Editoriale: La più bella del mondo – di Ginevra Ianni

Il primo gennaio 1948 entra in vigore la nuova Costituzione della neonata Repubblica italiana, figlia del dopoguerra e del primo referendum post bellico con cui i cittadini scelsero tra monarchia e repubblica.
Vede la luce in tempi relativamente brevi e, forte di tutto il suo recente e travagliatissimo passato, la dittatura fascista, la guerra, lo scontro tra le nuove forze politiche emergenti, essa traduce in norme inderogabili una concezione antiautoritaria dello stato ponendo una chiara e marcata diffidenza verso un forte potere esecutivo a favore dello strumento democratico. Tale  regime fortemente garantista trova la sua migliore espressione nel sistema bicamerale perfetto. Bicameralismo significa infatti un doppio vaglio del legislatore su ogni norma che possa attentare all’allora appena recuperata libertà e soprattutto si difende con una rigida carta costituzionale che tutela dal ripetersi di una nuova possibile eliminazione delle garanzie democratiche attraverso sue precise caratteristiche: infatti la Costituzione dello stato italiano è scritta, rigida, lunga, votata, compromissoria, laica, democratica, programmatica.
Tanti pilastri costruiti intorno ad un documento che esprime un desiderio di libertà e speranza nel futuro:
questa forse è la sua più bella caratteristica, la programmaticità. Vuol dire che tutti i principi in essa contenuti attendono di essere concretizzati dai futuri legislatori, di essere affidati ai futuri italiani per tradurre tutte le parole della carta fondamentale in fatti. Un impegno importante, una promessa bella per la neonata Repubblica. Ma il tempo passa da quel gennaio del ’48, la pace nel vecchio continente fa rinascere le nazioni piegate dalla guerra, l’economia riparte, si stringono nuovi trattati internazionali, nasce la Comunità Europea e l’Italia vi entra come fondatrice. Poi arriva il boom economico, gli anni di piombo, la prima, la seconda repubblica e lo scorrere degli anni dimostra che il sistema bicamerale tanto perfetto non è. Il doppio esame infatti rallenta la promulgazione delle leggi e il principio democratico sembrerebbe ben tutelato anche attraverso l’attività di una sola camera, la funzione del senato quale camera di riflessione comincia a costituire un doppione nonché, complice la corrente crisi economica, anche causa di costi eccessivi a carico della comunità. Le ragioni ci sono, e anche fondate, per porre mano ad un’opera importantissima e mai intrapresa nella storia della Repubblica sebbene si tratta di un intervento delicatissimo e nevralgico su un documento che ha fondato l’attuale Stato italiano, che ne costituisce l’ossatura stessa su cui tutto si regge. Per la prima volta dal gennaio 1948 si avvia la complessa procedura referendaria stabilita dai Padri costituenti per cambiare il sistema di governo. Al contempo anche in Gran Bretagna accade qualcosa di simile, dopo anni di perplessa partecipazione alla comunità europea gli inglesi non vogliono più farne parte ed anche in questo caso si impone l’uso della consultazione della volontà popolare attraverso il referendum. In tempi paralleli due paesi ricorrono allo stesso iter procedurale.
Ma le analogie finiscono qui. Alla promulgazione del quesito rivolto al proprio popolo. La scheda referendaria inglese, sebbene tratti un problema politico, sociale, economico complesso, pone una scelta secca, chiara: volete restare in Europa si o no? Una domanda semplice formulata in due righe, due caselline da sbarrare,  ed è fatta. Tra il 23 ed il 24 giugno la nazione decide e la Gran Bretagna è fuori dall’Unione. Coerentemente il premier britannico Cameron, sostenitore del remain, si dimette ed il suo successore May dichiara che entro marzo 2017 la procedura di uscita sarà ultimata. Al contempo anche in Italia, dopo un iter parlamentare certamente e comprensibilmente più complesso, si arriva finalmente alla formulazione del quesito referendario. Intendiamoci, qui la scelta non è tra il “si” ed il “no” perché il problema è  tecnico, si deve toccare la carta fondante della nazione, ma al contempo e forse proprio per questo, si deve porre la domanda rivolta a tutti gli italiani nel modo più chiaro e comprensibile che sia possibile.
La volontà popolare chiede che venga eliminata una camera, quella del senato. Quindi si impone di spiegare a tutti i cittadini cosa accadrà depennando dalla Costituzione la norma che lo disciplina ed armonizzare il nuovo impianto istituzionale sul vecchio regime. Contrariamente alla prima necessità di snellire l’iter legislativo ed i costi annessi come ritenuto necessario, il governo ed il parlamento in carica parlano da subito  di mantenere  il senato ma con quali funzioni? E chi vi siederà se non più i senatori? Saranno in numero inferiore? Che rapporti vi saranno con l’altra camera? Questo intervento di quanto tempo riduce l’iter legiferativo? Che riduzione dei famigerati costi della politica comporta? Silenzio. Per lungo tempo i media non affrontano la questione, nessun confronto tra rappresentanti del governo e parlamentari, è tutto un rincorrersi di voci, interviste fatte a caso, nelle sedi più disparate e mai come argomento centrale, una serie di dichiarazioni sibilline, incerte e nebulose.
Sino ad oggi, quando da qualche tempo si indica il quattro dicembre come data fissata per il voto e spunta anche la famigerata scheda elettorale. La nebbia che avvolgeva già questa svolta epocale della carta fondamentale dei diritti invece di diradarsi si infittisce: l’articolo, giusto per rendere facili le cose e tradurre in fatti la volontà degli italiani di abolire una camera, chiede in ben quattrocentottanta parole non di eliminare il senato ma di conservarlo, sebbene con un numero ridotto di membri, cambiandone ruolo e funzioni, ma cosa farà e quali saranno i suoi nuovi poteri non è chiaro e non viene spiegato in quelle quattrocentottanta parole.  Una cosa sola è lampante: si trasforma in modo radicale uno dei pilastri del nostro sistema democratico diretto senza capirne il modo, senza averne chiare né le funzioni né i poteri, Sottraendo ai cittadini il diritto di votare liberamente chi li governerà. Perché il senato resta, perché avrà un ruolo, sebbene non definito nella scheda,  nel governare il paese ma i senatori non verranno più scelti dal popolo e questo con buona pace dell’articolo 1 della Costituzione, della democrazia diretta tanto cara ai Padri Costituenti e anche in odor di anticostituzionalità quando si parla di elezione di secondo grado, magari pescando nomi da liste elettorali bloccate. Gli italiani avranno perso per lunghissimo tempo o forse per sempre il diritto di decidere chi, in modo non ben precisato,  li governerà. Forse lo spirito della Costituzione più bella del mondo non voleva aspirare proprio a questo. Forse.

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