“Edie Sedgwick… Superstar” – di Maurizio Garatti

“Le Muse sono divinità della religione greca: figlie di Zeus e di Mnemosyne, erano guidate da Apollo e rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte”. Questa la definizione che Wikipedia da alla voce “Muse” e, seppur con le dovute precisazioni, è a questo termine che possiamo associare la conturbante e iconografica figura di Edie Sedgwick, attrice, modella, dispensatrice di energie varie che è stata in grado di oltrepassare le barriere del tempo e le classiche strutture del glamour per conservarsi attuale ancora oggi. I suoi eccessi, la sua costante voglia di esibirsi, persino la sua tendenza all’autodistruzione, ancora prima della sua affascinante bellezza, ne hanno fatto un solido Must al quale si aggrappano molti di quei personaggi che continuano ad affollare schermi e rotocalchi entro i quali trovano spazio personaggi nebulosi ed effimeri figli di un sistema che celebra molto di più l’apparenza che la sostanza.
Edie era diversa: è stata la capostipite di tutta una serie di icone che a lei si sono rifatte per crearsi uno stile che non fosse allineato al sistema. Lei era autentica, figlia solo della sua esuberanza e della sua fragilità, e se ancora oggi troviamo tracce vistose del suo essere in figure come Kate Moss, Cara Delevingne e Paris Hilton, per citarne solo alcune, è evidente che il suo carisma e la sua figura sono caratteristiche in grado di fissarsi nell’immaginario collettivo. Persino il grande Andy Warhol, il più grande fabbricante di icone che la storia dello spettacolo ricordi, le deve molto. Quando si incontrarono lui aveva già avviato la sua Factory, ma fu Edie ad introdurlo negli ambienti “giusti”, a metterlo in contatto con quel sottobosco Newyorkese nel quale, oltre allo stile di vita alternativo e visionario tipico dei Warhol’s Boys, giravano i soldi veri: fu grazie a questi agganci che Andy divenne ciò che è stato, e se è pur vero che anche Edie ebbe il suo tornaconto, resta innegabile il fatto che il nome dei Sedgwick e l’immenso patrimonio (economico e non) che ne derivava, contribuì in maniera esponenziale alla completa consacrazione di Andy.
I Sedgwick sono una famiglia con origini illustri che pare risalire a George Washington, e un patrimonio così enorme, anche se di dubbia provenienza, capace di influenzare persino una dinastia importante come quella dei Kennedy (a tal proposito è bene citare il fatto che proprio al rito di sepoltura dei Sedgwick si è rifatta Jaqueline per dare l’estremo saluto a suo marito John). I Sedgwick sono estremamente conservatori, molto legati alle tradizioni, e particolarmente cagionevoli di salute. Edie è il terminale elettrificato di questa realtà, che racchiude in se tutte le contraddizioni di un mondo che sta cambiando velocemente. Nata a Santa Barbara il 20 aprile del 1943, Edie ha dovuto sempre fare i conti con l’instabilità psichica della sua famiglia, con il padre che è tutto fuorché una figura affidabile, la madre che appare troppo debole per fronteggiare gli oneri che la dinastia comporta, e fratelli vari che annaspano in seri problemi esistenziali con conseguenze spesso tragiche: il fratello Minty si impiccherà a 26 anni, dopo aver avuto problemi di alcool e un passato da ospedale psichiatrico, mentre l’amatissimo Bobby, anche lui con problemi psichiatrici, muore travolto da un autobus mentre va in moto. In tutto questo Edie annaspa e cerca di sopravvivere, cercando di allontanarsi dalle nefaste influenze famigliari: si trasferisce a Boston e si laurea ad Harvard, prima di spostarsi a New York, a casa della nonna, e incontrare Andy Warhol.
