Eels: “The Deconstruction” (2018) – di Massimiliano Speri

Quante penne, specie tra gli autori post-età dell’oro, possono fregiarsi a pieno titolo di una categoria elitaria come quella dell’inconfondibilità? E a quante di esse corrispondono interpreti altrettanto unici? Mark Oliver Everett appartiene senz’altro a questa setta esoterica: basta buttare un orecchio ad un giro armonico pescato a caso da uno qualunque dei suoi brani per scorgervi inequivocabilmente la sua firma, e qualora sussistessero dubbi arriva subito quella voce a spazzare via ogni perplessità. Se a ciò aggiungiamo una naturale predisposizione nel confezionare arrangiamenti ai limiti della perfezione e un’immagine pubblica divenuta ormai proverbiale, abbiamo il quadro completo di un artista nato classico: merito di un irreale equilibrio tra elementi diversi quando non contraddittori (sarebbe così inappropriato, nel suo caso, parlare di “lo-fi barocco”?), nonché di una personalità così originale da aver costruito una piccola mitologia a sé stante (complice anche una biografia all’insegna di tormenti, cadute e rinascite che ha pochi eguali). Rara amalgama di sensibilità sovrumana e talento sopraffino, in bilico tra estrema pesantezza ed estrema leggerezza come solo i grandi sanno essere, quella di Mr. E è tra le teste più preziose che il rock americano abbia mai forgiato. Come spesso accade in casi simili, i suoi dischi sono tutti uguali e tutti diversi: il repertorio è un’eterna variazione sullo stesso tema, ma le singole raccolte sono di volta in volta giustificate da qualcosa che le identifica (un tipo di suono, la predominanza di determinati strumenti, oppure un tema lirico unificante, magari ispirato dalla tragedia personale di turno), pur nell’abituale varietà di atmosfere. Dopo il doppio “Blinking Lights and Other Revelations”, che in un certo senso chiudeva la prima fase di carriera tentando una revisione enciclopedica di tutto quanto avesse prodotto fino a quel momento, la tendenza a partorire opere con un inquadramento specifico si è accentuata: per cui “Hombre Lobo” era il disco rock, “End Times” quello cantautorale, “Tomorrow Morning” quello pop, “Wonderful, Glorious” quello vintage, “The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett” quello per i fan. Musicalmente parlando, il busillis di questa sua dodicesima fatica potremmo individuarlo in un abbondante impiego di orchestrazioni da camera e loop in reverse squisitamente sixties, un insolito ricorso a brevi intermezzi (riempitivi?) strumentali e una produzione particolarmente tersa e curata… ma è soprattutto il parto di quattro anni di ritiro dalle scene (curiosamente, lo stesso arco di tempo intercorso tra “Blinking Lights” e “Hombre Lobo”, periodo preceduto e seguito da anni di intensa attività discografica e concertistica) che nelle sue intenzioni doveva essere definitivo, coincisi come se tutto non bastasse con un matrimonio, un divorzio e la nascita di un figlio a cui, manco a dirlo, è dedicato uno dei brani (Archie Goodnight). Un disco peraltro non pensato come tale, che ha anzi raccolto materiale scritto e registrato in posti diversi con umori diversi e solo in seguito assemblato, ma che trova comunque una sua coerenza e continuità. Il risultato è un lavoro ripiegato su stesso in maniera addirittura più esasperata del solito che, in mancanza di una folgorante scintilla ispirativa a motivarne l’esistenza, si limita a collezionare vari cliché dal suo sgusciante canzoniere: il punto è che, ancora una volta, lo fa con una tale classe da risultare irresistibile, o quantomeno estremamente godibile tanto per l’aficionado quanto per il neofita. Si passano quindi in rassegna varie incarnazioni ormai collaudate di questa eterna anima in pena, e ipotizzando uno zapping tra le pieghe della tracklist sembra di far scorrere un rullino di istantanee che conosciamo fin troppo bene: la ballatona melodrammatica (Rusty Pipes, la title track), il garage postmoderno (Bone Dry che non stonerebbe in un film di Tarantino, You Are The Shining Light), l’arpeggio solitario di chitarra elettrica (Premonition), l’indie-pop tirato a lucido (la micidiale Today Is The Day), il pianismo strappalacrime (There I Said It), l’immancabile carillon (la splendida Be Hurt, dagli accenti quasi hendrixiani). Ci sono però anche cose decisamente poco consuete, vedi le due meditazioni per voce&orchestra (The Epiphany, In Our Cathedral) o l’epica The Unanswerable che ricorda addirittura certe colonne sonore di Sakamoto, ovvero quanto di più lontano si possa immaginare dalla penetrante autoanalisi everettiana. Un discorso a parte merita il gioiellino Sweet Scorched Earth, vellutata passacaglia degna di Van Dyke Parks. Anche nei testi vengono sorvolati vari evergreen della sua poetica, quasi si cercasse di dare rappresentanza ad ognuno dei suoi demoni: bisogno di tenerezza ma anche di sfogare risentimenti, richiesta ma anche offerta di aiuto, botte depressive ma anche picchi di ottimismo, qualche massima da trascrivere (“It’s not the weight you carry/It’s how you carry it”, “You’re more than your mistakes”, “Can’t go back/But I can make today a memory to last”), il tutto con la solita adorabile autoironia (“Don’t even try, I can’t be saved/I’m beautiful and brave”) e una fiducia allucinata in un non pervenuto “amore” che, in qualche modo, può ancora salvarci tutti. Bisogna essere davvero aridi e pedanti per accusare queste quindici tracce di involuzione e paraculismo e, com’era prevedibile, molti non sono riusciti a esimersi dal farlo. La verità è che aspettarsi dei nuovi Beautiful Freak o Electro-Shock Blues è abbastanza sciocco, e essere abituati a standard formidabili non autorizza a reclamare continui colpi di genio: autori di medio livello donerebbero più di un organo vitale per la meno riuscita di queste canzoni… e se è indubbio che da tempo le anguille navigano di bonaccia con il mestiere in poppa, sarebbe scorretto dimenticare quante tempeste hanno affrontato prima di approdare in acque più chete. La cosa migliore, pertanto, è mettere da parte per una volta l’analisi critica e limitarsi a gustare questi deliziosi quadretti, magari divertendosi a individuare questo o quel riferimento tra le righe e/o scegliendo quale figurina attaccarsi sul diario.

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