Editoriale – Una teutonica crepa… – di Ginevra Gico

Lo scandalo: la casa automobilistica Volkswagen ha falsato i dati sulla capacità di inquinamento delle sue auto da importare negli States. Un terremoto per la nota casa automobilistica, un terremoto per la borsa tedesca e di conseguenza un cataclisma finanziario mondiale.
In un momento in cui tutto il pianeta e gli Stati Uniti che cominciano ad esserne sensibili promotori, stanno correggendo la rotta delle politiche industriali per non inquinare ulteriormente il mondo, le auto teutoniche producono gas di scarico come le vetture di duecento anni fa.
Il celebre rigore tedesco è divenuto sinonimo di qualità, le auto sono state viste sinora come riflesso del loro stile di vita, della loro politica e della loro economia.
Possedere una vettura tedesca ovunque è sinonimo di benessere economico e non si parla solo di marchi del lusso come Porsche, Mercedes o Audi ma anche di Volkswagen, l’auto del popolo sì, ma tedesco.
La Germania si è rialzata dalle ceneri della seconda guerra mondiale sino ad essere oggi il volano dell’economia e della politica europea, solo lei. Forte, solida, è divenuta una sola cosa con la comunità europea che ha finito per essere un vuoto amplificatore dei suoi diktat.
Potente, anzi talora prepotente, ma sempre in linea con il proprio spirito teutonico: severo, autoritario ma inesorabilmente coerente per non prestare il fianco ad attacchi europei e non solo.
La sua autorità indiscussa in  Europa fa si che Lei da sola abbia piegato la Grecia ante e post referendum
a parametri economici strangolanti, che Lei sola abbia stabilito dapprima che i profughi non dovevano varcare i suoi confini e poi, non potendo arrestare il fiume in piena di un intero emisfero, abbia scelto l’accoglienza dei soli siriani: ceto medio, scolarizzazione elevata, i poveri migliori, ma taluni  stanno a Buchenwald… m
a è di questi giorni anche un’altra notizia molto grave e tuttavia passata in sordina nei telegiornali, con una volatilità sospetta tesa a dare l’informazione ma non a farne né da cassa di risonanza né di amplificazione come invece è già accaduto per in caso Volkswagen.
La Deutsche Bank avrebbe debito per circa 70.000 miliardi di euro?
Se la notizia fosse fondata, e vista la gravità del fatto è obbligatorio porsi almeno un dubbio, la situazione sarebbe gravissima. Infatti la Germania  è  il baluardo che tiene economicamente insieme tutta l’Europa, ne costituisce la locomotiva trainante nel bene ma ahimè, anche nel male come si è visto nel caso greco in cui il corpo sociale e politico tedesco ha sempre rimproverato gli ellenici di essere troppo poco attenti ai parametri finanziari imposti dall’Europa rispetto alla loro rigorosa politica economico-finanziaria ed ha colto l’occasione della mancata restituzione di parte del loro debito nei termini convenuti per imporre un rigore stritolante che ha inciso pesantemente sul welfare del paese, riducendolo praticamente in ginocchio… un debito complessivo di trecentodiciassette miliardi di euro.
Ora si scopre che la Deutsche Bank da sola ne ha settantamila miliardi tra debito, sofferenze e scommesse…
la banca tedesca possiede più di 75.000 miliardi di dollari di scommesse sui derivati.
Che succede? Non si devono confondere le cifre e le singole voci, l’economia è una scienza esatta ma i numeri cominciano a suggerire che qualcosa non va. Sicuramente non è possibile un paragone tecnico tra le due situazioni ma il sospetto sorge se si considera che a marzo 2015 la Deutsche Bank ha fallito gli stress test della BCE, che
a giugno Standars and Poor’s ha declassato il loro rating a BBB+, addirittura sotto il livello della Lehman Brothers poco prima del suo tracollo.
Niente terrorismo psicologico e niente panico, per carità, ma questi sono dati da non trascurare dinanzi alla teutonica incrollabile certezza del rigore e solidità che il sistema Germania raffigura ed impone alle altre nazioni anche a costo di lacrime e sangue.
Sarebbe un errore enorme confondere il paese con una sua parte, fosse pure un suo fiore all’occhiello, la Germania non è certo solo Volkswagen e nemmeno Deutsche Bank ma è innegabile che aver falsato parametri di inquinamento per vendere le proprie auto altrove, l’aver accumulato debiti tanto macroscopici, sono anche indici di una nuova debolezza, di una fragilità, nell’immaginario collettivo, tutt’altro che tedesca…
è il segnale che il mostro economico tedesco e l’Europa delle banche che lo sostiene e che essa stessa ha contribuito a creare, comincia a dimostrare nel lungo temine che è un gigante dai piedi d’argilla, vittima infine di sé stessa.
Con la questione Volkswagen e con il debito Deutsche Bank  forse si è aperta una crepa nel sistema europeo targato Germania, un modello sinora vincente certo ma solo per loro o, ancor meglio, solo per taluni di loro, quelli che credono che l’interesse economico sia superiore a tutto, alla stessa Europa della gente, alla coscienza, al lavoro, alla dignità di tutti gli individui che la compongono, forti e deboli insieme, greci e tedeschi.
In tempi non sospetti Margaret Tatcher disse che l’euro sarebbe stato un pericolo per la Democrazia, sarebbe stato fatale per i paesi più poveri devastando la loro economia e purtroppo il tempo ha dimostrato che ciò è accaduto e le conseguenze di tale dramma non sono state a carico dei tedeschi ma di tutti gli altri paesi  economicamente più deboli. Sinora.
Perché se tutti questi segnali sono davvero campanelli d’allarme la Germania rischia di essere travolta dalla crisi europea che il loro stesso eccessivo rigore avrebbe determinato trascinando con se tutti gli altri paesi. Si sono sbagliati stavolta, da una crepa si comincia ad intravedere una nuova luce, forse di incertezza, forse preludio di un possibile cambiamento, di una sia pur tardiva inversione di rotta che e non può parlare più solo tedesco.

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