Ciò che segue è storia: del costume, del glamour, della controcultura americana che si fa moda per uscire dal ghetto. La breve e intensa vita di Edie è un percorso irto, ricco di vette e precipizi, che alla fine avranno ragione anche di lei; ma tutti alla fine parlano di Edie: lo fanno John Cage e Truman Capote, uniti a Gregory Corso e Allen Ginsberg, poi Lou Reed, Bob Dylan, Patti Smith e, naturalmente, Andy Warhol. Per dare un senso a tutto questo è necessario tentare di approfondire la personalità di Edie, e per farlo si deve partire dai fatti, dalla sua vita e dal suo mondo. Come detto poco sopra, Edie nasce a Santa Barbara, in una lussuosa tenuta di 1.200 acri, ricca di boschi e giardini vari, con stalle per i cavalli e ombreggiati spazi protetti da querce secolari. La casa è immensa, con dipinti classici alle pareti e una enorme biblioteca alla quale tutti attingono: un paradiso lussureggiante, che racchiude inevitabilmente anche i canonici lati oscuri. L’istruzione è affidata a precettori privati, e risulta assai rigida, anche quando viene iscritta alla Saint Timothy’s, una esclusiva scuola per ragazze di buona famiglia che ha il compito di creare le nuove generazioni di gentildonne cristiane. In questo periodo Edie si lega molto a suo fratello Francis Mintum Jr. (Minty) che subisce negativamente tutta la irragionevole tracotanza del padre. Alcolizzato già a 15 anni, Minty è un ragazzo sensibile e dolce, doti che non combaciano con la voglia del genitore di avere un figlio virilmente macho. Nonostante il suo carattere e i già evidenti problemi psichiatrici, ai quali il padre non vuole credere, Minty entra nell’esercito e poi si iscrive ad Harvad; ma i suoi demoni lo raggiungono poco dopo: nel 1963, dopo un terribile tracollo emotivo, viene ricoverato in un istituto di igiene mentale.
Finirà per impiccarsi nel bagno della sua stanza a Silver Hill, ponendo fine a una breve e complicata esistenza. Anche l’altro fratello (Bobby) non vive una esistenza tranquilla: consapevole della sua bellezza e preda di continui sbalzi di umore, vive covando un forte risentimento per la figura paterna, cercando di combatterlo dilapidando enormi somme di denaro e vivendo in modo totalmente anarchico. Simpatizza per la sinistra radicale, frequenta Gregory Corso e la sua cerchia di proletari (ai quali chiede spesso soldi in prestito), si mette con una ragazza di colore e in seguito con una donna ebrea sposata con figli: cerca a tutti i costi il disprezzo del padre, trovandolo regolarmente. Al termine di questo percorso distruttivo, anche lui crolla, finendo in una casa di cura per problemi mentali. La sua vita si consuma in una eterna lotta tra la sua ribellione e la rigida figura di un padre razzista e conservatore che non nutre alcun interesse nel confronto dei figli. Muore in un incidente motociclistico, a capodanno del 1965, lasciando Edie sola con le sue paure e le sue follie. Sui Sedgwick aleggia una cupa cappa di follia, che il comportamento del capofamiglia non fa che accentuare.
La scelta, quasi inevitabile, di Edie, è in questo senso abbastanza logica: bella come e più del padre, oppone al rigore del genitore la propria dissolutezza, e al suo estremo salutismo la propria violenta tossicodipendenza. La figura di donna al di fuori di ogni regola che la contraddistingue, le viene fornita probabilmente proprio dalla necessità di dissociarsi dalla figura paterna e da tutto ciò che rappresenta. L’inferno che la consuma internamente viene mostrato al pubblico come una sfavillante esuberanza. 
Edie nel 1964 diventa maggiorenne, e le cose iniziano a cambiare. A quel tempo è a Cambridge, e vive nella casa della nonna, anziana, un po’ arteriosclerotica e non certo in grado di gestire l’irruenza della sfolgorante e carismatica personalità della nipote. L’enorme patrimonio che ha alle spalle le permette di esprimere al meglio la sua naturale voglia di protagonismo: la sua cerchia di amici viene trascinata in un turbine di party, cene sofisticate e costosissime nei migliori ristoranti e shopping oltre ogni limite. La popolarità di Edie comincia a farsi largo nel tessuto sociale della città, stupito da tanto ardire, fino alla naturale evoluzione del complesso rapporto con il prossimo che la giovane Sedgwick dimostra di avere. Quando Cambridge non è più sufficiente a contenere la sua esuberanza, Edie si trasferisce a New York. Ora, la situazione della “Grande Mela” in quel periodo è decisamente particolare: la città sta letteralmente cambiando pelle. Le regole non scritte che da sempre inquadravano il vivere della High Society, vengono cancellate dal nuovo corso degli eventi: il modo di porsi, di vestire, la mondanità dei classici e canonici appuntamenti, tutto viene spazzato via dal vento del cambiamento. È come se la Città stessa si scrolli di dosso l’ipocrisia e la falsità che da sempre cela la vera natura delle cose.

