Eels:“Mistakes Of My Youth” vs Bill Callahan:“Jim Cain” – di Massimiliano Speri

Per quanto la memoria possa deformarlo, il passato rimane un’attestazione ontologica inalienabile. La labilità del presente può intorbidarlo, ma non rimuoverlo. Se questo inaffondabile statuto di esistenza debba tradursi in una zavorra da scaricare per strada o in un faro da tenere presente quando ci smarriamo, sta a noi deciderlo. L’importante è avere a portata di mano una strategica sezione d’archi per scaldare il cuore quanto basta. 
Mark Oliver Everett non si lascia mai sfuggire un’occasione per tormentarsi, e quale pietanza più ghiotta degli “errori della sua giovinezza” per schiaffeggiarsi davanti allo specchio? Ma l’intento, tutto sommato, è propositivo: se ciò che ci rimproveriamo è inequivocabilmente sbagliato e il nemico è quindi identificabile, non resta che tenere alta la guardia ed evitare di inciampare sugli stessi gradini. Perché in fondo “The choice is mine for making / A better road ahead/The road that I’ve been taking / Headed for a dead-end / But it’s not too late to turn around”.

Per Bill Callahan, invece, è l’avvenire a prospettarsi nebuloso, forse anche perché ciò che l’ha preceduto viene percepito come importante, e quindi ingombrante. In questi casi, un ricordo felice diventa non solo un’ancora ma una molla, tanto per noi quanto per chi ci è vicino. Se sono partito, posso tornare; se sono stato, posso essere di nuovo. E a mali estremi, “In case things go poorly and I not return / Remember the good things I’ve done”.

Dedico queste due bellissime canzoni a chi si è perso, ma ha saputo ritrovarsi.

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