Edoardo Bennato: “I Buoni e i Cattivi” (1974) – di Alessandro Freschi

Quando la maestra era costretta ad assentarsi temporaneamente dalla classe, richiamava alla cattedra il capoclasse di turno incaricandolo di gestire il gioco del silenzio. Il prescelto, talvolta non senza imbarazzo, tracciava alla meglio con il gessetto una linea esattamente in mezzo della lavagna basculante. Sulla destra della superficie piana solitamente andava a scrivere i nomi dei rispettosi ‘buoni’ mentre a sinistra annotava gli scalmanati ‘cattivi’. Di consueto chi stava sulla parte sinistra era destinato a rimanerci a lungo ed al massimo poteva finire per esser raggiunto da qualche compagno che malauguratamente era stato rimosso con la cimosa dalla lista adiacente. Una selezione tra bianco e nero, tra positivo e negativo. Facile a dirsi, difficile a farsi. Ma quante volte ci siamo domandati chi sono realmente i buoni, se con un semplice colpo di cancelletto possono trasformarsi a loro volta in cattivi?
Ruota intorno a queste ataviche tematiche “I Buoni e i Cattivi” (1974), secondo capitolo discografico a firma Edoardo Bennato. È trascorso poco più di un anno dall’album d’esordio “Non farti cadere le braccia” (1973), lavoro che ha raccolto favorevoli consensi da parte della critica ma registrato risicati numeri in termine di copie vendute, quando l’architetto-cantastorie ritorna sulle scene con un inedito concept sotto l’egida dalla Ricordi e del produttore Alessandro Colombini, al quale si deve la felice intuizione del lancio del Banco dei fratelli Nocenzi e Di Giacomo. Bennato è immortalato nell’istantanea di copertina in compagnia dell’amico conduttore radiofonico Raffaele Cascone (al quale dedicherà in seguito alcuni versi di Venderò); i due ritratti di spalle, camminano all’unisono indossando le uniformi di due gendarmi. Il fotogramma a prima vista sembrerebbe richiamare alla memoria alcune sequenze de “Le Avventure di Pinocchio” di Luigi Comencini, sceneggiato di successo trasmesso sul piccolo schermo alcune stagioni prima, se non fosse che ad una successiva e attenta osservazione salti all’occhio un ingannevole particolare che poco ha a che fare con Collodi e Comencini.
I due rappresentanti della legge potrebbero essere ammanettati tra loro, ribadendo quanto possa esser labile il confine nell’apparire (o essere) guardia oppure ladro, giusto o sbagliato, buono o cattivo. Non sono ancora maturi i tempi quindi per coinvolgere l’incantato “Burattino Senza Fili” (seppur nemmeno troppo lontani) e Bennato raduna alla sua corte alcuni talenti della scena artistica napoletana tra i quali spiccano i nomi del percussionista Toni Esposito e di due dei fondatori della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Roberto De Simone (al quale affida orchestrazione ed arrangiamenti) e l’inseparabile fratellino Eugenio (mandolino e mandoloncello). Il bassista Bruno Limone e il chitarrista Andrea Sacchi completano la line-up in studio di registrazione. Ovviamente, come suo solito, Edoardo si prodiga con armonica e chitarra, oltre al kazoo e al tamburello basco. La grinta del “one man band“, la solare sensibilità insita nell’anima mediterranea, la smisurata devozione per i grandi cantautori d’oltreoceano.
Sono questi gli elementi cardine che caratterizzano “I Buoni e I Cattivi”, 33 giri che fa la sua comparsa sugli scaffali dei negozi di dischi ad inizio 1974. Si parte dalla sarcastica critica alle ‘malamministrazioni’ dell’acustica Ma che Bella Città (‘Sul giornale c’è scritto: puoi fidarti di me. E’ il peggiore di tutti, si è scoperto chi è.’) per chiudere con un quanto mai rassegnato Salviamo il Salvabile. Nel mezzo, tra rock, blues, country e immancabili sfumature acustiche di stampo folk, corre il fil rouge dell’opera rivolto alla ricerca di finti buoni e presunti cattivi. Dagli eccessi di appartenenza de La Bandiera (‘Odia quella gente che non sventola la tua bandiera. Odia quella gente che ha la bandiera con i colori diversi dalla tua’) agli elusivi influssi del sistema educativo e scolastico della marcetta In Fila per Tre, passando per il disagio e l’Austerity di Bravi Ragazzi (‘Ognuno ha avuto la sua razioni, poveri e ricchi, cattivi e buoni. Ognuno ha fatto le sue preghiere, ora si tratta solo di aspettare’) e il tributo alla filosofia salva-vita della ballad Tira a Campare (‘Tira a campare, non cambierà. Tutto passa bene o male ma per noi non cambierà’) qua e là fanno capolino emblematiche figure in chiaro-scuro dagli atteggiamenti ambigui.
Non si fanno sconti neppure a celebrità compaesane ascese alle poltrone del potere come il presidente della Repubblica Giovanni Leone, apostrofato ironicamente Uno Buono, amaramente tacciato di indifferenza nei riguardi del suo sofferente Mezzogiorno, a conferma che neppure il sopravvento dei buoni possa alla fin fine riuscire a cambiare realmente qualcosa (Arrivano i Buoni – ‘Così adesso i buoni hanno fatto una guerra contro i cattivi’). Dal debut-act con il fiammifero in copertina viene riproposta Un Giorno Credi (‘Un giorno credi di esser giusto e di essere un grande uomo. In un altro ti svegli e devi cominciare da zero’) scritta con Patrizio Trampetti, elegiaco rendiconto esistenziale in bilico tra illusione e disincanto cullato dalle soavi orchestrazioni di Roberto De Simone e destinato a divenire un ‘cavallo di battaglia’ del riccioluto ‘rinnegatodi Bagnoli. ‘Per la strada c’è uno, si è scordato chi è. Non lo aiuta nessuno, ma si aiuta da sé’

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