A New York si finge di essere felici, di essere fedeli, di essere sessualmente ligi alla figura classica della famiglia: nessuno in realtà è vicino all’immagine che da di se. Il nuovo corso si porta dietro regole di vita e di comportamento totalmente diverse, addirittura in antitesi con la quieta “American Way of Life” che ha regnato sino ad allora. Gli omosessuali escono allo scoperto, cocainomani ed eroinomani diventano persone comuni, con le quali si può e si “deve” fare amicizia: una vera e propria rivoluzione, che sradica vecchie certezze offrendo in cambio l’ebrezza della dissoluzione dell’animo umano. In tutto questo Edie entra come un uragano, trovandosi perfettamente a proprio agio. Il suo modo di essere, di vestire, la sua nonchalance nel dilapidare cifre enormi… tutto la porta a essere da subito al centro dell’attenzione. I party sono la sua casa naturale, sia quelli estremamente modaioli, sia quelli che si consumano nei bassifondi di una New York che appare sempre più votata a una autodistruzione rigenerante. Le feste dell’alta società, così come quelle degli sfigatissimi artisti che bazzicano la Bowery, sono il mondo che Edie ha sempre sognato. In tutto questo è sempre a proprio agio: perfettamente in linea con qualsiasi strato sociale con il quale si rapporti. È un mondo che corre alla velocità della luce, nel quale l’aiuto chimico diventa il naturale compagno di vita, entro il quale la ventiduenne si immerge completamente: Il prezzo da pagare è altissimo, ma Edie non se ne preoccupa, ne se ne rammarica. Il centro del mondo è qui. Adesso. Poi, ecco l’incontro che da una svolta alla sua vita: quello con Andy Warhol.
In quel periodo Andy sta lavorando alacremente alla costruzione del proprio mito: con una difficile infanzia alle spalle, punteggiata da esaurimenti nervosi e una seria encefalite, il futuro re della Pop Art si arrabatta nella sua Open House della Quarantasettesima Strada. È circondato da persone che vivono in modo distruttivo, strafatte di droghe varie e di una promiscuità sessuale che appare un azzardo anche il quella New York così spumeggiante e decadente: “Mole People” le chiamano (persone talpa), che vestono di nero, escono solo di notte e fanno uso di speed. Con lui ci sono nomi come Billy Name e Ondine, che avrà un ruolo importante nella vita di Edie; sono figure che contribuiscono in modo essenziale alla creazione di quelle opere che faranno di Warhol l’indiscusso genio della Pop Art… e poi c’è Lester Persky, un pubblicitario famoso che ama organizzare feste modaiole nelle quali è facile imbattersi in personaggi come Gore Vidal e Truman Capote, contornati da una folta popolazione di omosessuali e intellettuali di ogni strato sociale: un magma ribollente dal quale uscirà la nuova concezione artistica e musicale di New York. Il pubblicitario organizza l’incontro tra Edie e Andy, convinto che tra i due possa nascere un rapporto al di fuori di ogni regola. Non si sbaglia. Andy è letteralmente folgorato dalla giovane californiana: la trova bellissima ed estremamente seducente. Si lascia ammaliare dalle doti di Edie. La fotografa continuamente, se la porta ovunque, facendo di lei la sua “Superstar”. Chuck Wein, promoter e manager di grande talento, conia per lei questo termine destinato a diventare un vero e proprio simbolo immaginifico.
