Edgar Morin: “Maggio 68. La breccia” (2018) – di Cinzia Farina

Anarchico di fondo, pacifista e libertario, Edgar Morin nato Nahum (Parigi 1921) da una famiglia ebreo-sefardita passata anche per Livorno, combatte nella Resistenza e per un periodo aderisce al Partito Comunista Francese, da cui viene espulso nel 1951 per le sue posizioni antistaliniste. Filosofo e sociologo, in realtà pensatore multidisciplinare, pedagogo di un’educazione alla “complessità” e alla “inter-solidarietà”. Contro la parcellizzazione del sapere e delle coscienze derivata dal modello classico, pur fonte di grandi conquiste, ma divenuto per le sue esasperate caratteristiche disgiuntive e specialistiche, un impedimento a una conoscenza capace di vedere legami e connessioni, di riconoscere l’unità planetaria del reale e trasformarsi in “vivere bene”, quel “buen vivir” alla base delle costituzioni di molti stati in America Latina, dove non a caso Morin è molto amato. C’è bisogno di errore, più che di verità acquisite. Di uno sguardo che decostruisca certezze, che sappia accogliere il rischio di contraddizioni e paradossi, incompletezze e dubbi. Un modello di pensiero creativo, che riporti le scienze a dialogare tra loro, pluridirezionale e antidogmatico. Autore prolifico di saggi, Morin ripubblica quest’anno per Raffaello Cortina Editore il suo “Maggio 68. La Breccia”, uscito per la prima volta nel vivo degli eventi. Quattro testi di cui i primi due scritti all’interno della Sorbona occupata (il solo a poterlo fare), il terzo scritto dopo dieci anni, il quarto dopo venti. Nel momento in cui tutto è cambiato (i leader di allora o morti o inseriti nei quadri dell’intellighenzia al potere) quei giorni “unidimensionalizzati” in brutta copia da dogmatici sopravvissuti… Morin ci restituisce l’evento nella sua complessità. Salvandone il carattere di “breccia” non richiudibile “al di sotto della linea di galleggiamento della civiltà borghese occidentale” che continua la sua rotta. Breccia aperta nel cuore della buona società dei consumi, euforica e ottimista, che prometteva e appagava, mostrando per la prima volta il vuoto di una civiltà che si voleva trionfante. Dalla rivolta di Paris-Nanterre, il 22 marzo, alle sei “prodigiose e indimenticabili giornate” del maggio culminate nell’occupazione della Sorbona, che videro la prima battaglia del quartiere latino, la lunga marcia dentro Parigi fino all’Arco di Trionfo, fitta di bandiere rosse e cori dell’Internazionale, le barricate, lo scontro, i giorni appassionati di studio e discussione ininterrotti. Tutto comincia all’Università. Il bastione della società borghese, quello che forma i quadri, e nello stesso tempo, per la prevalenza numerica degli studenti, l’anello più debole. E comincia a Sociologia, dove interagiscono i “due poli di una prima elettrolisi”: da un lato la coscienza di una carenza di sbocchi occupazionali, dall’altro quella, inquietante, di una sociologia che si adegua al modello di società, divenendo ausiliaria del potere. Gli studenti, alla ricerca di una sociologia critica, incontrano quella rivoluzionaria di Marx nelle sue correnti eterodosse, e trasformano la sede in focolaio attivo di politicizzazione sempre più radicalizzata. La chiusura di Nanterre, l’arresto di militanti, la repressione, i conseguenti moti di solidarietà, rinsaldano e favoriscono la rivolta che si diffonde per reazione a catena, o per una sorta di “risonanza” che mette in vibrazione tutti i settori della società. Il movimento si ingrossa di studenti liceali, di assistenti e ricercatori, di militanti esperti tra i venti e i trent’anni, di giovani lavoratori non assuefatti, giovani espulsi o disoccupati e arriva alle fabbriche. Un fenomeno totale che si svolge fuori dal quadro politico tradizionale e che assume immediatamente un carattere internazionale pur in regimi differenti: dalle democrazie occidentali (Francia, Italia, Germania, Spagna, Inghilterra, Stati Uniti) alle dittature e ai sistemi socialisti (Egitto, Polonia, Cecoslovacchia). Denominatore comune, l’antiautoritarismo libertario. Dove le componenti politicizzate, sostiene Morin, non hanno svolto un reale ruolo di guida, ma “hanno funzionato da diastasi e regolazione”, canalizzando il movimento senza mai domarlo. E’ vero che la felice complessità del breve maggio, sta nel coesistere osmotico di più anime: quella della “contestazione globale”, come fu chiamata, col suo rifiuto di integrarsi alla meschinità di una vita