Edoardo Bennato (1972/1980): dagli esordi a “L’isola che non c’è” – di Fabrizio Medori

Edoardo Bennato è stato un cantautore rivoluzionario, uno che ha sempre detto, anzi urlato, quello che pensava, un feroce osservatore del nostro sistema, uno che non si è tirato mai indietro di fronte a nessuna figura, che fosse  giudice, dottore, politico o cantautore. La sua carriera è partita dopo una lunga, e probabilmente molto divertente, gavetta. Edoardo e i suoi fratelli, Eugenio e Giorgio, avevano, infatti, la possibilità di sentire la musica che veniva ascoltata dai militari di stanza nella base militare di Bagnoli, non molto distante da casa loro. All’inizio i suoi idoli erano i cantanti melodici americani dei primi anni 60, a partire da Paul Anka ma, con il passare del tempo, conobbe la musica di Bob Dylan, dal quale imparò moltissime cose. Prima di tutto imparò a scrivere testi intelligenti, ironici, a volte molto duri e privi di compromessi, a volte mascherati dietro visioni metaforiche; contemporaneamente imparò da Dylan la potenza della figura del musicista singolo rispetto al “gruppo”, iniziando a presentarsi dal vivo con la chitarra, un tamburello percosso da un pedale, e con un supporto per armonica a bocca e kazoo, dei quali fu pioniere, in Italia. E’ particolarmente attratto da un modo di suonare, il concertino improvvisato in mezzo alla strada che, in fondo, rispecchia le sue origini partenopee, e che sviluppa in un soggiorno in Inghilterra, durante il quale affina le sue doti da “artista di strada”. Al ritorno in Italia, trasferendosi a Milano, inizia la sua carriera discografica. Mentre studia architettura si adopera per suonare in tutti i locali dove è possibile esibirsi, creando, intorno a se, il primo gruppo di appassionati seguaci. Si fa notare in tempi piuttosto brevi, ed alcuni artisti cominciano ad incidere brani di sua composizione. Diventa così un nome noto tra gli addetti ai lavori, viene notato prima da Vincenzo Micocci, che gli fa incidere nel 1966 il suo primo 45 giri, a Roma, poi da Alessandro Colombini, produttore alla Numero 1 di Battisti e Mogol, dove Bennato seguiterà la prima parte della sua carriera, quella meno nota. Durante questo periodo fa amicizia con Herbert Pagani, Mia Martini, Bruno Lauzi, la Formula 3, per i quali compone brani che finiranno anche su numerosi singoli. Colombini se lo porta alla Ricordi, dove Edoardo trova ancora più spazio e considerazione e, finalmente, arriva il primo Lp, “Non Farti Cadere Le Braccia” (1973). Già dalla copertina Bennato mette in mostra le sue capacità, che non si limitano alla musica, ma si esprimono anche nella grafica. La copertina colpisce immediatamente con il suo ultimo gigantesco fiammifero “minerva”, ed è il perfetto biglietto da visita per un disco che, sebbene acerbo ed un po’ ingenuo, traccia una nuova linea stilistica di partenza, con la quale tutti dovranno fare ben presto i conti. Bennato rielabora creativamente tutte le esperienze accumulate durante il periodo della “gavetta”, bilanciando la tendenza autobiografica del brano che intitola l’album e Campi Flegrei, con quella ironica e dissacrante di Tempo Sprecato e di Rinnegato, nel quale Edoardo se la prende con il fratello Eugenio, con il produttore del disco, Colombini, con l’arrangiatore Roberto De Simone e con Patrizio Trampetti, coautore di Un Giorno Credi. Oltre al fratello Eugenio e a De Simone, al disco partecipano il chitarrista Massimo Luca, già al fianco di Battisti e poi, in seguito con Fabio Concato e Pierangelo Bertoli, e Silvana Aliotta, voce dei Circus 2000 ed in seguito collaboratrice del Banco che in questo disco si occupa anche delle percussioni. Il primo esperimento sulla lunga distanza, nonostante dubbi e resistenze da parte di qualche dirigente Ricordi, viene apprezzato dalla stampa specializzata, che non fatica ad intravedere le possibilità dell’autore e dell’interprete, ma anche della capacità di proporre nuove ed inedite tematiche artistiche, raccolte in un disco che fin dal primo ascolto colpisce per la sua freschezza e per la sua spregiudicatezza, rivelando ad ogni ascolto successivo nuovi piccoli “segreti” nascosti. La Ricordi, nonostante tutto, ci crede, e offre a Bennato la possibilità di tirare fuori dal suo personale cilindro una nuova serie di canzoni, che andranno a formare un album monotematico, non ancora un concept-album ma quasi, si tratta de “I Buoni E I Cattivi” (1974), disco nel quale arriva un giovanissimo percussionista non ancora famoso, Tony Esposito, che sarà indispensabile per sottolineare, con i suoi colori, le atmosfere a volte surreali, a volte più poetiche, del nuovo disco. In copertina si vedono due carabinieri (i buoni?) di spalle, che altri non sono che Lo stesso artista ed il suo amico e giornalista radiofonico Raffaele Cascone. Bennato inserisce tra i brani