Edie è perfetta in ogni scatto: la sua naturale propensione alla posa, fa di lei una delle icone di quel periodo. Lui si veste come lei, e lei fa altrettanto. Il risultato è uno stupefacente connubio di eterosessualità congiunta, entro il quale trovano spazio la grazia e l’arroganza di Edie e la geniale visione Pop di Andy. Così accade che il cigno prenda il posto dell’anonimo anatroccolo. Warhol esce dalla “Terra di Mezzo” entro la quale era confinato, e inizia a frequentare gli ambienti giusti: quelli che, grazie a lei, le spalancheranno le porte del successo economico. Il suo essere snob, la distaccata nonchalance con la quale riesce a gestire i rapporti umani, il suo atteggiarsi a “prima donna”, tutto contribuisce a creare la figura carismatica che passerà alla storia… ma sopra a tutti c’è Edie. La sua Musa Ispiratrice, la sua punta di diamante. I due fanno coppia fissa, e lei diviene un personaggio pubblico sul quale si accendono le mille luci di New York: nel settembre di quell’anno (è il 1965) il New York Post le dedica un articolo dal titolo “Edie Sedgwick, Superstar”, a firma di Nora Ephron, mentre a Novembre eccola su Vogue, con una serie di scatti incredibilmente affascinanti. È la First Lady di Warhol e tutti la cercano, tutti vogliono i suoi favori e le sue attenzioni, anche se lei in realtà ama in particolar modo le persone fuori dall’ordinario: Andy e Chuck Wein sopratutto. Chuck è innamorato di Edie, e sa far uscire la sua  personalità più vera. Poi c’è Lou Reed, che in quel periodo viene considerato l’uomo più sexy di New York, del quale ovviamente lei si innamora. Un giro di valzer che coinvolge tutta la New York Underground, quella che sta prepotentemente prendendo il sopravvento su ogni cosa.
Andy e Edie girano in poco tempo undici film, a partire da “Vinyl” (1965), una specie di “Arancia Meccanica” ante litteram, seppur con toni decisamente più underground, dimostrandosi instancabili e in perfetta simbiosi. La storia però ha vita breve, e già a luglio tra i due inizia ad esserci un po’ di attrito: la causa è il film di chiara tendenza omosessuale intitolato “My Hustler” (1965), nel quale Edie non ha una parte. La cosa la indispettisce alquanto, sopratutto perché Genevieve Charbin, che abita con lei, è invece presente nel cast. Da qui in poi il loro rapporto precipita, e lei si rende conto che New York le sta stretta. È ormai famosa, e Hollywood sarebbe la sua giusta destinazione ma, per tutta una serie di motivazioni che forse servono solo a nascondere le paure, finisce per restare attaccata alla “Grande Mela”. È in questo preciso momento che Bob Dylan entra nella sua vita: un’altra icona alla quale aggrapparsi. I due hanno un carattere molto simile: lei ama gli eccessi e il centro della scena, mentre Bob vive i rapporti con l’altro sesso in modo estremamente competitivo. Due primedonne assolute che, stando a chi ha vissuto quel periodo in prima persona, si amano realmente… e così Edie si stacca da Warhol, che inizia ad occuparsi dei Velvet Underground e di una nuova Musa nella quale si è imbattuto: Nico… ma questa è un’altra storia. 

Edie è innamorata e, quando con intenzionale malignità, il buon Andy le rivela che Dylan si è sposato con un’altra donna, rimane pietrificata. Quella che fino a pochi mesi prima era una storia incredibile, ora è solo uno scambio di rancore: Andy e Edie si odiano, fingendo indifferenza. Lui taglia le scene in cui la ragazza appare nel suo film forse più famoso, “Chelsea Girl” (1966) sostituendola con Nico e lei lo abbandona al proprio destino. La Factory si trasferisce in una sede molto più modaiola, e la patina di underground viene via via sostituita da un certo mainstream alquanto sfavillante. Quando Valerie Solanas spara a Warhol, Edie dichiara che in fondo lui se l’è meritato. Questa è la New York di quel periodo, fatta di continue feste e di duelli intellettuali e comportamentali: essere e apparire non sempre sono la stessa cosa, e gli anni sessanta newyorkesi sono la perfetta sintesi di questa verità. È la chimica a venire in aiuto a tutti i personaggi di questo ballo in maschera. Per essere sempre presenti, sempre accesi e connessi a tutto ciò che avviene, i partecipanti hanno un solo modo: farsi aiutare da sostanze varie mescolate con fantasia e arte. Le anfetamine sono legali, e quindi ci si tuffa a pesce in questo serbatoio che dispensa energia a profusione: i frequentatori della Factory, assieme a molti altri, si mettono letteralmente in coda per accedere allo studio del Dottor Roberts. In questo “magico luogo”, a qualsiasi ora del giorno e della notte si fa la fila per ottenere la propria dose di vitalità. Manager, discografici, attori, modelle, persino donne incinte… tutti attendono pazientemente il loro turno. La magica fiala in effetti contiene massicce dosi di vitamine, associate a Niacina, Metedrina e altre sostanze simili.