borghese repressiva e opprimente, quella rivoluzionaria in senso politico (animata dalle avanguardie marxiste-leniniste e maoiste, anarchiche, situazioniste, cristiano-radicali), quella rivendicativa nel senso di una modernizzazione dell’università e della società (strumentalizzata poi dal sistema con i suoi piani di riforma tesi a disseccare alla fonte la protesta). Ma il fondo del movimento, dice Morin, rimane “sovra e infra-politico”, “un momento simbolico di crisi della civiltà, in cui affiorano aspirazioni profonde, quasi antropologiche”, in cui riecheggia l’hic et nunc della rivolta americana di Berkeley (1964), il bisogno di più libertà, più comunità, più fraternità. Le pagine più belle del libro sono, forse per questo, quelle in cui Morin ricorda come per un momento tutto sembrò andare come in uno stato di natura rousseauiano. La Sorbona come un alveare, aperta e libera, che si offre giorno e notte con i suoi seminari. La musica. La festa, che non è mancanza di serietà, ma l’euforia di un Davide che ha colpito alla testa lo Stato/Golia. Una dimensione ludica, terribilmente seria, autenticata dai rischi e dal battersi con la fede nella propria azione e nella comune solidarietà. Un’accelerazione empatica in cui migliaia di giovani si sono iniziati alla vera socializzazione, alla chiarificazione del bene e del male, alla formazione lampo di una coscienza politica. Incarnazione e simbolo della rivolta, la figura di Dany Cohn-Bendit che Morin definisce “un genio strategico straordinario e ispirato”. Questo ebreo-tedesco, il “rosso senza patria”, che unisce il leninismo e l’anarchismo nella più grande sovversione. Un capo-non capo che rifiuta l’organizzazione di partito. Sotto la sua guida morbida e impetuosa si realizza per un momento l’utopia concreta di un comunismo originario, che respinge ogni autorità. L’università come modello di soviet autogestito, fondato sulla democrazia diretta e partecipata, attraverso assemblee permanenti. Un miracolo, “un’estasi della storia”, dice Morin. Il che non gli impedisce di vedere nel movimento spinte contrastanti e sintomi di deriva, anche per effetto dell’assorbimento in direzione riformista da parte dei sindacati e dei grandi partiti di sinistra. Il flusso libertario spontaneista si disintegra presto… e con esso l’originalità poetica e sincretica del maggio, lasciando come residui i gruppi trozkisti e maoisti. Se prima le varie declinazioni del marxismo funzionavano “come il pensiero selvaggio in senso lévi-straussiano, quello che separa le grandi discriminanti del cotto e del crudo”, osserva Morin, si istalla alla fine una vulgata marxista arrogante e intimidatoria. Una sorta di “tappabuchi che colma baratri mentali, mantra che sacralizza” eludendo contraddizioni, inquietudini e angosce. Descrizione sommaria del reale che trionferà in tutti i campi della cultura come spiegazione passepartout, dal potere mitologico. Dieci anni dopo, ristabilito l’ordine, con il sopravvenire di una crisi economica e le delusioni della storia (la dissacrazione del maoismo con la Banda dei Quattro, la penetrazione del messaggio dei dissidenti come Solzenicyn, il piccolo eroico Vietnam divenuto aggressore della Cambogia), questo marxismo sommario crolla. Risorge la tematica esistenziale con il pensiero delle differenze e una serie di affermazioni libertarie prima assenti (ma annunciate da Berkeley), come il femminismo, il movimento degli omosessuali, l’ecologismo. E rinasce un nuovo Gauchisme, come fermento ideologico (con tentazioni terroristiche, come in Germania e in Italia) “in una ruota che gira in cui tutto sembra perpetuarsi (…) mascherando il fatto terribile: il vuoto profondo di questo spettro metafisico che si chiama, con la maiuscola, la Sinistra, e soprattutto il carattere sempre più reazionario, in prospettiva, di ciò che si chiama rivoluzione”Ma questa è un’altra storia. Oggi, conclude Morin, la polemica sul significato del 68 continua. Per lui, che ne ha saputo vedere la molteplicità creativa nell’insieme vivo delle sue contraddizioni, resta una “breccia” sempre feconda di possibilità future. Nella sua aspirazione indomita a una vita altra, nel suo aver rischiarato gli abissi dove risiede la miseria intrinseca delle società ricche, nel suo essere stato “una Pasqua, dove un rimosso intero, un inconscio intero, un emarginato intero, un bisogno intero, una libido intera si sono riversati’.

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