dell’album ancora una volta Un Giorno Credi, anche perché sarebbe stato un peccato lasciarla solamente su un disco che non aveva avuto un grosso successo commerciale, ed inizia a mettere in evidenza la sua vena sarcastica: inserisce nell’album Uno Buono, dedicata al suo concittadino Giovanni Leone, all’epoca Presidente della Repubblica. La vena ironica è forte in tutto il disco, che vuole gettare il suo sguardo inquisitore sul concetto di bontà, di come esso venga piegato al proprio interesse e di quanto spesso l’etichetta di buono o di cattivo venga data con superficialità e conformismo, senza verificare davvero chi è buono e chi non lo è. Bennato ironizza sulle ideologie (La Bandiera), la scuola (In Fila Per Tre) e sull’urbanizzazione (Ma Che Bella Città), e il disco comincia a dargli un po’ di popolarità: la sua figura inizia a farsi strada nell’immaginario giovanile italiano dell’epoca. Ad accorgersi di lui è sicuramente Ciao 2001, fortunatissimo settimanale di musica, cultura e società, diretto dal suo amico ed editore Saverio Rotondi. Oltre allo spazio che il periodico dedica alle uscite discografiche, ad interviste e a notizie riguardanti l’artista, Ciao 2001, tra il 1974 e il 1975 pubblica alcuni racconti di Bennato, pubblicati in seguito nel volume “Dirotterotti”, edito nel 1979 dalla casa editrice Modulo Uno. Gli scritti del settimanale sono firmati dal “Professor Cono”, pseudonimo che dà il titolo ad una canzone del nuovo disco di Bennato, “Io Che Non Sono L’Imperatore”, del 1975. Anche in questo caso la copertina del disco è emblematica, si tratta del progetto, tesi di laurea in architettura dello stesso Edoardo Bennato, di una nuova rete della metropolitana di Napoli, mai realizzata ma sicuramente innovativa per l’epoca. Ancora una volta i bersagli contro cui Bennato si scaglia sono importanti, dalla censura alle feste di partito, fino ad arrivare al Papa, che viene esortato ad uscire sul suo balcone e a cambiare davvero il suo modo di vivere. Signor Censore pone l’accento sulla pratica di dover sottoporre ogni opera d’arte al vaglio di un ufficio che nessuno hai mai saputo bene da chi fosse composto e dove operasse. Feste Di Piazza, scritta su testo di Trampetti, è l’amara e desolante festa di un partito politico vista dall’interno, perché “Anche l’ultimo degli addetti ai lavori ha a casa qualcuno che lo aspetta”, e si conclude con uno dei momenti più alti della poesia di Bennato: “Sparsi per terra, disordinatamente, i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente”. La Ricordi sceglierà come pezzo forte del disco Meno Male Che Adesso Non C’è Nerone, anticipazione su singolo dell’Lp. Sull’onda crescente del successo popolare, nel 1976, Bennato sale ancora un altro gradino, con “La Torre Di Babele”, disco che lo vedrà collaborare anche con il chitarrista blues Roberto Ciotti e con il sassofonista Roberto Fix. La “Torre” sarà rappresentata in copertina da un disegno dello stesso Bennato, che tratteggerà in cento diverse figurine l’evoluzione, dall’uomo preistorico al missile spaziale. In realtà nel disco non c’è niente di particolarmente nuovo nella poetica dell’autore, il livello musicale si eleva ancora un po’, le canzoni sono molto belle, tra esse spiccano Venderò, Ma Chi è e Cantautore, nella quale Edoardo se la prende con i propri colleghi, prendendo proprio in giro la figura di quello che pensa di poter giudicare e condannare gli altri solo perché parte di un presunto movimento culturale di moda. Il disco, pur restando un caposaldo della produzione musicale dell’epoca, e non solo di Bennato, sembra avere il fiato corto, sembra aspirare a qualcosa di più, sembra in cerca di quel salto di qualità, che arriverà con il disco seguente. “Burattino Senza Fili”, del 1977, segna il raggiungimento della piena maturità artistica del cantautore napoletano, reinterpretando una favola, quella di Pinocchio, che è già di per se un’esplosione di metafore e insegnamenti morali. La rilettura fatta da Bennato negli anni 70, in un periodo lacerato da contraddizioni e divisioni manichee, sarebbe perfettamente adattabile a qualsiasi altro momento storico, almeno fino ad oggi, forse perché l’Italia, negli ultimi quarant’anni, non ha fatto nessun significativo scatto d’orgoglio, rimanendo impantanata nei sempre uguali interessi politici ed economici, che tanto giovamento hanno sempre tratto dalla sempre crescente disattenzione dell’opinione pubblica. Il disco inizia con un’accusa al nuovo Pinocchio, non più burattino, ma finalmente umano: E’ Stata Tua La Colpa, perché se prima eri un burattino, ma senza fili, ed ora sei guidato da qualcun altro, la colpa è tua. Il seguito è un ammonimento per chi pensa, ancora, di potersi ritenere libero: in realtà siamo tutti manovrati da un burattinaio, da un Mangiafuoco. Il momento più intensamente poetico del disco