L’effetto è dirompente: euforia e vitalità a profusione, che permettono a chiunque di poter affrontare il ritmo frenetico della “Grande Mela”. Sul rivoluzionario “Revolver” del 1966 anche i Beatles accennano a questo personaggio: Il brano Dottor Robert in effetti pare proprio dipingere questa realtà, anche se su questa identità si discute ancora oggi. Una delle groupie più famose di quel periodo, Cherry Vanilla, dichiara: “La sensazione dell’ago mi piaceva proprio: il male era piacevole. Facevi l’iniezione e ti arrivava quel sapore in bocca… Sentivi il flash e ti rendevi conto che stavi diventando High. In un certo senso era molto sessuale, e anche molto mondano. Era questione di stile”. Era un mondo di personaggi strafatti. Edie ne parla ampiamente nel film di John Palmer “Ciao! Manhattan” del 1972, descrivendo in modo realistico sensazioni e drammi legati a questi abusi. “Era tutto a base di alcool, droga e sesso. Lo speedball ti mandava in orbita. La prima volta che lo provai fu incredibile: chiusi gli occhi e aprii le braccia. Due buchi! Uno cocaina e anfetamina e l’altro eroina. Mi strappai di dosso tutti i vestiti, precipitandomi giù per le scale. Corsi per due isolati in Park Avenue prima che i miei amici riuscissero a raggiungermi e bloccarmi: ero completamente nuda”. I rischi legati a questo tipo di vita sono alti e palesemente evidenti, ma tutti paiono non voler rendersene conto. Edie paga sulla propria pelle questa realtà.
Una notte del 1966 si addormenta con la sigaretta accesa, sotto l’effetto di una dose massiccia di barbiturici e si risveglia avvolta dalle fiamme. Le conseguenze sono minime per fortuna, solo una leggera ustione alle braccia, ma è il segnale che il limite è ormai superato. Dopo essersi ripresa, sceglie di andare a vivere al Chelsea Hotel, luogo mitico e vagheggiato da molti, dove hanno soggiornato Edgar Lee Masters, Dylan Thomas, Tennessee Williams Arthur Miller e, in seguito, artisti come Bob Dylan, Patty Smith, Janis Joplin, Syd Vicious e anche quella Nico che pareva destinata a sostituire Edie nel folle immaginario mondo di Warhol. La dissolutezza con la quale la giovane Sedwick affronta la vita produce quello che forse è lo strappo definitivo con la famiglia, che decide di non supportare più economicamente le follie della figlia. Dal punto di vista puramente formale, la decisione pare ampiamente giustificata, e il ritratto che pare scaturire dalla storia di Edie porta a condividerla, tuttavia è bene non perdere mai di vista il contesto nel quale la sua esistenza si è dipanata. Appare evidente che la sua fragilità viene abilmente celata dalla superficialità mostrata al pubblico: con il senno di poi purtroppo emerge invece il ritratto di una giovane donna che trova nell’autodistruzione una sostanziale ragione di vita.
