempre più sottile. Questo avviene perché gli EELST, in fondo, sono i figli epocali del disimpegno. Essi, infatti, presero corpo proprio quando l’engagement politico tendeva lentamente e malinconicamente a sfiorire. Le ultime note de La Locomotiva o di Anch’io Ho Visto gli Zingari Felici smiagolavano storicamente nel nulla e, in lontananza, si potevano già avvertire i primi accordi di Cassonetto Differenziato per il Frutto del Peccato. Gli EELST sono qualunquisti? Analizziamo, a esempio, i loro attacchi. Essi mirano sempre a bersagli di piccolo cabotaggio simbolico: fenomeni sociali da baraccone, cialtroni, pornostar, gli esponenti più triti della corrente nazionalpopolare e sono, alla fine della fiera, cordiali derisioni. Non a caso, col passare del tempo e con l’accumulo degli allori popolari, le presunte vittime son divenute compagni di viaggio (o compagnoni), anche se apparentemente conservano una posizione artistica vicaria. Gli EELST, insomma si confermano, stancamente, i falsi dissacratori della nuova media borghesia italiana uscita dagli anni piombo; una borghesia superficiale, volgarotta, che rifiuta ogni metafisica, aborre la cultura come culturame, idolatra il giovanilismo e ama dimenticare persino sé stessa. Essi ne fanno parte a pieno titolo, da solidi perbenisti quali sono, anche se ai più danno a intendere di stigmatizzarla con qualche presa in giro fra gioco e bassa trivialità. I cedimenti alle manifestazioni più basse del vero culturame (Sanremo, radio commerciali, talent show) confermano tale attitudine. Rimane la simpatica godibilità di alcuni puzzle sonori abilmente orchestrati: se sia poco o tanto lo dice il grado di complicità dell’ascoltatore con l’attitudine suddetta.

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