lo troviamo nel terzo brano, La Fata, nel quale Bennato racconta come la donna, da sempre simbolo romantico e spesso angelicato, sia spesso maltrattata e subordinata con violenza alle esigenze del maschio. Il primo lato dell’Lp si chiude con il brano In Prigione, In Prigione, un divertente boogie che, piuttosto che anticipare il tentativo di rivoluzione di “Mani Pulite”, ci porta a riflettere sulla possibilità, tutt’altro che remota, che a finire in galera non sia mai chi ruba veramente, ma che sia anzi più probabilmente un innocente. La seconda parte dell’opera si apre con Dotti, Medici e Sapienti, invito a preferire il buon senso all’esibizione del sapere cattedratico. La musica, splendidamente ripresa nel finale è un bell’esempio di come si possa utilizzare un arrangiamento cameristico nella musica “pop”, ai nostri tempi. Si prosegue con il blues di strada di Tu, Grillo Parlante, dedicata a tutti quelli che hanno la risposta pronta per qualsiasi domanda… ed anche qui Bennato è stato profetico, anticipando l’invasione dei tantissimi “personaggi” costruiti dalla televisione. La canzone più conosciuta e più fortunata dell’intero album è sicuramente Il Gatto E La Volpe, che ha dato al suo autore il primo vero momento di popolarità. Su un semplice giro armonico (quanti saranno i chitarristi che hanno iniziato a suonare sugli accordi della prima parte di questa canzone?), Bennato costruisce una storia di truffatori e di allocchi, così attinente al mondo ed al sottobosco musicale da fare impressione… ma esiste, in Italia, un settore nel quale si è al riparo da personaggi simili? Il disco, iniziato con la fine della storia di Pinocchio, si conclude con una canzone, Quando Sarai Grande, che potrebbe sicuramente rappresentare la classica risposta per i bambini che vogliono sapere quando avranno spiegazioni per le loro domande, ma in fondo è anche il motivo per cui si scrivono le favole: le risposte se le devono trovare da soli, i bambini. Il disco risulterà essere il più venduto del 1977, consacrando il suo autore come stella di primo piano nel firmamento dei cantautori italiani. A questo punto è necessaria una riflessione, Bennato suona moltissimo dal vivo ma non ci sono, all’orizzonte, uscite discografiche: dare un seguito ad un trionfo simile sembrerebbe fuori dalla sua portata. Edoardo, data la sua incapacità ad essere prevedibile o addirittura scontato, annuncia, a fine 1979, di avere pronto il nuovo disco che, come il precedente, rivisiterà una classica fiaba. In realtà, a Marzo 1980, esce “Uffà Uffà”, senza nessuna campagna pubblicitaria a creare attesa per il prodotto. Il disco pare, ad un primo ascolto, un po’ più debole di “Burattino Senza Fili”, meno rifinito, meno geniale, ma di sicuro contiene una canzone di grandissimo successo, Sei Come Un Juke-Box, nella quale vengono riversati frustrazione e delusioni di un artista, sebbene di successo. Così Non Va, Veronica e Restituiscimi I Miei Sandali sono due belle canzoni ironiche e surreali. Nel brano che dà il titolo al disco e che lo conclude, Bennato si fa affiancare da un gruppo emergente, i Gaznevada, dimostrando attenzione nei riguardi delle nuove tendenze musicali… ma non basta, i fans rimangono spiazzati, forse anche un po’ delusi: è naturale che ci sia un piccolo calo d’ispirazione, in fondo è umano. Invece no! Edoardo Bennato compie un’impresa unica, nel suo genere. Sfidando la ferrea regola che prima di immettere sul mercato un nuovo disco non ce ne debbano essere altri dello stesso artista in circolazione (e meno che mai in classifica), quindici giorni dopo l’uscita di “Uffà Uffà”, esce “Sono Solo Canzonette”, ispirato dalla favola di Peter Pan e degno seguito di “Burattino Senza Fili”. Manca soltanto l’originalità del disco su Pinocchio, ma ci sono: il pezzone da primo posto in Hit Parade, cioè la canzone che intitola l’album, la citazione anni 50 nel Rock Di Capitan Uncino, la critica sociale di Dopo Il Liceo Che Potevo Far ma, soprattutto, la struggente poesia de L’Isola Che Non C’è, una perfetta sintesi di fiaba, fantascienza, country americano e canzone d’autore italiana. A dispetto delle “regole” imposte dai discografici, tutti e due i dischi venderanno tantissimo, entreranno entrambi in classifica e rimarranno pietre miliari nello stile di Bennato che, negli anni seguenti aumenterà successo e prestigio, ma non arriverà più ai livelli artistici dei suoi primi dischi. In questi anni, così fortemente caratterizzati dalla sua musica, e così magistralmente raccontati dalle sue canzoni, non esiste un artista paragonabile a Bennato, ed anche nei decenni successivi, le sue canzoni, sebbene bellissime e molto importanti, non riusciranno a ripetere la magia di quelle che ci hanno fatto innamorare della sua caratteristica figura artistica.

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