Gli uomini usano Edie. Lo hanno fatto tutti, e tutti escono da questa storia in modo vergognosamente squallido. Così come appare squallida la figura del padre, altrettanto possiamo dire di un Dylan lontano anni luce dalla figura che lo vuole sensibile e colto; per non parlare poi di Warhol, che dimostra ampiamente quanto sia vacua e meschina la sua figura. Al di là di tutto questo però resta il fatto che Edie non ha in pugno la sua vita: la subisce… e questo fino alle ineluttabili conseguenze. Nel Natale del 1966 Edie va a trovare la famiglia, per provare a ricostruire un rapporto che in realtà non c’è mai stato. Suo fratello Jonathan, ricordando quei giorni la descrive in condizioni allarmanti: ”Era davvero strana, per usare un eufemismo. Sembrava un’aliena, magra e sciupata, con addosso le gonne più corte che mi sia mai capitato di vedere, e ciglia finte talmente grandi e pesanti da farle abbassare le palpebre. Mise tutti a disagio. Era evidente la sua insicurezza, e lo smisurato bisogno di amore. Ma era davvero difficile accettarla”. Edie mostra forse per la prima volta ciò che realmente è, ma la famiglia risponde nell’unico modo che trova plausibile: la fa ricoverare. È la polizia che se ne occupa, visto che tutta la famiglia compatta dichiara mentendo che la ragazza dimostra tendenze suicide e omicide al contempo, e che va in giro nuda. Tutto l’aiuto che riesce a ricevere è un ennesimo schiaffo alla sua persona, alla sua difficoltà di vivere. In suo aiuto, arriva invece Bobby Neuwirth, manager che annovera tra i suoi clienti anche Bob Dylan. In quel periodo Bobby è l’uomo di Edie e, quando affronta il padre di lei, minacciando di scatenargli addosso tutti i suoi avvocati, la cosa immediatamente si ridimensiona, e Edie viene prontamente dimessa. Più tardi lei stessa definirà Neuwirth il grande amore della sua vita
Pur essendo sempre più dipendente dalle droghe, si immerge nella realizzazione di “Ciao! Manhattan”, un film che, almeno nelle intenzioni, si propone di distruggere gli ideali borghesi mostrando il mondo della sottocultura hippie e tutta la sua decadenza.
Il set è ovviamente un delirio, dove regna la più assoluta anarchia. Una sequenza viene girata nella piscina dello stabilimento termale del Dottor Roberts, e riprende un orgia durata ben due giorni: un tripudio di sesso e droga che ovviamente non troverà spazio nella pellicola. Sono giorni distruttivi in ogni senso, sia fisicamente che psichicamente, che trovano una loro assurda logica nell’ennesimo incendio che la coinvolge. La sua stanza al Chelsea Hotel va a fuoco, probabilmente a causa delle candele che lei usa a profusione. Il fuoco pare essere una costante nella sua vita, ma almeno in questo caso porta con se un dono, che ha il volto e le fattezze di Bobby Andersen. Anche Bobby ha dovuto fare i conti con un destino avverso, ed è reduce da una epatite che lo ha portato vicino alla morte, ma assieme a Edie va a vivere in un grande appartamento sulla Fifth Avenue, appartenente a Bob Margouleff, una delle grandi risorse creative della Factory, poi noto produttore. In realtà a Bob, Edie non piace per niente, ma le concede l’uso dell’appartamento e paga Andersen per tenerla d’occhio con il solo scopo di arrivare alla fine delle riprese del film. In realtà Bobby si innamora della distruttiva giovane ragazza, e le fa da accompagnatore e da infermiere. Pur essendo dipendente dall’anfetamina, riesce nell’intento di togliere Edie dal buco nero dell’eroina: le loro son giornate folli e visionarie, nelle quali nulla è dato per scontato.

È la quintessenza della dissoluzione. In seguito la chiameranno demenza da anfetamine, ma quei giorni, come tutta la vita di lei, sono un concentrato di follia unita al desiderio di abbandonarsi agli eventi. I due hanno anche sporadici rapporti sessuali, ma lo stesso Andersen dichiarerà in seguito che Edie è incapace di amare: “(…) perchè se non ami te stesso, non puoi amare nessun altro”. La lavorazione del film si protrae per mesi, che poi diventano anni: il budget iniziale di quarantasettemila dollari, arriva a trecentocinquantamila. Le scene vengono girate decine di volte, e Edie riesce nell’ardua impresa di rendersi insopportabile a tutti. Il film in effetti viene terminato e, a distanza di anni, risulta essere anche interessante, ma è un totale fallimento, che porta Edie a trasferirsi ancora una volta in una nuova sede. Possiamo tranquillamente definire la sua vita come un eterno viaggio in cerca di risposte che nessuno è in grado di darle: un eterno “On The Road” per cercare di non stare con se stessa. La meta prescelta è Hollywood, e nella fattispecie una residenza chiamata “Il Castello”: una casa storica, utilizzata come albergo dalle Star del Rock, tipo Jim Morrison, Nico e i Velvet Underground. Incapace di uscire dal tunnel entro il quale si è avventurata, Edie continua la sua corsa senza alcun freno; le convulsioni la prendono ogni volta che l’effetto di tutte le sostanze assunte si dirada e il crollo è ormai inevitabile. Siamo ormai nel 1967, e il padre è in fin di vita a causa di un tumore al pancreas: fedele alla sua figura di uomo tutto d’un pezzo, non rinuncia ad un’ultima amante prima di spegnersi in ottobre. Uno dei nodi è dunque giunto al pettine… Edie si trova a doversi confrontare definitivamente con la figura paterna, odiata certo, ma anche idolatrata. Il suo modo di vivere subisce una ulteriore accelerata: stare fermi può significare riflettere su ciò che realmente si è, e questo e intollerabile, quasi doloroso. In un continuo temporale fatto di iniezioni di speed, acidi vari, alcool, sesso e tranquillanti, alla fine arriva il crollo forse agognato. Viene trasportata in ospedale in stato di coma, e dichiarata clinicamente morta. La sua però è una fibra molto forte, e si riprende ancora una volta, anche se il suo ricovero al New York Psychiatric Institute diventa inevitabile. Viene curata con massicce dosi di Thorazine, almeno 400 miligrammi quattro volte al giorno, più una dose supplementare di 600 prima di dormire.
Passa tre mesi da incubo al Manhattan State Hospital, in mezzo a persone con gravi problemi psichici e, quando finalmente ne esce, non è neppure in grado di camminare: non controlla più i muscoli e cade in continuazione. Al riguardo è bene ricordare che Warhol, interrogato dalla stampa su Edie, arriva a dichiarare: “Non so dove sia. In fondo non siamo mai stati molto intimi. Ci ha lasciati molto tempo fa, e in definitiva non l’ho mai conosciuta molto bene”. Questo è tutto ciò che resta nei pensieri del “divo Warhol” riguardo a una delle persone più importanti per la sua carriera. Passano diversi mesi, nei quali Edie si rimette in sesto presso la casa materna, poi la vita prende di nuovo il sopravvento su di lei. Torna a vivere da sola, a farsi di speed e a frequentare hippy e gente simile: quasi riesce a convincere suo fratello Jonathan ad andare a letto con lei. Si fa vedere in giro assieme a un certo Mad John, di cui tutti ignorano la provenienza: frequentano continuamente feste a base di sesso e droga, in ambienti luridi e squallidi dove la promiscuità pare essere la regola principale. Forse in un barlume di lucidità arriva a farsi arrestare volutamente dalla polizia, per togliersi momentaneamente dall’orlo del baratro sul quale sta camminando. Dopo una aggressione ai danni di un poliziotto, viene condannata a cinque anni con la condizionale, e a un soggiorno obbligato presso il Cottage Hospital: è la stessa clinica dove è nata, e dove è morto suo padre. La sua esuberanza comunque non la abbandona, e instaura una relazione sessuale con un paziente obeso, Peter Dworkin, che la ricorda come una persona fragile ed elusiva, smaniosa di attenzioni e tuttavia molto attenta a non lasciare avvicinare nessuno al suo essere diva e star: una maschera indossata ormai per troppo tempo, che ha finito per prendere il sopravvento sulla sua realtà. Il film della sua vita sembra ormai mostrare una persona non più in grado di gestire nulla, neppure il proprio corpo. Giunta all’età di ventisei anni, nel 1969, Edie sembra schiacciata dal fardello di mille storie vissute con il cuore in gola. Sono anni senza fiato, affrontati senza fermarsi mai a respirare: tutto viene in qualche modo nascosto dal suo modo di vivere. È attrice e allo stesso tempo spettatrice di una rappresentazione che lambisce la sua coscienza senza apparentemente scalfirla. E’ una asserzione falsa ovviamente, e la sua fragilità è sempre più palese. In questo periodo frequenta un bikers, un Hell’s Angels che vive di furti con scasso.

Frequenta raduni, quelli illegali, senza tuttavia rinunciare ai suoi modi da star di Hollywood, come fosse una principessa circondata da un mondo provvisorio che la diverte. L’anno seguente si rifanno vivi quelli di “Ciao! Manhattan”, con l’intenzione di arrivare finalmente alla conclusione delle riprese e lei, con il solito incredibile entusiasmo, si getta nuovamente a capofitto in questa sorta di gioco perverso: si rifà il seno appositamente, e poi lo mostra a tutti con orgoglio. Gira in macchina seno al vento, da scandalo ovunque, e vive costantemente di imperativi: pastiglie per ogni cosa e sesso tutti i giorni, con molti partners. Quando conosce casualmente Roger Vadim, confessa ad amici e conoscenti di essere in procinto di diventare la nuova Brigitte Bardot, arrivando forse a credere realmente alle sue fantasie. A riportarla con i piedi per terra ci pensa l’ennesimo ricovero in un istituto psichiatrico, dove soggiorna per sei mesi, subendo una ventina di elettroshock, che tutto fanno tranne ridarle lucidità. La svolta che tutti coloro che comunque le vogliono bene si auspicano pare arrivare nel 1971, quando Edie convola a nozze con Michael Post, un ragazzo che ha sette anni meno di lei e fermamente convinto di riuscire ricostruire la psiche della ragazza. Il marito è davvero innamorato di lei e le rimane sempre vicino, anche se si rifiuta di fare sesso con lei, forse aspettando una sorta di redenzione che in realtà non arriverà mai. Edie dipende dal sesso come dalle pastiglie: per intrattenere una qualsiasi conversazione con qualcuno, gli chiede prima di fare sesso, asserendo che è l’unico modo che conosce per rilassarsi. Michael ricorda che la moglie era comunque splendida, nonostante le precarie condizioni di salute. Durante la luna di miele ( un mese a Santa Barbara in una spiaggia di nudisti), la coppia vive di feste, cocktail e Rock ‘n’ Roll: “Edie ballava divinamente” ricorda ancora Michael. Ma sono le pillole a governare la sua esistenza: ci sono pillole per tutto, per dormire, per alzarsi, per uscire….per ogni singolo momento della giornata. Quello che appare evidente a chi la frequenta in quei giorni, è il fatto che Edie pare disprezzare profondamente se stessa. Il 15 novembre di quell’anno assiste a una sfilata di Michael Novarese, riguardante una collezione di abiti da cocktail. Alla fine dell’evento vuole conoscere lo stilista: fa i complimenti a lui e a tutte le modelle esprimendo il desiderio di poter sfilare per Novarese in un futuro non troppo lontano. È l’ultima apparizione pubblica di Edie. Quella stessa notte muore nel suo letto, accanto al marito. Il certificato di morte parlerà di overdose di barbiturici, ma in fondo queste sono solo parole. La verità è che i mille eccessi a cui ha sottoposto se stessa hanno infine presentato il conto: il suo cuore subissato da ogni tipo di sollecitazione, cessa di battere. È il 16 novembre del 1971, e l’ultima vera icona del ventesimo secolo abbandona la scena. In realtà però una figura di tale portata non scompare. Mai. È impossibile. Anche ai giorni nostri, provate a seguire una sfilata di moda: quando vedete capelli corti biondi abbinati a sopracciglia marcate, miniabiti e calzamaglie nere… la prima cosa che può venirvi in mente è l’esile figura di questa ragazza che andava pazza per il grigio, che viveva in chiaroscuro, dotata di una tipologia fisica che ancora oggi detta legge. Edie è stata forse la figura più di spicco degli anni sessanta, quella che ha maggiormente influenzato gli anni a venire. È stata una star e una tossica, una modella e una attrice, una biker e una principessa: è stata la somma di tutto. Una al cui confronto le pallide figure che popolano l’attuale immaginario collettivo nemmeno possono essere prese in considerazione. Analizzando il breve periodo nel quale ha dispensato la sua energia, vediamo emergere la donna che più di chiunque altra è stata in grado di caratterizzare uno dei periodi culturali e sociali più di rottura del secolo scorso: è una ragione sufficiente per ricordarla e celebrarla.

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